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Moglie maltrattata: può andare via di casa?

2 Aprile 2019
Moglie maltrattata: può andare via di casa?

Maltrattamenti in famiglia: la sussistenza del reato non fa perdere il diritto al mantenimento o all’affidamento dei figli. Conta la giusta causa dell’allontanamento dalla casa coniugale.

Tuo marito non ti rispetta? Ti insulta in continuazione anche in presenza di altre persone? Non ti aiuta nella gestione della casa né ti dà i soldi sufficienti a mandare avanti i figli? È verosimile che, in una situazione di questo tipo, ti stia chiedendo se la moglie maltrattata può andare via di casa. Ti poni giustamente il problema perché, probabilmente, hai saputo che l’allontanamento dal tetto coniugale costituisce un comportamento vietato dalla legge, che potrebbe costarti il cosiddetto “addebito”, ossia la responsabilità per la fine dell’unione. Non vuoi quindi rischiare di perdere né l’eventuale mantenimento in caso di separazione, né tanto meno l’affidamento dei figli. Proprio sui figli si è concentrato il ricatto di tuo marito: «Se te ne vai, te li porto via e non li vedrai mai più». È davvero così? Cosa prevede la legge in queste situazioni? Si può andare via di casa se si è vittima di maltrattamenti familiari e, in tale ipotesi, cosa bisogna fare per tutelarsi ed evitare di passare dalla parte della ragione al torto?

Tre pronunce della Cassazione pubblicate proprio in questi ultimi mesi chiariscono come ci si deve comportare in situazioni delicate come queste. Vediamo quali sono stati i suggerimenti forniti dalla giurisprudenza.

Convivenza insopportabile: legittimo l’allontanamento da casa?

Poiché il matrimonio si fonda sulla convivenza, l’abbandono della casa coniugale fa scattare una responsabilità in capo al coniuge colpevole di tale comportamento. In caso di separazione, infatti, il giudice dichiara il cosiddetto «addebito», ossia la perdita dei diritti di successione e del diritto al mantenimento. Tuttavia, affinché si possa configurare tale situazione è necessario che:

  • l’allontanamento sia definitivo: il coniuge deve cioè andare via di casa con l’intenzione di non più tornarvi. Sono quindi escluse le situazioni provvisorie, come la pausa di riflessione di qualche giorno;
  • l’allontanamento deve essere immotivato: quando infatti si configurano gravi ragioni – come la tutela della propria incolumità o dei propri figli – l’allontanamento non viene più considerato una colpa. Le motivazioni che possono indurre il coniuge a lasciare la casa devono essere valide e non basarsi sul semplice litigio, tipico di qualsiasi convivenza. L’allontanamento deve quindi essere posto come mezzo per sottrarsi a una sofferenza peggiore, quella ad esempio derivante da maltrattamenti, violenze, vessazioni morali e materiali, ingiurie, minacce, ecc.

Detto ciò, si comprende come la moglie maltrattata può andare via di casa e, per di più, denunciare il marito senza timore né di perdere l’affidamento dei figli, né l’assegno di mantenimento nell’ipotesi in cui il suo reddito fosse insufficiente a garantirle un’indipendenza economica.

Il reato di maltrattamenti in famiglia 

Secondo quanto chiarito dalla Cassazione  [1], il reato di maltrattamenti in famiglia scatta in presenza di una serie di atti lesivi dell’integrità fisica o della libertà o del decoro della vittima nei confronti della quale viene posta una sopraffazione sistematica, tale da rendere particolarmente dolorosa la stessa convivenza. Ci deve essere, da parte del colpevole, la volontà di avvilire e sopraffare l’altro coniuge (o anche il convivente). Non rileva che «durante il lasso di tempo considerato siano riscontrabili periodi di normalità e di accordo» tra le mura domestiche. Quindi, se nonostante le vessazioni e le violenze, la moglie ha spesso perdonato il marito, sorvolando sui suoi comportamenti aggressivi, può ugualmente denunciarlo.

In un precedente della Corte si può comprendere, tramite il racconto fatto dalla donna, quando si configura il reato di maltrattamenti in famiglia. Lei aveva chiarito che «nell’ambito di un rapporto conflittuale» ha «inizialmente tentato, per esasperazione, di reagire ai comportamenti oltraggiosi, violenti e prevaricatori del marito», ma col trascorrere del tempo gli abusi compiuti dall’uomo avevano «assunto un carattere di sistematica ed abituale sopraffazione» e lei si era così «venuta a trovare in una situazione di sostanziale sudditanza rispetto a un uomo dal quale non era stata in grado, per lungo tempo, di separarsi, perché minacciata di perdere i figli e di essere ridotta sul lastrico».
Impossibile, osservano i Giudici della Cassazione, mettere in discussione il reato di «maltrattamenti», che erano ripetuti nel tempo.
Privo di significato il richiamo difensivo a eventuali «periodi di normalità, e persino di apparente accordo» nei rapporti tra i coniugi.
Per chiudere il cerchio, infine, i magistrati tengono a sottolineare che sono gravi e punibili anche quelle «condotte» violente che sono «intervallate nel tempo» e sono «persino contrastate, infruttuosamente, dal coniuge». Ciò che conta, difatti, è che «esse abbiano finito per concretizzare una stabile alterazione delle relazioni di coppia, così da comportare una sostanziale compromissione della dignità morale e fisica» del coniuge vittima [2].

Come spiegato in altre circostanze dalla Cassazione [3], due sono i presupposti del reato di maltrattamenti in famiglia:

  • più atti vessatori causanti sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi, anche se in un limitato contesto temporale
  • la coscienza e volontà dell’attività vessatoria da parte del responsabile, tale da ledere la personalità della vittima.

La remissione della querela non salva il marito

Nella terza sentenza in commento [4] la Cassazione ha ritenuto che neanche la remissione di querela può essere sufficiente a salvare il marito aggressivo dalla condanna se questi, dopo la suddetta remissione, ha ripreso le identiche condotte ai danni della moglie. In tali ipotesi è evidente che la remissione della querela rappresenta solo «un tentativo della moglie di riappacificare il clima familiare», che non ha modificato «la sua condizione di debolezza e di soggezione psichica rispetto al marito autore delle condotte vessatorie.

Maltrattamenti in famiglia anche tra conviventi

Secondo la giurisprudenza [5], il reato di maltrattamenti in famiglia si realizza anche tra coppie di fatto o tra coniugi non più conviventi. Per la Corte, è configurabile il reato di maltrattamenti in famiglia anche in danno della persona non convivente o non più convivente con l’agente, quando questi e la vittima siano legati da vincoli di matrimonio; questo perché la convivenza non rappresenta un presupposto della fattispecie di reato.

note

[1] Cass. sent. n. 761/19 del 9.01.2019.

[2] Cass. sent. n. 8312/19 del 25.02.2019.

[3] Cass. sent. n. 12196/19 del 19.03.2019.

[4] Cass. sent. n. 175/19 del 4.01.2019.

[5] Cass. sent. n. 6506/19 dell’11.02.2019.

Autore immagine: pugno chiuso contro donna, violenza, di Kamira

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 20 novembre 2018 – 9 gennaio 2019, n. 761

Presidente Paoloni – Relatore Scalia

Ritenuto in fatto

1. La Corte di appello di Messina, con la sentenza in epigrafe indicata ha confermato quella del Tribunale di Patti, che aveva condannato l’imputato, G.S.S., alla pena ritenuta di giustizia per i reati di maltrattamenti contro familiari e di minaccia grave, in continuazione ritenuti, per avere il primo sottoposto la moglie a reiterati atti di aggressione, ingiurie, minacce e vessazioni morali e per averla minacciata, insieme a M.D. e G.D., al cui indirizzo il prevenuto impugnava un tridente dichiarando che «li avrebbe ammazzati tutti» (artt. 572, primo comma, e 612, secondo comma, c.p.). Per fatti avvenuti sino al 25 aprile 2010, quanto ai maltrattamenti, ed il 25 aprile 2010, quanto all’episodio di minaccia.

2. Ricorre in cassazione avverso l’indicata sentenza il difensore di fiducia dell’imputato con tre motivi di annullamento.

2.1 Con il primo motivo si denuncia la violazione della legge penale in cui sarebbe incorsa la Corte di appello di Messina là dove aveva mancato di dichiarare la prescrizione del reato di cui all’art. 372 c.p. che, ex art. 157 c.p., in ragione della pena ratione temporis applicabile, ante legge n. 172/2012. Sarebbe maturata il 16 luglio 2017, e quindi al decorso del termine di sette anni e sei mesi dal 16 gennaio 2010, data in cui, diversamente da quanto contestato in imputazione, si sarebbe protratta la condotta di maltrattamento.

La persona offesa, nel corso del suo esame, aveva infatti riferito del perdurare della condotta del coniuge sino al momento in cui, allontanandosi dal domicilio familiare, era andata a vivere con i figli, nella casa dei propri genitori, data, quest’ultima, individuabile in quella del 16 gennaio 2010 in ragione di quanto esposto nel ricorso per separazione personale, allegato al ricorso per cassazione.

2.2 Con il secondo motivo si fa valere dell’impugnata sentenza la violazione di legge in relazione all’art. 572, primo comma, c.p..

La Corte di appello di Messina avrebbe ritenuto l’integrazione del contestato reato in difetto di reali vessazioni lesive dell’integrità fisica e del patrimonio morale della persona offesa non individuabili in situazioni episodiche e contingenti che non avrebbero provato l’abitualità della condotta e rispetto alle quali la persona offesa avrebbe conservato la propria autonomia. Tanto sarebbe stato ricostruibile dalle dichiarazioni testimoniali rese dalla cognata che aveva riferito di un episodio risalente a dieci anni prima e dal figlio dell’imputato che aveva riportato che il padre «non aiutava» la madre e «non faceva quello che un marito deve fare».

2.3 Con il terzo motivo si denuncia erronea inosservanza ed applicazione della legge penale e vizio di motivazione in relazione alla minaccia contestata al capo b) della rubrica.

In querela si evidenziava che l’imputato inveiva all’indirizzo della cognata, M.D., alla quale imputava la rovina della famiglia ed a cui diceva che gliela avrebbe fatta pagare, circostanza confermata in sede di esame della moglie del primo là dove invece la stessa M.D. aveva escluso, in modo categorico, di essere presente all’episodio.

La Corte di merito avrebbe giustificato la discrasia per una probabile errata percezione ed interpretazione delle domande all’offesa formulate in corso di escussione dibattimentale. Vi sarebbero state contraddizioni anche tra quanto indicato in querela e quanto invece dichiarato dagli altri testi, i figli dell’imputato, e G.D., che aveva riferito che il pervenuto, prendendo il forcone, avrebbe mantenuto una distanza di dieci metri dagli offesi, evidenza sulla scorta della quale la Corte territoriale avrebbe dovuto escludere, quanto meno, l’elemento soggettivo del reato.

Considerato in diritto

1. Il Primo motivo di ricorso è ammissibile perché introduce un presupposto di fatto – così per l’intervenuta separazione personale tra i coniugi del 16 gennaio 2010 – non dedotto in appello; resta ferma in ogni caso una ricostruzione del fatto, per le condotte contestate in rubrica e ritenute in sentenza, dirette a ricondurre il protrarsi della violenza, propria anche della contestata fattispecie di maltrattamento ex art. 572 c.p., fino al 25 aprile 2010, data, questa, che esclude l’intervenuta maturazione della causa estintiva dei reati nel termine massimo (art. 161, secondo comma, c.p.), applicabile in ragione del registrato intervento di cause interruttive, al momento di adozione della sentenza di appello pronunciata il 13 settembre 2017.

2. Al secondo ed al terzo motivo di ricorso si accompagna una alternativa lettura del fatto capace di sottrarre logica struttura all’impugnata sentenza là dove il carattere sistematico delle condotte, proprio del reato di maltrattamenti di cui all’art. 572 c.p., resta definito dai giudici di appello per un composto giudizio in cui convergono, senza denunciare dell’osservato percorso manifeste illogicità e contraddizioni, i riportati racconti dei testi escussi: la persona offesa, la sorella della stessa ed i figli.

Per costante affermazione di questa Corte di legittimità, la maternità del delitto di maltrattamento in famiglia resta integrata da una serie di atti lesivi dell’integrità fisica o della libertà o del decoro del soggetto passivo nei confronti del quale viene così posta in essere una condotta di sopraffazione sistematica tale da rendere particolarmente dolorosa la stessa convivenza, dovendo poi l’elemento psichico concretizzarsi nella volontà dell’agente di avvilire e sopraffare la vittima unificando i singoli episodi di aggressione alla sfera morale e materiale di quest’ultima, non rilevando, nella natura abituale del reato, che durante il lasso di tempo considerato siano riscontrabili nella condotta dell’agente periodi di normalità e di accordo con il soggetto passivo (ex multis: Sez. 6, n. 8510 del 26/06/1996, Lombardo, Rv. 205901-01; Sez. 3, n. 6724 del 22/11/2017, dep. 2018, D. L. Rv. 272452).

Nel dare valutazione al raccolto materiale di prova la Corte territoriale si è attenuta all’indicato principio ed il motivo proposto denunciando la violazione dell’art. 572 cod. pen., nell’interpretazione datane dalla giurisprudenza di legittimità, risulta nei suoi contenuti manifestamente infondato.

del pari, quanto all’episodico di minaccia aggravata contestato al capo b) della rubrica, la Corte di merito motiva sulla sussistenza del reato di cui all’art. 612, secondo comma, cod. pen. Dando buon governo delle risultanze di prova per un giudizio che non si lasica censurare per la contraddittorietà delle raggiunte conclusioni.

Resta poi fermo il principio per il quale a fronte di una cd. Doppia conforme, e quindi della formulazione di un giudizio penale responsabilità da parte dei giudici di merito di primo e secondo grado, la contestazione sul dato di prova che si assuma non correttamente interpretato debba spingersi fino a ritenere dello stesso travisamento, tema, questo, invece, neppure cennato in ricorso in cui il deducente sollecita questa Corte di legittimità ad una nuova diretta valutazione del fatto, per un non mediato ed inammissibile scrutinio della prova e dei suoi esiti.

3. Il ricorso è, quindi, in via conclusiva inammissibile.

Alla inammissibilità segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma, in via equitativa stimata, di euro duemila in favore della cassa delle ammende, con condanna altresì del ricorrente alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa sostenute nel presente giudizio dalle costituite parti civili, D.E.D., D. M. e D. G., che si liquidano, in ragione della notula in atti e delle previsioni di cui al d.m. n. 37 del 2018, in ragione, anche del numero dei rappresentanti /art. 12, comma 2, d.m. n. 55 del 2014 come modificato dall’art. 3, comma 1, d.m. n. 37 del 2018), in complessivi euro cinquemilaseicento oltre accessori di legge con distrazione in favore del difensore, dichiaratosi antistatario.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro duemila in favore della cassa delle ammende. Condanna lo stesso ricorrente alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa sostenute nel presente giudizio dalle costituite parti civili D. E. D., D. M. e D. G. che liquida in complessivi euro cinquemilaseicento oltre accessori di legge con distrazione in favore del difensore dichiaratosi antistatario.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 d.lgs. 196/03 in quanto disposto d’ufficio e/o imposto dalla legge.


Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 15 novembre 2018 – 4 gennaio 2019, n. 175

Presidente Paoloni – Relatore Capozzi

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza in epigrafe la Corte di appello di Cagliari, a seguito di gravame interposto dall’imputato Gi. OL. avverso la sentenza emessa in data 17.5.2015 dal locale Tribunale, ha confermato la decisione con la quale il predetto imputato è stato riconosciuto colpevole del reato di cui all’art. 572 cod. pen. ai danni della moglie e condannato a pena di giustizia, oltre le statuizioni civili in favore della parte civile costituita.

2. Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’imputato che deduce:

2.1. Violazione dell’art. 572 cod. pen. essendo stato ritenuto abituale il reato fino al 28.9.2011 e travisamento dei fatti. La cessazione della condotta contestata era desumibile dal verbale di remissione della querela in data 6.9.2010 da parte della persona offesa con la quale questa aveva dichiarato che dopo la presentazione della querela in data 17.7.2009 il marito era cambiato in meglio ed aveva cessato di insultarla, dedicandosi alla famiglia. Di qui la avvenuta prescrizione del reato. Errato è il giudizio della Corte in ordine alla mancanza di carica dimostrativa della remissione della querela, esito di un giudizio illogico e contraddittorio.

2.2. Contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in relazione alla deposizione della parte offesa all’udienza del 29.9.2011: questa, infatti, ha confermato la cessazione della permanenza del reato denunciato nel luglio 2009, riferendo di altri fatti successivi alla remissione della querela che non valgono a far ritenere interrotta/cessata la permanenza della condotta.

2.3. Violazione dell’art. 62 bis cod. pen. e vizio di omessa motivazione in ordine alla mancata concessione delle attenuanti generiche, senza considerare la interruzione della permanenza del reato sopra indicata.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile.

2. Il primo e secondo motivo sono manifestamente infondati in quanto ineccepibile è la ritenuta carenza di valenza dimostrativa della remissione della querela, rappresentando essa al più un tentativo della vittima di rappacificare il clima familiare senza per questo modificare la condizione di debolezza e soggezione psichica rispetto all’autore delle condotte vessatorie, risultando inoltre che – dopo la remissione – il ricorrente aveva ripreso le medesime condotte.

3. Il terzo motivo è manifestamente infondato in considerazione della ritenuta continuità della condotta per sette anni in assenza di segni di ravvedimento, posta a base del diniego delle attenuanti generiche.

4. Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma che si stima congrua di Euro duemila in favore della cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della cassa delle ammende.


Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 4 luglio 2018 – 19 marzo 2019, n. 12196

Presidente Fidelbo – Relatore Costanzo

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza n. 456/2018 del 26/01/2018, la Corte di appello di Palermo ha confermato la condanna inflitta dal Tribunale di Trapani a D.B.G. per reati ex artt. 572 e 582 c.p., art. 577 c.p., comma 2, per avere maltrattato con ingiurie e percosse e cacciandola da casa la moglie P.G. che successivamente perseguitava nei modi descritti nelle imputazioni (capo A, “in epoca anteriore al 26/05/2009 e fino a tale data” e “dal 26/05/2009 e nel corso dell’anno 2010” per la porzione di condotte originariamente qualificate come atti persecutori e poi assorbite nel reato di maltrattamenti; ex art. 612 c.p., comma 2, per averla minacciata e averle procurato lesioni (capo B, “dal 26/05/2009 e nel corso dell’anno 2010); ex art. 635 c.p., comma 2, n. 3, per avere danneggiato l’appartamento di proprietà dello IACP di Trapani (capo C, “il 29/12/2009”), riuniti ex art. 81 c.p., comma 2. Ha confermato, inoltre, la condanna al risarcimento dei danni nei confronti delle parti civili costituite e le correlate statuizioni sulle spese processuali.

2. Nel ricorso di D.B. si chiede annullarsi la sentenza per: a) mancata assunzione di prova decisiva e, comunque, vizio della motivazione nel rigetto della richiesta di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale (primo e secondo motivo di appello) dopo la revoca dell’ordinanza che aveva disposto l’esame di alcuni testi della difesa (vicini di casa e amici della coppia D.B. -P. ) e del proprietario dell’auto che l’imputato avrebbe usato per tamponare quella sulla quale viaggiava la P. ; b) violazione dell’art. 192 c.p., comma 1, e art. 533 c.p., comma 1 nel valutare le dichiarazioni accusatorie della moglie, mossa da astio, e i generici riscontri offerti dalle dichiarazioni dei figli, trascurando quelle dei vicini di casa e dei parenti dell’imputato (che non ricordano litigi o aggressioni) e “la mancata corresponsione del mantenimento quale causa delle dichiarazioni accusatorie” e mancando prova della responsabilità per il danneggiamento; c) violazione dell’art. 572 c.p. non emergendo una condotta abituale (ma solo episodi sporadici e occasionali nell’arco di 25 anni, inidonei a rendere intollerabile il regime di vita della persona offesa), nè risultando provato il dolo unitario; d) violazione degli artt. 157 e 161 c.p. per essersi il reato di maltrattamenti prescritto durante il giudizio di appello anche computandosi la sospensione della prescrizione dal 4/03/2016 al 6/05/2016; e) mancanza di motivazione della determinazione della pena in misura non nel minimo edittale o, comunque, più mite rispetto a quella inflitta in primo grado.

Considerato in diritto

1. I primi tre motivi di ricorso sono infondati.

1.1. Quanto al primo motivo di ricorso, deve osservarsi che il diritto della parte di “difendersi provando”, sancito dall’art. 495 c.p.p., comma 2, art. 6, comma 3, lett. d), CEDU e art. 111 Cost., comma 2, va coordinato con il potere del giudice di revocare ex art. 495 c.p.p., comma 4, l’ammissione di prove risultanti superflue, potere che è, nel corso del processo più ampio che all’inizio del dibattimento quando il giudice può non ammettere solo le prove vietate dalla legge o manifestamente superflue o irrilevanti (Sez. 3, n. 13095 del 17/01/2017, Rv. 269331; Sez. 5, n. 9687 del 02/12/2014, dep. 2015, Rv. 263184 Sez. 6, n. 13792 del 06/10/1999, Rv. 215281).

Pertanto, la deduzione circa la mancata ammissione di una prova decisiva conduce a una verifica della logicità e congruenza della argomentazione sviluppata nella sentenza circa gli elementi di prova (Sez. 2, n. 31883 del 30/06/2016, Rv. 2674830; Sez. 6, n. 5562 del 13/04/2000, Rv. 220547; Sez. 6, n. 13792 del 06/10/1999, Rv. 215281), fermo restando che l’eventuale mancanza di motivazione dell’ordinanza che valuta superflua una prova, produce una nullità di ordine generale che, se non immediatamente dedotta ex art. 182 c.p.p., comma 2, risulta sanata (Sez. 6, n. 53823 del 05/10/2017, Rv. 271732; Sez. 6, n. 11400 del 12/02/2015, Rv. 262783).

Il giudice di appello può disporre ex art. 603 c.p.p., comma 3, la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, anche indipendentemente dalle richieste delle parti (Sez. 3, n. 5854 del 29/11/2012, dep. 2013, Rv. 254850), se necessaria per decidere, (Sez. 1, n. 44324 del 18/04/2013, Rv. 258320) e la mancata rinnovazione dell’istruttoria in appello può censurarsi in cassazione se la motivazione della decisione impugnata contiene lacune o manifeste illogicità, ricavabili dal testo del provvedimento e concernenti punti di decisiva rilevanza, che sarebbero state presumibilmente evitate con l’assunzione o la riassunzione di determinate prove in appello (Sez. 6, n. 18506 del 6/054/2016; Sez. 6, n. 1400 del 22/10/2014, dep. 2015, Rv. 261799).

Nel caso in esame, la Corte di appello ha congruamente osservato che erano indicati nella lista dei testi della difesa “ben sette soggetti che avrebbero dovuto riferire quali vicini di casa ed amici dei coniugi D.B. -P. (…) di guisa che, dopo avere escusso i primi tre testi sulle medesime circostanze, appare pienamente legittima l’ordinanza emessa dal primo giudice (…) avendo ritenuto superflua l’audizione degli ulteriori testi indicati” ex art. 495 c.p.p., comma 4. Ha anche confermato la non necessità, ex art. 507 c.p.p., dell’assunzione del teste D.B.G. richiesta dalla difesa ritenendo poco rilevante l’accertamento della proprietà dell’autovettura usata da D.B. ritenendo comunque “ampiamente comprovato, alla stregua delle altre acquisizioni probatorie” l’episodio delle lesioni arrecate alla persona offesa. Circa la prova del danneggiamento, la Corte – richiamando le argomentazioni del Tribunale – ha considerato che dopo l’assegnazione della casa coniugale le chiavi furono consegnate alla P. nel dicembre del 2009 dall’avvocato del marito del quale la donna fece constatare ai Carabinieri gli atti di vandalismo attuati quali ritorsioni nei suoi confronti, mentre l’assunto difensivo secondo cui autori del danneggiamento avrebbero potuto essere dei ladri non è supportato da allegazioni relative a forzature della serratura o a altri dati indicativi.

1.2. Quanto al secondo motivo di ricorso, la sentenza dà conto: dell’attendibilità della persona offesa valutata anche con riferimento alla narrazione di specifici episodi significativi e ai riscontri offerti dalle dichiarazioni dei tre figli (due dei quali anch’essi minacciati da D.B. ) della coppia, dei parenti della persona offesa e degli appartenenti alla Polizia giudiziaria che hanno appurato il contenuto dei messaggi inviati dall’imputato alla moglie; della implausibilità delle dichiarazioni dei parenti dell’imputato e di alcuni vicini di casa oltre che della ritrattazione delle iniziali dichiarazioni accusatorie da parte della teste N.M. (pp. 2-3).

1.3. Il terzo motivo di ricorso è fondato.

L’elemento oggettivo del delitto di maltrattamenti in famiglia è costituito da più atti (delittuosi o meno) vessatori causanti sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi, anche se in un limitato contesto temporale (Sez. 3, n. 6724 del 22/11/2017, dep. 2018, D.L., Rv. 272452; Sez. 6, n. 25183 del 19/06/2012, Rv. 253041; Sez. 5, n. 2130 del 09/01/1992, Rv. 189558), Vale rimarcare che, per essere abituali, le condotte non devono essere sporadiche (Sez. 6, n. 8953 del 21/06/1984, Rv. 166250; Sez. 6, n. 1084 del 08/10/1970, Rv. 115947).

L’elemento soggettivo non richiede la programmazione di una pluralità di atti: basta la coscienza e la volontà di persistere in un’attività vessatoria, già attuata in precedenza, idonea a ledere la personalità della vittima; in altri termini, la sussistenza del dolo unitario non richiede l’intenzione di sottoporre la persona offesa, in modo continuo e abituale, a una serie di sofferenze fisiche e morali, ma solo la consapevolezza dell’agente di persistere in un’attività vessatoria (ex multis: Sez. 6, n. 15146 del 19/03/2014, Rv. 259677; Sez. 6, n. 25183 del 19/06/2012, Rv. 253042; Sez. 6, n. 16836 del 18/02/2010, Rv. 246915).

Posto questo, deve rilevarsi che la sentenza di primo grado manca di motivazione circa la sussistenza degli elementi costitutivi propri del reato ex art. 572 c.p. e che la sentenza impugnata risulta carente in relazione alla valutazione della abitualità delle condotte perché al riguardo la Corte di appello si è limitata a evidenziare quella che ha definito la “pluralità delle condotte violente e vessatorie che consentono di ritener sussistente il requisito della abitualità” (p. 4), senza una argomentazione che raccordi puntualmente fra loro, alla stregua dei principi di diritto sopra richiamati, i singoli comportamenti, individuando esplicitamente un atteggiamento volitivo che non si risolva in manifestazioni, seppur ripetute, di contingente aggressività, ma comprovi il consapevole perseverare in condotte lesive della dignità della persona offesa (Sez. 6, n. 25183 del 19/06/2012, Rv. 253042; Sez. 6, n. 16836 del 18/02/2010, Rv. 246915).

4. Su queste basi la sentenza impugnata andrebbe annullata con rinvio per un nuovo giudizio sul punto.

Deve, però, registrarsi che è fondato anche il quarto motivo di ricorso perché i reati ascritti a D.B. – il più recente (capo B) dei quali è contestato come commesso “nel corso dell’anno 2010” – risultano, anche considerando i 2 mesi e 2 giorni di sospensione del corso della prescrizione, tutti prescritti prima della decisione della Corte di appello.

Nè, sulla base di quanto sopra osservato sub 1.1., 1.2. e 1.3., alla Corte di appello si presentavano i presupposti (l’assenza, rilevabile con una mera attività ricognitiva, di prova della colpevolezza o la prova positiva dell’innocenza) per fare prevalere una decisione di proscioglimento sulla dichiarazione di improcedibilità per intervenuta prescrizione (Sez. 6, n. 27725 del 22/03/2018, Rv. 273679; Sez. 6, n. 10284 del 22/01/2014, Rv. 259445).

Da quanto precede (che comporta l’irrilevanza del quinto motivo di ricorso) deriva che la sentenza impugnata va annullata senza rinvio, quanto alle statuizioni penali, perché i reati sono estinti per intervenuta prescrizione.

Secondo giurisprudenza di questa Corte (Sez. 5, Sentenza n. 21251 del 26/03/2013; Sez. 5, n. 5764 del 07/12/2012, dep. 2013, Rv. 254965; Sez. 3, n. 26863 del 06/06/2012, Rv. 254054) il rinvio andrebbe disposto, ex art. 578 c.p.p., allo stesso giudice penale che ha emesso il provvedimento impugnato e non al giudice civile competente per valore in grado di appello, ex art. 622 c.p.p., presupponendo tale norma o il già definitivo accertamento della responsabilità penale o l’accoglimento dell’impugnazione proposta dalla sola parte civile. Deve però osservarsi, nella linea di altra giurisprudenza di questa Corte, che se sussiste un vizio di motivazione attinente alla responsabilità dell’imputato (affermata, dal giudice del merito, in sede penale), ma non vi è più spazio per una rivisitazione del giudizio penale, stante la rilevata e dichiarata estinzione del reato per prescrizione, la speciale competenza promiscua (penale e civile) attribuita al giudice penale in conseguenza della costituzione di parte civile non ha, a questo punto, ragion d’essere, mentre rinviare per le statuizioni civili al giudice civile competente per valore in grado di appello – per decidere sia sull’an che sul quantum, nonché sul regolamento tra le parti delle spese del presente giudizio – è consono alla natura, ormai solo civilistica, delle questioni, da decidere. In altri termini, il rilevamento in sede di legittimità della sopravvenuta prescrizione del reato unitamente a un vizio di motivazione della sentenza di condanna impugnata in ordine alla responsabilità dell’imputato comporta l’annullamento senza rinvio della sentenza stessa e, se questa contiene anche la condanna al risarcimento del danno in favore della parte civile, l’annullamento delle statuizioni civili con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello (Sez. 4, n. 29627 del 21/04/2016, Rv. 2678440; Sez. 5, n. 15015 del 23/02/2012, Rv. 252487; Sez. 6, n. 26299 del 03/06/2009, Rv. 244533).

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché i reati sono estinti per intervenuta prescrizione. Annulla altresì la sentenza ai fini civili e rinvia al giudice civile competente per valore in grado di appello.


Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 5 dicembre 2018 – 11 febbraio 2019, n. 6506

Presidente Petruzzellis – Relatore Capozzi

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza in epigrafe la Corte di appello di Ancona, a seguito di gravame interposto dall’imputato Z.D. avverso la sentenza emessa in data 23.5.2016 dal Tribunale di Fermo, in parziale riforma della decisione, esclusa l’aggravante contestata ai capi b) e c), ha rideterminato la pena inflitta al predetto riconosciuto responsabile dei reati di cui all’art. 572 cod. pen. (capo a)), art. 582 (capi b e c)) e art. 570 cod. pen. (capo d)).

2. Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’imputato che, con atto del difensore, deduce con unico motivo erronea applicazione dell’art. 572 cod. pen.. La Corte di merito, secondo il ricorrente, ha escluso l’incidenza sulla sussistenza della fattispecie dell’abbandono della casa coniugale da parte della persona offesa a partire dal gennaio 2010 con l’interruzione della convivenza. L’abitualità della condotta di maltrattamento non può essere surrogata dai vincoli nascenti dal coniugio laddove nell’arco di 18 mesi – a decorrere dal 6.1.2010 – detta asserita condotta si sarebbe concretizzata in due episodi (quelli sub b e c), peraltro distanti nove mesi l’uno dall’altro.

D’altra parte, si invoca l’autonomia dei fatti successivi alla cessazione della convivenza more uxorio con riferimento all’orientamento giurisprudenziale che li colloca nell’ambito del diverso reato di cui all’art. 612 bis cod. pen..

3. Con memoria difensiva nell’interesse della persona offesa si evidenzia l’erronea prospettazione giuridica e fattuale del ricorrente in ordine alla pretesa cessazione dell’abitualità della condotta criminosa, proseguita anche dopo la fine della convivenza senza soluzione di continuità. Segnala, inoltre, che secondo l’orientamento di legittimità la fattispecie di maltrattamenti sopravvive alla separazione legale e sussiste fino alla pronunzia del divorzio.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile perché manifestamente infondato.

2. I Giudici del merito hanno escluso l’incidenza della cessazione della convivenza tra i coniugi sulla sussistenza del reato di maltrattamenti dando contezza della abitualità della condotta anche successivamente alla cessazione della convivenza (v. pg. 9 della sentenza), considerando che la prima querela risulta essere stata sporta nel dicembre del 2010 e, quindi, ben dopo l’allontanamento dalla casa coniugale che non aveva visto cessare le condotte maltrattanti del ricorrente.

3. Il giudizio così espresso è del tutto privo di vizi logici e giuridici in conformità al costante orientamento di legittimità, puntualmente richiamato dalla sentenza impugnata, secondo il quale è configurabile il delitto di maltrattamenti in famiglia anche in danno di persona non convivente o non più convivente con l’agente, quando quest’ultimo e la vittima siano legati da vincoli nascenti dal coniugio o dalla filiazione (Sez. 6, n. 33882 del 08/07/2014,C., Rv. 262078 – 01; Sez. 2, n. 39331 del 05/07/2016, Spazzoli ed altro, Rv. 267915 – 01) essendo stato spiegato in tale ultima decisione che la convivenza non rappresenta un presupposto della fattispecie e, pertanto, quanto al rapporto tra i coniugi, la separazione legale non esclude il reato quando le condotte persecutorie incidano sui vincoli di reciproco rispetto, assistenza morale e materiale, nonché di collaborazione, che permangono integri anche seguito della cessazione della convivenza.

E le considerazioni che precedono assorbono ogni questione in ordine alla dedotta qualificazione della condotta ai sensi dell’art. 612 bis cod. pen., in ogni caso correttamente escluso dagli stessi Giudici anche in applicazione della clausola di sussidiarietà espressamente prevista dalla predetta fattispecie.

4. Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma che si stima equo determinare in Euro duemila in favore della cassa delle ammende nonché alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa sostenute nel presente giudizio dalla parte civile T.S. , ammessa al patrocinio a spese dello stato, nella misura che sarà separatamente liquidata dal giudice di merito, disponendo il pagamento di tali spese in favore dello Stato.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della cassa delle ammende. Condanna, inoltre, l’imputato alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa sostenute nel presente giudizio dalla parte civile T.S. , ammessa al patrocinio a spese dello Stato, nella misura che sarà separatamente liquidata, disponendo il pagamento di tali spese in favore dello Stato.


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