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Lavoro a progetto, come funziona?

21 Aprile 2019 | Autore:
Lavoro a progetto, come funziona?

Contratto di collaborazione a progetto: è ancora valido, chi può utilizzarlo, per quali rapporti di lavoro.

Il contratto di collaborazione a progetto, o co.co.pro., è stata per anni l’unica forma contrattuale valida per i rapporti di lavoro parasubordinato (con la sola eccezione delle mini co.co.co., per i rapporti di collaborazione saltuari).

A seguito dell’entrata in vigore del Jobs Act, però, è stata cancellata, nella generalità dei casi, la possibilità di stipulare nuovi contratti a progetto: restano comunque delle eccezioni, operative in ambiti particolari (call center, ricerca…), o riferite a particolari figure (liberi professionisti iscritti all’albo, sindaci, revisori…).

Ma, ad oggi, il lavoro a progetto come funziona? Che cosa è cambiato nel tempo? Chi può ancora stipulare un contratto a progetto?

Proviamo a fare chiarezza su questa particolare forma di contratto, ricordando qual è stata la sua evoluzione negli anni, e osservando in quali casi si può ancora ricorrere al lavoro a progetto.

Ad ogni modo, bisogna tener presente che, nonostante il contratto a progetto, nella maggior parte delle ipotesi, non si possa utilizzare, lo stesso non avviene per il contratto di collaborazione coordinata e continuativa, o co.co.co. Si tratta della forma contrattuale generalmente valida per i rapporti di lavoro parasubordinato: vero è che il contratto di collaborazione, quando non è “genuino”, è ricondotto al lavoro subordinato, quindi si applica la disciplina del lavoro dipendente. Tuttavia, ciò non significa, come in molti erroneamente ritengono, che non esistano più, né le collaborazioni, né il contratto a progetto.

Che cos’è il contratto a progetto

La legge di riforma del mercato del lavoro del 2003, o legge Biagi [1], aveva previsto che i rapporti di co.co.co., prevalentemente personali e senza vincolo di subordinazione, dovessero essere riconducibili a:

  • uno o più progetti specifici;
  • o programmi di lavoro;
  • o fasi di esso;
  • determinati dal committente e gestiti autonomamente dal collaboratore in funzione del risultato;
  • nel rispetto del coordinamento con l’organizzazione del committente;
  • indipendentemente dal tempo impiegato per l’esecuzione dell’attività lavorativa.

Il motivo di questo intervento del legislatore risiedeva nel fatto che nel passato, in molti casi, i contratti di collaborazione coordinata e continuativa stabilivano un rapporto di lavoro autonomo solo in “apparenza”, poiché di fatto l’attività lavorativa era svolta la sede del datore di lavoro, ed utilizzando i suoi strumenti. Inoltre, spesso il parasubordinato percepiva una retribuzione fissa (mensilmente), osservava un orario di lavoro rigido e predeterminato, subiva provvedimenti disciplinari o richiami o rimproveri, riceveva sul lavoro ordini da eseguire.

Pertanto, più che di lavoro autonomo si trattava di rapporto di lavoro dipendente “mascherato” da contratto di lavoro autonomo- parasubordinato: per evitare, la legge Biagi aveva dunque introdotto il contratto a progetto, prevedendo requisiti specifici.

Requisiti contratto a progetto: legge Biagi

Nel dettaglio, la legge Biagi prevedeva, per il contratto a progetto, i requisiti seguenti:

  • il contratto doveva essere stipulato, ai fini della prova, in forma scritta;
  • il contratto doveva contenere:
    • l’indicazione della durata (determinata o determinabile);
    • l’indicazione del progetto o programma;
    • l’indicazione del corrispettivo e dei criteri per la sua determinazione;
    • l’indicazione dei tempi e delle modalità di pagamento;
    • la disciplina dei rimborsi spese;
    • le eventuali misure per la tutela e la sicurezza del collaboratore a progetto;
    • le forme di coordinamento del lavoratore a progetto con il committente sull’esecuzione, anche temporale, della prestazione lavorativa, che in ogni caso non potevano essere tali da pregiudicarne l’autonomia nell’esecuzione dell’obbligazione lavorativa.

Requisiti contratto a progetto: legge Fornero

Per scongiurare un utilizzo improprio del contratto a progetto, largamente utilizzato in sostituzione del contratto subordinato, era in seguito intervenuta, con specifiche disposizioni normative, la legge Fornero di riforma del mercato del lavoro [2].

In base alla norma, i requisiti che dovevano caratterizzare una collaborazione a progetto (da stipulare in forma scritta ai fini della prova) risultavano i seguenti:

  • l’esistenza di un progetto specifico, ben definito (non era più sufficiente la sola indicazione di un programma o fase di esso), la cui individuazione spettava al committente, che non poteva:
    • consistere in una mera riproposizione dell’oggetto sociale del committente;
    • comportare lo svolgimento di compiti meramente esecutivi o ripetitivi (individuati dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale);
  • l’indicazione del risultato finale da conseguire mediante la realizzazione del progetto;
  • l’autonomia del collaboratore nella gestione del progetto (la definizione dei tempi di lavoro e le relative modalità erano rimesse al collaboratore);
  • l’attività del collaboratore, che non doveva essere resa con modalità analoghe a quelle svolte dai dipendenti del committente;
  • la durata: determinata o determinabile, in funzione delle caratteristiche del progetto;
  • la necessità di coordinamento con il committente e le forme di coordinamento;
  • l’irrilevanza del tempo impiegato per l’esecuzione dell’attività lavorativa.
  • le misure di tutela della salute e sicurezza del collaboratore a progetto.

Requisiti contratto a progetto: decreto lavoro Letta

Successivamente, il cosiddetto decreto Letta [3], aveva apportato alcune novità all’istituto del contratto a progetto:

  • il progetto non poteva comportare lo svolgimento di compiti meramente esecutivi e ripetitivi (nella normativa precedente, le due condizioni potevano essere alternative tra loro);
  • nei casi in cui il contratto aveva per oggetto un’attività di ricerca scientifica e questa veniva ampliata per temi connessi o prorogata nel tempo, il progetto proseguiva automaticamente;
  • era ammesso il ricorso al lavoro a progetto nei call center outbound, sia per la vendita diretta di beni, sia per le attività di servizi, a patto che fossero rispettati i minimi retributivi e la forma scritta del contratto (nel 2019 permane ancora, ad ogni modo, una disciplina speciale per il contratto a progetto nei call center, nonostante l’abolizione operata dal Jobs Act);
  • importanza della forma scritta, non solo ai fini della prova (in altre parole la forma scritta diventa elemento che determina la legittimità del contratto stesso).

Contratto a progetto dopo il Jobs Act

Il Governo Renzi, nel 2015, è intervenuto in maniera decisa sui contratti a progetto e le collaborazioni coordinate e continuative.

Il Testo unico dei contratti [4], attuativo del Jobs Act, ha difatti cancellato la possibilità di stipulare nuovi contratti a progetto, a partire dall’entrata in vigore dello stesso (25 giugno 2015).

Il decreto, in particolare, applica la disciplina del lavoro subordinato dal 1° gennaio 2016, a tutte le collaborazioni nelle quali il parasubordinato presta lavoro personale, continuativo, di contenuto ripetitivo e con modalità di esecuzione organizzate dal datore di lavoro.

Restano in piedi, tuttavia, delle eccezioni, relative a settori particolari (come quello delle telecomunicazioni-call center, o della ricerca), o riferite a lavoratori particolarmente qualificati (come liberi professionisti iscritti all’albo, sindaci, revisori, amministratori).

Collaborazioni non genuine

A seguito del Jobs Act, sono poi intervenuti diversi chiarimenti ministeriali su quando le collaborazioni possano essere considerate non genuine e debba applicarsi la disciplina del lavoro subordinato.

In primo luogo, il Ministero ha chiarito la definizione delle co.co.co. (collaborazioni coordinate e continuative) non genuine, chiamate anche co.co.pe, per la prevalenza del carattere personale della prestazione.

Parliamo di collaborazione riconducibile al lavoro subordinato quando:

  • la prestazione di lavoro è esclusivamente continuativa e personale (cioè non viene effettuata con l’aiuto di altre persone);
  • le modalità di esecuzione sono organizzate dal committente, anche con riferimento ai tempi e ai luoghi di lavoro (etero-organizzazione).

In pratica, perché la collaborazione possa essere ricondotta al lavoro dipendente, basta che il lavoratore sia tenuto ad osservare determinati orari, o sia tenuto a prestare la propria attività presso una sede individuata dallo stesso committente, se la prestazione è esclusivamente personale e continuativa.

Ma che cosa succede quando la collaborazione non è genuina?

In questi casi, è applicata la disciplina del lavoro subordinato, assieme alle sanzioni relative alle irregolarità verificate.

Collaborazioni escluse dalla presunzione

Restano comunque escluse dalla presunzione di subordinazione le seguenti collaborazioni:

  • collaborazioni disciplinate, dal punto di vista economico e normativo, dai contratti collettivi (stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale), finalizzati a particolari esigenze produttive ed organizzative di settore;
  • collaborazioni svolte da professionisti iscritti ad albi o ordini, prestate nell’esercizio della professione per la quale è richiesta l’iscrizione (ad esempio, una collaborazione nell’ambito della consulenza legale per un avvocato);
  • collaborazioni effettuate da amministratori e sindaci di società, e da partecipanti a collegi e commissioni;
  • collaborazioni prestate in favore di associazioni e società sportive dilettantistiche affiliate al Coni;
  • collaborazioni per le quali è intervenuta la certificazione del contratto; in quest’ultimo caso, tuttavia, la co.co.co. può essere comunque assimilata al lavoro subordinato, se, nel concreto, l’attività è svolta in maniera esclusivamente personale, continuativa, e con modalità, tempo e sede di lavoro decisi dal committente.

In quali casi si può stipulare il contratto a progetto

Come abbiamo osservato, il Jobs Act ha precluso, nella generalità dei casi, la possibilità di stipulare contratti a progetto, ed ha limitato fortemente il campo di applicazione delle collaborazioni.

Tuttavia, restano alcune ipotesi nelle quali si può ancora stipulare il contratto a progetto: osserviamo la tabella seguente.

Contratto a progetto supportato da appositi accordi inseriti nel CCNL di settore
Contratto a progetto stipulato con un libero professionista iscritto all’albo
Contratto a progetto stipulato con un amministratore o un sindaco di società, o con partecipanti a collegi e commissioni
se il CCNL di riferimento contiene norme che consentono la stipula di collaborazioni o contratti a progetto, le aziende di quel settore possono continuare a stipulare tali contratti senza incorrere nell’applicazione della norma che dal 1° gennaio 2016 “trasforma” le collaborazioni in contratti di lavoro dipendenteviene esclusa la subordinazione se la collaborazione, anche con contratto a progetto, ha una natura prevalente di lavoro autonomo, in quanto il lavoratore è iscritto in appositi albi professionali e la collaborazione verte su materie oggetto di iscrizione all’alboviene esclusa la subordinazione se la collaborazione, anche con contratto a progetto, ha una natura prevalente di lavoro autonomo, in quanto il lavoratore è un amministratore o un sindaco di società, o un partecipante a collegi e commissioni, e la collaborazione verte su materie inerenti
la trasformazione avviene comunque se la collaborazione consiste in una prestazione di lavoro esclusivamente personale, continuativa, di contenuto ripetitivo e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente, anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavorola trasformazione avviene comunque se la collaborazione consiste in una prestazione di lavoro non vertente su materie oggetto d’iscrizione all’albo (ad esempio, contratto a progetto, vertente su attività di programmazione informatica, stipulato con un avvocato)la trasformazione avviene comunque se la collaborazione consiste in una prestazione di lavoro non vertente su materie inerenti (ad esempio, contratto a progetto, vertente su attività di grafica, stipulato con un partecipante a collegi e commissioni)
Contratto a progetto stipulato con associazioni e società sportive dilettantistiche
viene esclusa la subordinazione se la collaborazione, anche con contratto a progetto, consiste in un rapporto di lavoro di natura sportiva con le associazioni sportive, le società sportive dilettantistiche e quelle rese in favore del Coni, delle federazioni sportive nazionali, delle discipline associate, degli enti di promozione sportiva e di qualunque organismo, comunque denominato, che persegua finalità sportive dilettantistiche e sia riconosciuto
la disposizione si applica anche ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa di carattere amministrativo-gestionale di natura non professionale, resi in favore di società e associazioni sportive dilettantistiche

Adempimenti contratto a progetto

Ecco i principali adempimenti ai quali è tenuto il committente che stipula un contratto a progetto:

  • invio comunicazione di avvio collaborazione al centro per l’impiego, tramite modello Unilav;
  • iscrizione del collaboratore nel Lul, libro unico del lavoro,
  • redazione cedolino paga alla corresponsione del compenso;
  • trattenuta della contribuzione Inps e Inail dal compenso del collaboratore, nel cedolino;
  • trattenute fiscali nel cedolino;
  • versamento della contribuzione previdenziale e delle imposte, entro il giorno 16 del mese successivo al pagamento del compenso;
  • dichiarazione mensile Inps Unimens, entro l’ultimo giorno del mese successivo al pagamento del compenso;
  • certificazione unica Cu, da inviare alle Entrate entro il 7 marzo dell’anno successivo alla ricezione del compenso (o dei compensi);
  • autoliquidazione Inail;
  • modello 770 (dichiarazione del sostituto d’imposta).

note

[1] D.lgs. 276/2003.

[2] L. 92/2012.

[3] DL 76/2013.

[4] D.lgs. 81/2015.


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1 Commento

  1. Buon pomeriggio,
    per un contratto a progetto per call center è necessario avere la partita iva superati i 5000euro annui?

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