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Videosorveglianza lavoratori: ultime sentenze

26 Aprile 2019
Videosorveglianza lavoratori: ultime sentenze

Installazione dei sistemi di videosorveglianza; accordi con le rappresentanze sindacali dei lavoratori; telecamere nascoste; controllo delle attività dei lavoratori; rispetto della vita privata; tutela della privacy.

Quanto conta il consenso dei lavoratori per l’installazione delle apparecchiature di videosorveglianza? Prima di procedere all’installazione è necessaria la stipulazione di un accordo tra il datore di lavoro e le rappresentanze sindacali dei lavoratori.

Installazione dei sistemi di videosorveglianza: consenso del lavoratore

Il consenso del lavoratore all’installazione di un’apparecchiatura di videosorveglianza, in qualsiasi forma (scritta od orale) prestato, non vale a scriminare la condotta del datore di lavoro che abbia installato i predetti impianti in violazione delle prescrizioni dettate dalla fattispecie incriminatrice.

Invero, secondo quanto prescritto dall’art. 4 l. n. 300/1970, l’installazione di apparecchiature deve essere sempre preceduta da una forma di codeterminazione (accordo) tra il datore di lavoro e le rappresentanze sindacali dei lavoratori, con la conseguenza che se l’accordo (collettivo) non è raggiunto, il datore di lavoro deve far precedere l’installazione dalla richiesta di un provvedimento autorizzativo da parte dell’autorità amministrativa (Direzione territoriale del lavoro) che faccia luogo del mancato accordo con le rappresentanze sindacali dei lavoratori, cosicché, in mancanza di accordo o del provvedimento alternativo di autorizzazione, l’installazione dell’apparecchiatura è illegittima e penalmente sanzionata.

Tale procedura, dettagliatamente prevista dal legislatore trova la sua ratio nella considerazione dei lavoratori come soggetti deboli del rapporto di lavoro subordinato.

La diseguaglianza di fatto, e quindi l’indiscutibile e maggiore forza economico-sociale dell’imprenditore, rispetto a quella del lavoratore, rappresenta la ragione per la quale la procedura codeterminativa è da ritenersi inderogabile.

Cassazione penale sez. III, 10/04/2018, n.38882

Omicidio colposo dell’addetto alla videosorveglianza della metropolitana

In caso di sinistro avvenuto sui binari della metropolitana è da ritenere sussistente la responsabilità colposa dell’agente, con riguardo allo svolgimento del servizio di videosorveglianza, che non si è dimostrato vigile e attento sul proprio posto di lavoro e non ha curato con la necessaria tempestività, quella che avrebbe permesso di evitare l’incidente mortale, l’instaurazione di una procedura di emergenza, optando per un’inutile attività di sopralluogo, peraltro non autorizzata e quindi illegittima così come effettuata.

(Fattispecie in tema di sinistro mortale verificatosi sulle linee metropolitane di Milano e condotta colposa dell’addetto al monitor della videosorveglianza).

Ufficio Indagini preliminari Milano, 26/02/2018, n.2559

Telecamere nascoste e prova

Il datore di lavoro deve avvisare i dipendenti se utilizza strumenti di videosorveglianza, anche quando vuole accertare l’identità dei lavoratori sospettati di furto. Tuttavia, le prove raccolte attraverso le telecamere nascoste possono essere utilizzate in un processo relativo al licenziamento se non sono l’unica prova a carico dei dipendenti. La Corte Europea dei diritti dell’uomo lo stabilisce in una sentenza di condanna alla Spagna per violazione dell’articolo 8 Cedu, che assicura il diritto al rispetto della vita privata.

Corte europea diritti dell’uomo sez. III, 09/01/2018, n.1874

Installazione di sistemi di videosorveglianza nelle aule universitarie

È contrario all’articolo 8 della Cedu, che tutela il diritto al rispetto della vita privata e familiare, l’installazione di sistemi di videosorveglianza non limitata a obiettivi previsti dalla legge. Il rispetto della privacy include cioè anche le attività professionali svolte in un contesto pubblico.

Ad affermarlo è la Corte europea dei diritti dell’Uomo, chiamata a intervertire per individuare il punto di equilibrio tra la tutela della privacy e le esigenze del datore di lavoro.

Nel caso di specie, i giudici di Strasburgo hanno rafforzato le ragioni della tutela del diritto alla vita privata, estendendolo anche in luoghi pubblici come le aule universitarie. Per la Corte, anche se la previsione di videocamere era ammessa per questioni di sicurezza, in tal modo si poteva “sorvegliare” anche l’insegnamento.

Corte europea diritti dell’uomo sez. II, 28/11/2017, n.70838

Accordo con i sindacati

Integra il reato previsto dall’art. 4 st. lav. (l. 20 maggio 1970, n. 300) l’installazione di un sistema di videosorveglianza potenzialmente in grado di controllare a distanza l’attività dei lavoratori, anche quando, in mancanza di accordo con le rappresentanze sindacali aziendali e di provvedimento autorizzativo dell’autorità amministrativa, la stessa sia stata preventivamente autorizzata per iscritto da tutti i dipendenti.

(In motivazione, la Corte ha osservato che la tutela penale è rivolta alla salvaguardia di interessi collettivi, la cui regolamentazione è affidata alle rappresentanze sindacali o, in subordine, ad un organo pubblico, in luogo dei lavoratori “uti singuli”, il cui consenso, a causa della posizione di svantaggio rivestita quali soggetti deboli del rapporto di lavoro, non assume alcun rilievo esimente).

Cassazione penale sez. III, 31/01/2017, n.22148

Telecamere senza l’accordo con i sindacati: quali conseguenze?

L’amministratore unico di una società che faccia installare 6 telecamere di videosorveglianza per il controllo di lavoratori senza un previo accordo con le rappresentanze sindacali, risponde della contravvenzione di cui all’art. 4 L. 300/70.

Tribunale Benevento, 28/12/2016, n.2080

Telecamere nell’esercizio commerciale

La presenza di un impianto di videosorveglianza all’interno di un esercizio commerciale, in quanto trattamento di dati personali, fa sorgere l’obbligo in capo all’esercente di rendere previa informativa ai soggetti interessati, ex art. 13 d.lg. 196 del 2003 (codice della privacy), anteriormente al loro accesso alle aree videosorvegliate e mediante supporto collocato all’esterno del raggio d’azione delle telecamere.

Cassazione civile sez. II, 05/07/2016, n.13663

Controllo a distanza dei lavoratori: divieto

È fatto divieto d’installazione dei sistemi di videosorveglianza in azienda laddove questi favoriscano, per le modalità defloro utilizzo, il diretto e costante controllo sull’attività dei lavoratori.

Consiglio di Stato sez. VI, 05/06/2015, n.2773

Telecamere, accordo sindacale e consenso dei lavoratori

L’installazione nel luogo di lavoro di un sistema di videosorveglianza mediante telecamere (cd. controlli a distanza) non costituisce reato, ai sensi del combinato disposto degli art. 4 e 38 l. n. 300/1970, laddove, come nel caso di specie, pur in assenza di autorizzazione sindacale, risulti comprovato l’assenso all’installazione da parte della totalità dei lavoratori dell’azienda.

Cassazione penale sez. III, 17/04/2012, n.22611

Attivazione dei sistemi di videosorveglianza

Non integra il reato previsto dall’art. 4 dello Statuto dei lavoratori (legge 20 maggio 1970, n. 300) l’installazione di un sistema di videosorveglianza potenzialmente in grado di controllare a distanza l’attività dei lavoratori, la cui attivazione, anche in mancanza di accordo con le rappresentanze sindacali aziendali, sia stata preventivamente autorizzata per iscritto da tutti i dipendenti.

Cassazione penale sez. III, 17/04/2012, n.22611

Ammanchi nella cassa del supermercato e licenziamento

La ricorrente, che lavorava come cassiera in un supermercato, aveva adito la Corte europea per essere stata sottoposta a videosorveglianza (occulta) dal datore di lavoro, con l’aiuto di un’agenzia investigativa (aveva impugnato, a livello nazionale, il proprio licenziamento ma i giudici non gli avevano dato ragione).

La Corte è stata chiamata a verificare se lo Stato, nel quadro degli obblighi positivi derivanti dall’art. 8 Cedu (che impone di assicurare il rispetto della vita privata), abbia correttamente realizzato un giusto equilibrio tra gli interessi in gioco: 1. la vita privata-privacy; 2. l’interesse del datore di lavoro a difendere la sua proprietà; 3. l’interesse pubblico alla corretta amministrazione della giustizia.

Seguendo una giurisprudenza del tribunale Federale del Lavoro che, in assenza di norme positive, aveva delineato alcuni principi tesi a difendere la privacy degli impiegati da ingerenze arbitrarie, le autorità tedesche avevano predisposto un controllo di videosorveglianza solo dopo che erano stati scoperti consistenti ammanchi di cassa nel reparto dove la ricorrente lavorava, che in ipotesi potevano essere addebitati a più impiegati; tale sorveglianza era stata limitata a determinate ore della giornata (due) ed era ristretta alla zona-lavoro (la cassa).

La Corte ha dato peso alle circostanze che la sorveglianza fosse stata limitata nel tempo; che tale mezzo era necessario per escludere la responsabilità di altri impiegati; che in apparenza non vi erano altri efficaci mezzi di accertamento (ad esempio una videosorveglianza palese non avrebbe avuto la stessa efficacia).

Sicché i tre interessi in gioco erano stati soddisfatti con un equo bilanciamento. Peraltro la Corte osserva che tale bilanciamento potrebbe essere in futuro – e dalla stessa Corte – diversamente considerato ed apprezzato, alla luce di nuove tecniche particolarmente invasive e sofisticate.

Corte europea diritti dell’uomo sez. V, 05/10/2010, n.420

Videosorveglianza: quando l’installazione è antisindacale?

Configura un comportamento antisindacale l’installazione di un sistema di videosorveglianza che, senza il preventivo accordo con le rappresentanze aziendali dei lavoratori o, in mancanza, l’autorizzazione della Direzione provinciale del lavoro, consenta il controllo a distanza sull’attività dei lavoratori.

Tribunale Milano, 06/07/2007

note

Autore immagine: videosorveglianza di Africa Studio


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