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Diffamazione sui social: ultime sentenze

29 Aprile 2019
Diffamazione sui social: ultime sentenze

Diffamazione sui social network; diffamazione aggravata; post su Facebook; commenti su Instagram; diritto di critica; offesa della vittima; lesione dell’onore e della reputazione; diffusione dello scritto; posizione sociale della vittima.

In questo articolo potrai scoprire le ultime sentenze in merito alla diffamazione sui social network. Con molta frequenza, molte persone condividono sui social i loro post, talvolta senza pensare alle possibili conseguenze che può comportare la pubblicazione di un pensiero che racchiude un contenuto diffamatorio.

Denuncia di prezzi esosi di un ristorante e accusa di truffa sul peso dei ravioli: è diffamazione?

Rientra nel diritto di critica il post pubblicato sul social network con il quale si “denunciano” i prezzi esosi di un ristorante locale accusando anche di “truffare” sul peso dei ravioli. Non sussiste pertanto il reato di diffamazione in quanto non possono addossarsi a un mero utente gli stessi oneri informativi richiesti ai giornalisti. Ad affermarlo è la Cassazione, per la quale si tratta, infatti, di figure diverse per ruolo, formazione, capacità espressive, spazio divulgativo e contesto.

Cassazione penale sez. V, 19/11/2018, n.3148

Diffamazione sui social network: è aggravata?

L’uso dei social network, e quindi la diffusione di messaggi veicolati a mezzo internet, integra un’ipotesi di diffamazione aggravata con altro mezzo di pubblicità – anziché con il mezzo della stampa – ai sensi dell’art. 595, comma 3, c.p. in quanto rientrante in una categoria più ampia, comprensiva di tutti quei sistemi di comunicazione e, quindi, di diffusione – dai fax ai social media – che, grazie all’evoluzione tecnologica, rendono possibile la trasmissione di dati e notizie ad un consistente numero di persone. In caso di diffamazione mediante l’utilizzo di un social network, non è dunque applicabile la disciplina prevista dalla l. n. 47 del 1948, ed in particolare, l’aggravante ad effetto speciale di cui all’art. 13.

Cassazione penale sez. V, 23/01/2017, n.8482

Prova del danno all’onore e alla reputazione

In materia di danno causato da diffamazione, idonei parametri di riferimento possono rinvenirsi, tra gli altri, dalla diffusione dello scritto, dalla rilevanza dell’offesa e dalla posizione sociale della vittima. E così, valorizzando siffatte coordinate ermeneutiche, è possibile far assurgere a criteri presuntivi di verificazione del danno non patrimoniale, la diffusione dello scritto attraverso il social network Facebook, idoneo a diffondere il messaggio pubblicato lesivo, anche attraverso il sistema delle cd. condivisioni, ben oltre la cerchia di cd. amici della titolare del profilo.

Tribunale Potenza, 19/10/2018, n.864

Frase offensiva su Instagram 

Ai fini della concreta quantificazione del danno deve considerarsi l’ipotesi in cui la frase offensiva sia stata pubblicata su Instagram, ossia su un social network di larga diffusione. Si tratta di un’ipotesi di diffamazione aggravata con altro mezzo di pubblicità – anziché con il mezzo della stampa – ai sensi dell’art. 595 comma 3 c.p. in quanto rientrante in una categoria più ampia, comprensiva di tutti quei sistemi di comunicazione e, quindi, di diffusione – dai fax ai social media – che, grazie all’evoluzione tecnologica, rendono possibile la trasmissione di dati e notizie ad un consistente numero di persone.

Tribunale Milano sez. I, 21/08/2018, n.8738

Post offensivi su Facebook

Se il social network non collabora nell’identificazione dell’autore del reato, le indagini devono essere approfondite per individuare chi ha scritto il post. Ad affermarlo è la Cassazione che ha imposto ai giudici di merito di motivare adeguatamente le ragioni dell’archiviazione a carico del presunto autore della diffamazione on line.

Il caso riguardava alcuni post offensivi pubblicati su Facebook da un utente la cui identità era rimasta incerta, a seguito del rifiuto dei gestori di Facebook di fornire l’indirizzo IP dell’autore del messaggio. Il decreto di archiviazione disposto dal Gip veniva però impugnato in Cassazione dalla persona offesa che lamentava l’assoluta mancanza di indagini suppletive e di analisi degli ulteriori indizi forniti dalla persona offesa.

Da qui la pronuncia della Suprema corte che ha imposto ai giudici di merito di andare oltre la mancata collaborazione dei social network e di approfondire tutti gli elementi utili alle indagini.

Cassazione penale sez. V, 12/07/2018, n.42630

Vittima individuata attraverso una serie di indizi

Il reato di diffamazione a mezzo social network (Facebook) è integrato anche quando la vittima può essere individuata da una serie concordante di elementi indiziari, pur non essendo mai esplicitamente indicato il suo nome, gli stessi elementi che possono consentire di individuarlo come bersaglio anche ad altri frequentatori del social network su cui i post vengono pubblicati.

Ovviamente, quando la vittima non è un personaggio famoso, si tratta di una cerchia di persone limitata a coloro che per motivi personali o di lavoro sono a conoscenza dei particolari della sua vita privata (ad esempio, l’occupazione lavorativa, il giorno del compleanno, la motocicletta posseduta). Tuttavia, si tratta di un ambito quantitativamente apprezzabile ed ampiamente sufficiente ad integrare l’elemento oggettivo del reato di diffamazione, il che vale a configurare anche l’ipotesi aggravata di cui al comma terzo dell’art. 595 c.p. poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone.

Tribunale Pescara, 05/03/2018, n.652

Oscuramento della pagina Facebook 

È legittimo il sequestro preventivo tramite oscuramento della pagina Facebook per chi è indagato per diffamazione commessa tramite l’utilizzo del social network, per aver ripetutamente offeso la reputazione di più persone. Lo precisa la Cassazione dichiarando inammissibile il ricorso dei due inquisiti contro l’ordinanza confermativa del tribunale del riesame.

Per la Corte le forme di comunicazione telematica, quali blog, newsletter ecc…, pur rientrando nell’articolo 21 Costituzione, non godono delle garanzie costituzionali previste per la stampa: “in essi, infatti chiunque può esprimere il proprio pensiero su ogni argomento, suscitando opinioni e commenti da parte dei frequentatori del mondo virtuale”.

Cassazione penale sez. V, 13/12/2017, n.21521

Uso di social network e internet

L’uso dei social network, e quindi la diffusione di messaggi veicolati a mezzo internet integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma 3, c.p., poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o, comunque, quantitativamente apprezzabile di persone, qualunque sia la modalità informatica di condivisione e di trasmissione.

Del resto, l’art. 595, comma 3, c.p., riferendo la diffamazione aggravata all’uso del mezzo della stampa ovvero disgiuntamente all’uso di ogni altro mezzo di pubblicità, rende evidente come la categoria dei mezzi di pubblicità sia più ampia del concetto di stampa, includendo tutti quei sistemi di comunicazione e, quindi, di diffusione – dal fax ai social media – che, grazie all’evoluzione tecnologica, rendono possibile la trasmissione di dati e notizie a un numero ampio o addirittura indeterminato di soggetti.

Cassazione penale sez. V, 23/01/2017, n.8482

Diffamazione sui social: mezzo stampa o pubblicitario?

La pubblicazione di un messaggio diffamatorio sulla bacheca Facebook con l’attribuzione di un fatto determinato configura il reato di cui all’art. 595, commi 2 e 3,c.p. ed è inclusa nella tipologia di qualsiasi altro mezzo di pubblicità e non nella diversa ipotesi del mezzo della stampa giustapposta dal Legislatore nel medesimo comma.

Deve, infatti, tenersi distinta l’area dell’informazione di tipo professionale, diffusa per il tramite di una testata giornalistica online, dall’ambito – più vasto ed eterogeneo – della diffusione di notizie ed informazioni da parte di singoli soggetti in modo spontaneo.

In caso di diffamazione mediante l’utilizzo di un social network, non è dunque applicabile la disciplina prevista dalla l. n. 47/1948, ed in particolare, l’aggravante ad effetto speciale di cui all’art. 13.

Cassazione penale sez. V, 14/11/2016, n.4873


6 Commenti

  1. Vengono sottovalutati troppo i pericoli dei social quando si tratta di scrivere commenti o post diffamatori su altre persone. Pochi sanno che le comunicazioni sui social (come Facebook) che si rivolgono a un numero indeterminato di destinatari possono integrare la diffamazione aggravata (ormai la giurisprudenza sembra abbastanza unanime su questo, come confermano siti specializzati). Se pensiamo che per questo tipo di diffamazione viene prevista la reclusione da sei mesi a tre anni o una multa non inferiore a 516 euro, più forse migliaia di euro di risarcimento oltre spese processuali, si capisce quanto dobbiamo stare attenti a non denigrare il nostro prossimo!

  2. Buon giorno una denuncia per diffamazione sui social dopo che l’articolo è stato cancellato e non piu’ reperibile si puo’ procedere in ugual modo?.

    1. Certo,
      solamente è più difficile provare il fatto, che comunque può essere dimostrato mediante screenshot, foto, testimoni, ecc.

    2. Renato puoi trovare tutte le informazioni nei nostri articoli:
      -Diffamazione online https://www.laleggepertutti.it/284994_diffamazione-online
      -Diffamazione sui social network https://www.laleggepertutti.it/245406_diffamazione-sui-social-network
      -Denuncia per diffamazione https://www.laleggepertutti.it/294183_denuncia-per-diffamazione
      -Offese su Facebook: diffamazione aggravata https://www.laleggepertutti.it/126225_offese-su-facebook-diffamazione-aggravata

  3. Ho realizzato sul mio PC personale un fotomontaggio goliardico e volgare di una persona facente parte del gruppo organizzato che frequento. Ho inviato questo fotomontaggio ad un’altra persona facente parte del medesimo gruppo tramite messaggio privato WhatsApp. Sfortuna vuole che anche la persona ritratta ne abbia preso visione.Nei giorni successivi, scopro che la vittima del fotomontaggio, sul suo profilo personale su Facebook (visibile anche ai membri del gruppo organizzato) ha pubblicato post inneggianti al NO BULLISMO e alla pochezza degli uomini di oggi (senza pubblicare la foto in questione ne riferimenti espressi alla mia persona). A seguito, molti commenti di membri della comunità che la assecondano e prendono le sue difese, con accuse di bullismo e bassezza morale. Pur non citando il mio nome, è palese che si riferiscano alla mia persona e dai commenti emerge che, se non il possesso, terzi siano venuti e stanno venendo a conoscenza della fotografia.Chiedo cortesemente quali sono i limiti e le potenzialità per un’azione legale da parte mia e nel caso, ove persistano le condizioni, da parte della vittima del fotomontaggio.

    1. Bisogna innanzitutto precisare che il lettore si è esposto al rischio di incorrere nel reato di diffamazione (art. 595 cod. pen.): per giurisprudenza pacifica (tra le tante, Cass., sent. n. 31728/2004), in tema di diffamazione commessa mediante scritti, sussiste il requisito della comunicazione con più persone, necessario per integrare il reato, anche quando le espressioni offensive siano comunicate ad una sola persona ma destinate ad essere riferite almeno ad un’altra persona, che ne abbia poi effettiva conoscenza. Dunque, anche se il commento irrispettoso sia comunicato a una sola persona, con la consapevolezza però che possa essere trasmesso anche ad altri, è possibile incorrere nel reato. La querela andrebbe sporta entro tre mesi dal fatto delittuoso, pena l’improcedibilità del reato.Detto ciò, vediamo se la condotta della persona inizialmente insolentita possa integrare anch’essa gli estremi della diffamazione, per giunta aggravata (art. 595, terzo comma, c.p.), visto l’utilizzo dei social network.Secondo la giurisprudenza (Cass., sent. n. 16712 del 16 aprile 2014), la diffamazione sussiste anche quando non si faccia espressamente il nome della vittima, ma ad essa si può risalire in base a circostanze univoche; in altre parole, ai fini dell’integrazione del reato di diffamazione, anche a mezzo di internet, è sufficiente che il soggetto la cui reputazione è lesa sia individuabile da parte di un numero limitato di persone, indipendentemente dall’indicazione del nominativo.È chiaro che una valutazione del genere va fatta di caso in caso, nel senso che bisogna capire effettivamente se:i commenti siano idonei a ledere la reputazione altrui;le persone che leggono suddetti commenti possano individuare, senza alcun dubbio, a chi siano riferiti.Nel caso esposto, dunque, potrebbero ravvisarsi gli estremi della diffamazione implicita, purché ricorrano dette condizioni. Il sottoscritto può dire ben poco a riguardo: dallo screenshot di Facebook presi in visione non si ravvisa una condotta diffamatoria o comunque illecita. Altro materiale dovrebbe essere preso in considerazione ma, se è di analogo tenore, a sommesso avviso dello scrivente non ricorre alcun reato.Va peraltro aggiunto che, se il fotomontaggio da cui è nata tutta la vicenda fosse stato diffuso dalla persona direttamente interessata, neanche questa condotta costituirebbe illecito, in quanto il soggetto della canzonatura iniziale è lo stesso che poi ha provveduto alla diffusione.Certo, v’è da dire che la pubblicazione di questi post all’interno di un gruppo ristretto di persone ove vi è conoscenza reciproca, può facilitare l’identificazione della persona presa di mira. Si potrebbe diffidare formalmente con lettera raccomandata l’autore dei suddetti commenti invitandolo a desistere dal proseguire con la propria condotta, pena il ricorso alle autorità competenti per far valere le proprie ragioni. Presa visione anche dell’immagine allegata, non ricorrono gli estremi per una denuncia per diffamazione.

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