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Penale per dimissioni contratto a tempo indeterminato

31 Marzo 2019
Penale per dimissioni contratto a tempo indeterminato

Somma di denaro da pagare in caso di recesso intempestivo di un lavoratore che ha firmato con il datore di lavoro un patto di stabilità (o clausola di durata minima), impegnandosi, salvo giusta causa, a non dimettersi.

Hai da poco firmato un contratto di lavoro e ora già ti chiedi se e quando potrai dimetterti, se c’è un termine minimo previsto dalla legge prima del quale non si può lasciare il posto o se, al contrario, sei libero di recedere in qualsiasi momento, anche il giorno dopo l’assunzione. Ebbene, hai mai sentito parlare della possibilità di una penale per dimissioni nel contratto a tempo indeterminato? È necessario che tu conosca come funziona questa clausola per poter comprendere la risposta al tuo giusto interrogativo.

Se non sei al corrente di tutto ciò, non devi preoccuparti: si tratta di informazioni semplici che ti daremo nel corso di questo articolo. Qui di seguito ti spiegheremo infatti se un dipendente è libero di dimettersi quando vuole o se invece è tenuto a rispettare un termine e, in caso contrario, a pagare una penale all’azienda in caso di recesso anticipato. Ma procediamo con ordine.

Cos’è la penale?

Nei contratti a prestazioni continuate nel tempo, la previsione di una durata è, di solito, un elemento essenziale del contratto stesso. Si pensi al contratto di affitto, ad esempio, o ai vari abbonamenti con durata annuale. Se non viene prevista una durata minima, ogni parte può recedere dal contratto in qualsiasi momento con una semplice comunicazione formale all’altra e salvo il rispetto di un termine di preavviso solo se previsto nel contratto stesso. 

Per limitare la possibilità di un recesso anticipato dal contratto, vengono spesso inserite delle penali. Con queste si vincola il contraente a non dare disdetta prima di un certo periodo o, in caso contrario, a risarcire l’altra parte con una somma di denaro, appunto la «penale». Succede ad esempio nei contratti relativi alle utenze telefoniche.

Nel rapporto di lavoro invece la penale per il recesso viene chiamata patto di stabilità o clausola di durata minima. Leggi Se mi licenzio devo pagare una penale? Cerchiamo di capire come funziona.

Dopo quanto tempo il lavoratore dipendente può dimettersi?

Non esiste un termine minimo di stabilità del rapporto di lavoro, non almeno per il dipendente che può pertanto dimettersi quando vuole, anche il giorno dopo l’assunzione. I vincoli vengono previsti solo per il datore che, una volta assunto un dipendente a tempo indeterminato, può licenziarlo solo per specifici motivi (motivi aziendali o disciplinari) ma mai senza una ragione, di punto in bianco.

Il dipendente, nel momento in cui decide di “licenziarsi”, deve comunque dare un preavviso, che viene definito nel contratto collettivo di lavoro (Ccnl). Il preavviso non è dovuto solo nel caso di «dimissioni per giusta causa», quelle cioè determinate da una grave violazione del contratto da parte del datore di lavoro.

In sintesi, fermo restando l’obbligo di preavviso, il dipendente può dimettersi quando vuole mentre il datore di lavoro può licenziare solo per specifici motivi (leggi Come licenziare un dipendente a tempo indeterminato).

È possibile tuttavia inserire, nel contratto di lavoro, un periodo di prova al termine del quale le parti possono recedere anche senza motivazione.

Il patto di stabilità: cos’è?

Il potere del dipendente di dimettersi a proprio piacere in qualsiasi momento può essere limitato se gli viene fatto firmare un patto di stabilità: si tratta cioè di una clausola che funziona proprio allo stesso modo di una penale. L’accordo è volto a fissare un termine minimo di durata del rapporto di lavoro, prima del quale né l’azienda né il dipendente possono recedere; in caso contrario, ossia di licenziamento o dimissioni, la parte inadempiente deve corrispondere all’altra una somma di denaro. 

L’accordo, inoltre, può essere firmato in sede di costituzione del rapporto di lavoro (ossia all’atto dell’assunzione) oppure in un momento successivo, durante lo svolgimento dello stesso.

Di conseguenza, le parti, durante il periodo di vigenza del patto, non potranno recedere dal contratto se non per giusta causa, ossia – secondo la definizione del codice civile – per una causa che “non consenta la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto.

Più specificamente, le parti, nell’esercizio della loro autonomia privata, possono articolare il patto, secondo tre distinte configurazioni:

  • patto di stabilità nell’interesse del solo lavoratore (ed a carico del datore di lavoro che s’impegna, per un periodo predeterminato, a non licenziare il dipendente);
  • patto di stabilità (o di permanenza) nell’interesse del solo datore di lavoro (ed a carico del lavoratore che si impegna – di regola a fronte del pagamento di un corrispettivo –, a non dimettersi, per un periodo prefissato;
  • patto di stabilità nell’interesse di entrambe le parti.

La clausola penale a carico del dipendente

Nel caso del dipendente, legge e giurisprudenza ammettono che, al momento della stipulazione del contratto di lavoro, le parti possono prevedere che, in caso di dimissioni anticipate, il lavoratore debba corrispondere al datore di lavoro una determinata somma di denaro a titolo di penale. Spesso, ad esempio, la penale viene fissata per importi decrescenti in relazione alla durata del rapporto stesso [1], oppure viene stabilito un risarcimento del danno commisurato ai costi che il datore ha sostenuto per l’addestramento del dipendente [2].

La Cassazione ha precisato [3] che, nel caso di contratto di lavoro a tempo indeterminato, le parti del rapporto possono pattuire tra esse la cosiddetta “clausola di stabilità” con la quale gli stessi soggetti si impegnano, per un certo termine minimo stabilito, a non recedere dall’accordo sottoscritto.

Nell’eventualità in cui, nonostante la penale, una delle parti receda dal contratto, senza una giusta causa, prima della scadenza del termine pattuito, sarà possibile presentare una domanda di risarcimento.

Se a chiedere il risarcimento è il datore di lavoro (in caso di recesso perpetuato dal lavoratore) questi potrà ottenere la somma indicata nella clausola penale inserita all’interno della clausola di stabilità. Se invece a chiedere il risarcimento del lavoratore (nell’ipotesi inversa di recesso effettuato dal datore di lavoro) si può ottenere una somma commisurata alle retribuzioni che il dipendente avrebbe percepito qualora il recesso non fosse intervenuto.

Sono due i casi nei quali la possibilità di recedere prima della scadenza del termine pattuito risulta, invece, del tutto legittima, non dando diritto a chiedere penali: 

  • l’impossibilità sopravvenuta della prestazione (anche parziale): si pensi a una azienda fallita o costretta a chiudere un ramo; oppure a un dipendente che contragga una malattia o una patologia che gli impedisca la prosecuzione delle mansioni precedentemente svolte; 
  • la giusta causa (di licenziamento o di dimissioni) che non consenta la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto lavorativo: si pensi al caso del dipendente costretto a dimettersi quando il datore non gli paga lo stipendio o al datore costretto a licenziare per aver scoperto il dipendente rubare in azienda. 

note

[1] Trib. Venezia 23 ottobre 2003.

[2] Cass. 11 febbraio 1998 n. 1435.

Autore immagine uomo spazza lavoratori dipendenti con licenziamento di rudall30


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