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Conto corrente in comunione dei beni: come funziona

1 Aprile 2019
Conto corrente in comunione dei beni: come funziona

Come si dividono i soldi del conto corrente cointestato e di quello personale; che succede se uno dei due coniugi spende più della propria metà.

Se, quando vi siete sposati, tu e tua moglie (o tuo marito) avete optato per la comunione dei beni è perché avete preferito dividere tutti i beni acquistati dopo il matrimonio, compreso il conto corrente. «Quel che è mio è anche tuo» è, in sintesi, il principio su cui si basa la comunione. E questa dovrebbe essere la regola visto che, dopo la riforma del diritto di famiglia del 1975, la comunione si applica in automatico a tutte le coppie che, al momento delle nozze, non hanno dichiarato di preferire il regime di separazione dei beni. Nel tempo però, l’eccezione ha superato la regola: sempre più coppie preferiscono lasciare distinti i patrimoni, anche per ragioni fiscali e di tutela dai creditori. Ragion per cui il regime della comunione è sempre meno utilizzato. Del resto, proprio quest’ultimo genera spesso incertezze e dubbi in merito al suo funzionamento. Come nel caso dei guadagni derivanti dall’attività lavorativa (ad esempio lo stipendio o i proventi dell’attività professionale) e dei relativi risparmi depositati in banca. Ad esempio, non è raro chiedersi come funziona il conto corrente in comunione dei beni. E ciò a prescindere dalla sua formale intestazione.

Forse potrà sembrarti strano, ma il fatto di avere un conto corrente personale (ossia non cointestato) non ti salva dall’obbligo di dividerne la giacenza con il coniuge qualora abbiate optato per la comunione dei beni. Ciò però non avviene sempre ma solo in determinate circostanze e a condizioni particolari. 

Conviene perciò spiegare, sin da principio, come funziona il conto corrente in comunione dei beni, quali regole si applicano, cosa succede se uno dei due coniugi preleva senza dire nulla all’altro e, magari, spende i soldi per i propri capricci, come bisogna procedere in caso di separazione e come si procede alla divisione, quali diritti può vantare uno dei due coniugi sul conto intestato all’altro. A tali domande cercheremo di fornire una risposta qui di seguito; lo faremo seguendo le indicazioni fornite dalla Cassazione in una recente e interessante sentenza [1]. Ma procediamo con ordine.

A chi appartiene il conto corrente personale?

In una coppia in comunione dei beni, anche il conto corrente intestato a uno solo dei due coniugi rientra nella comunione. Ciò implica che il denaro depositato appartiene per metà a un coniuge e per l’altra metà all’altro. In realtà, tale divisione è solo ideale poiché opera – come vedremo a breve – solo in caso di separazione.

Il fatto che l’intestatario del conto sia esclusivamente il marito o la moglie implica che, almeno nei rapporti con la banca, quest’ultimo è l’unico soggetto legittimato alle operazioni allo sportello (potendo prelevare o versare contanti, eseguire bonifici, estinguere il rapporto, ecc.). Il coniuge non proprietario, quindi, non ha potere di accesso al conto, non può verificare la giacenza né attingere denaro (salvo l’uso del bancomat, qualora gli sia stata consegnata la tesserina magnetica).

Il coniuge titolare del conto potrebbe però operare una delega alle operazioni in favore dell’altro. Questo potere, lungi dall’attribuire la proprietà sui soldi depositati, consente tuttavia di effettuare operazioni allo sportello, anche oltre il 50% della giacenza.

Anche se il conto corrente personale rientra nella comunione, in realtà ciò non legittima il coniuge non intestatario a pretendere metà delle somme ivi depositate. Egli può, tutt’al più, vantare la comproprietà sui beni acquistati con tali soldi, comproprietà che però non si estende agli oggetti di natura personale (ad esempio abbigliamento, smartphone, ecc.) o destinati all’attività lavorativa (ad esempio computer, borse, tablet, ecc.). 

La giacenza residua sul conto dovrà essere divisa tra i coniugi solo se, e nel momento in cui, la coppia decide di separarsi. In tal caso, a prescindere dal fatto che il conto sia intestato solo al marito o solo alla moglie, tutti i risparmi dovranno essere spartiti al 50%. Ad esempio, se sul conto ci sono 2mila euro, mille andranno all’uomo e altri mille alla donna. Il titolare del conto corrente che, subodorando la crisi del matrimonio, non voglia dividere i propri risparmi con il coniuge, dovrà spenderli per beni di natura personale o lavorativa, non entrando questi – come già detto – nella comunione. 

In sintesi, il conto corrente intestato a un solo coniuge funziona nel seguente modo:

  • solo il coniuge intestatario potrà prelevare o versare sul conto; l’altro non ha alcun potere in merito ai soldi giacenti in banca o alle Poste;
  • tutti i beni acquistati con tali soldi però ricadono nella comunione salvo che si tratti di oggetti destinati a un uso personale o lavorativo;
  • all’atto della separazione della coppia, il deposito deve essere diviso al 50% tra i due coniugi.

A chi appartiene il conto corrente cointestato?

Nel caso del conto corrente cointestato le regole cambiano. Qui, infatti, ciascun coniuge ha il potere di prelevare e versare sul conto, effettuare bonifici e altre operazioni allo sportello. 

Formalmente ciascun coniuge è titolare solo del 50% dei soldi e pertanto li può utilizzare e spendere anche prima di una eventuale separazione (come invece succede nel caso del conto personale). Tuttavia:

  • nei rapporti con la banca, ciascun coniuge può disporre di tutte le somme depositate. In altri termini, l’impiegato allo sportello non può impedire a uno dei due intestatari di prelevare anche l’intera giacenza, oltre cioè la sua quota, benché il conto sia in comunione;
  • nei rapporti tra i due coniugi, resta il divieto, per ciascuno dei due, di utilizzare o spendere più della propria metà.

La differenza rispetto al conto personale sta quindi nel fatto che, in tale ipotesi, il potere di utilizzo dei soldi da parte di ciascun coniuge non è subordinato alla separazione ma è immediato. 

Si può decidere di cointestare il proprio conto corrente all’altro coniuge in un secondo momento rispetto alla sua costituzione. Tale atto è considerato, per il diritto, una normale donazione, donazione che si estende quindi al 50% delle somme. Si può però sempre dimostrare che la cointestazione è avvenuta per finalità di carattere pratico e logistico (ad esempio consentire all’altro coniuge i prelievi necessari al ménage domestico) e che ad essa non è corrisposta la volontà di effettuare una reale donazione.

Che succede se uno dei due coniugi spende più della sua metà?

Vediamo ora che succede se uno dei due coniugi preleva dal conto cointestato più della sua metà e la spende per propri bisogni. L’altro può contestargli tale circostanza entro massimo 1 anno e pretendere la restituzione della propria parte di comunione utilizzata senza previa autorizzazione [2]. Ad esempio, in un conto con 2mila euro, se la moglie ne spende 1.500 è tenuta a restituire al marito 500 euro. 

Il ripristino della quota di comunione indebitamente spesa è obbligatorio salvo dimostrare che la spesa effettuata con il denaro prelevato è andata a vantaggio della comunione o abbia soddisfatto una necessità della famiglia. È quanto chiarito dalla Cassazione con la sentenza qui in commento [1], che riprende gli insegnamenti del 1988 forniti dalla Corte costituzionale [3].

Poiché – nei rapporti con i terzi – ciascun coniuge può disporre dei beni mobili della comunione senza bisogno di alcun preventivo consenso dell’altro, egli però, se ha agito senza la preventiva autorizzazione dell’altro, deve ricostituire la comunione nello stato in cui era prima del compimento dell’atto o, nel caso ciò non sia possibile, pagare l’equivalente secondo i valori dell’epoca della ricostituzione della comunione, restando l’atto compiuto senza consenso dell’altro coniuge, pienamente valido ed efficace.


note

[1] Cass. sent. n. 6459/19 del 6.03.2019.

[2] Art. 184 cod. civ.

[3] C. Cost. sent. n. 311/88.

Autore immagine coppia coniugi con documenti di Stokkete


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