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Mantenimento e affidamento figli

28 Aprile 2019 | Autore: Lorena Parma
Mantenimento e affidamento figli

Le norme più importanti in fatto di mantenimento e affidamento dei figli in caso di divorzio o separazione. Casi particolari ed esempi pratici. 

Quando una coppia si separa, inizia una serie di momenti dolorosi e contenziosi sgradevoli. Non solo i coniugi soffrono: i figli risentono ancora di più di questo trauma famigliare. A maggior ragione, uno dei passaggi più critici in ogni separazione è quello in cui si decide chi dovrà avere la custodia dei bambini. In questo articolo, scopriremo le regole del mantenimento e affidamento dei figli, facendo esempi pratici e analizzando anche i casi più particolari.

Mantenimento dei figli: cosa serve sapere?

Nonostante il divorzio, ciascuno dei genitori deve contribuire al mantenimento, all’istruzione e alle cure dei figli [1].

L’assegno di mantenimento viene calcolato considerando il reddito complessivo della famiglia (quando era ancora unita), al fine di tutelare i figli ed eventualmente l’ex coniuge più debole economicamente. L’obiettivo, infatti, è eliminare le differenze reddituali che possono incidere sul tenore di vita alla fine del rapporto coniugale, anche per quel che riguarda il coniuge che dovrà provvedere al mantenimento della famiglia.

Secondo un principio di proporzionalità, per quanto riguarda i figli, si devono considerare:

  • le loro esigenze (eventuale necessità di cure mediche, il desiderio di frequentare una certa scuola…);
  • il tenore di vita avuto durante la convivenza con entrambi i genitori;
  • la durata della permanenza presso ciascuno dei genitori (sia prima sia dopo la separazione);
  • le possibilità economiche di entrambi i genitori;
  • la quantità di mansioni domestiche e di compiti di cura dei figli svolti da ciascun genitore (oltre alla capacità di ognuno di portare a termine questi incarichi).

Per quanto riguarda l’ex coniuge, invece, è degna di nota la sentenza della Cassazione che nel 2017 ha messo in discussione il principio, secondo cui l’ex partner deve mantenere lo stesso tenore di vita goduto durante il matrimonio [2].

Per determinare se il coniuge ha diritto al mantenimento, bisogna valutarne l’autosufficienza dal punto di vista economico. Questa disposizione non è valida per i figli: loro hanno sempre diritto allo stesso trattamento avuto in precedenza.

Chiaramente, gli accordi stipulati dalle parti in via pacifica sono ben accetti. In mancanza di tali accordi, il giudice solitamente predilige il mantenimento diretto: senza il versamento di assegni, entrambi i genitori provvedono direttamente a soddisfare le esigenze dei figli.

Se questa soluzione non fosse possibile (perché i genitori si rifiutano o perché non sussistono le condizioni adeguate), il giudice stabilirà l’entità dell’assegno di mantenimento a carico di un genitore (o di entrambi, in alcuni casi).

Mantenimento dei figli: criteri ed esempi

I tribunali italiani, quando devono stabilire la somma dell’assegno di mantenimento dei figli, tengono conto principalmente dei seguenti criteri:

  • considerano il patrimonio e il reddito dei coniugi, calcolando un’attenta ricostruzione della situazione economica famigliare;
  • decidono l’opportunità di un eventuale assegno di mantenimento dedicato all’ex coniuge presso cui risiedono i figli;
  • tengono conto del beneficio dell’assegnazione della casa coniugale presso cui risiedono i figli: il suo valore economico corrisponde al canone che si potrebbe ricavare dalla locazione o dall’affitto dell’immobile. Questo valore viene poi scalato dal totale dell’importo da versare.

Per fare un esempio pratico, consideriamo il caso di un impiegato che guadagna €1600 al mese, che non percepisce altre entrate patrimoniali (nessuna rendita da proprietà immobiliari né somme cospicue depositate sui conti correnti). Nel caso in cui avesse rinunciato alla casa coniugale, cedendola all’ex moglie e ai figli, l’ammontare dell’assegno di mantenimento mensile che deve versare potrebbe essere di:

  • circa €400, se la coppia ha avuto un solo figlio;
  • circa €640, se invece i figli sono due.

Ovviamente, sono molti i fattori che possono incidere sulla stima dell’assegno di mantenimento: un numero maggiore di figli e la presenza di un assegno anche per l’ex partner (che fanno crescere l’entità del mantenimento), ma anche la situazione della casa coniugale. Quest’ultima, infatti, deve essere esclusa dai redditi del coniuge che deve versare l’assegno e attribuita al partner beneficiario.

Mantenimento dei figli: casi particolari

L’obbligo di mantenere, istruire ed educare i figli sussiste almeno fino alla maggiore età degli stessi. Tuttavia, si estende anche oltre questa soglia, se i figli non sono ancora indipendenti dal punto di vista economico. Perciò, il giudice può predisporre il versamento di assegni di mantenimento periodici anche in presenza di figli già maggiorenni. In questi casi, per autosufficienza (o indipendenza) economica si intende il percepimento di un reddito che corrisponde a una professionalità acquisita, che segue le normali condizioni di mercato.

La Corte di Cassazione ha stabilito che, per poter togliere ai figli l’assegno di mantenimento, essi devono svolgere un lavoro adeguato alle loro attitudini e aspirazioni (non basta trovare un lavoro qualsiasi, magari precario o inadeguato). Tuttavia, se i figli rifiutano dei posti di lavoro idonei per loro senza fornire motivazioni adeguate, allora perdono il diritto al mantenimento. A causa della crescente difficoltà nel trovare posti di lavoro, ora queste ultime indicazioni sono diventate meno rigide.

Anche se non è stabilito in nessuna legge scritta, nella pratica si ritiene che l’obbligatorietà dell’assegno di mantenimento decada al compimento dei 30 anni dei figli. Inoltre, la mancanza di volontà da parte dei figli di rendersi autonomi incide sulla scelta del giudice, che può decidere di far decadere quest’obbligo anche prima.

Affidamento dei figli: cosa serve sapere

Le norme da seguire per determinare le modalità dell’affidamento dei figli minorenni si trovano in un Decreto Legislativo del 2013 [3]. Questa legge non fa più distinzioni tra i figli naturali nati dentro o fuori dal matrimonio. Inoltre, si applica in tutti i casi di divorzio, separazione e altri in cui il matrimonio sia dichiarato nullo. Sono comprese anche le situazioni delle coppie di fatto (mai state sposate).

In linea di massima, si può affermare che l’affidamento condiviso è la scelta preferita dai giudici. Tuttavia, ogni giudice prende questa decisione al fine di garantire il benessere psico-fisico dei minori. Anche in questo caso, ben vengano gli accordi presi dai genitori riguardo alle modalità dell’affidamento congiunto, purché non contrastino l’interesse e il benessere dei figli. Se trovare un accordo si rivelasse impossibile, allora il giudice deciderà sia riguardo al mantenimento sia all’affidamento e sulle modalità con cui entrambi i genitori contribuiranno nell’occuparsi dei figli.

Per quel che riguarda la responsabilità genitoriale, generalmente si intende condivisa. Però esistono situazioni in cui troviamo delle eccezioni:

  • per scelte di ordinaria amministrazione, la responsabilità genitoriale può anche essere esercitata separatamente (nei casi in cui il giudice abbia stabilito ciò). In questa categoria rientrano tutte le situazioni della vita quotidiana, meno importanti per la vita dei figli;
  • per le scelte di straordinaria amministrazione, la responsabilità genitoriale è sempre congiunta. Le decisioni devono essere prese insieme dai genitori, seguendo le tendenze e gli interessi dei figli. Se non si riesce a trovare un accordo comune, interviene il giudice. In questa categoria rientrano le situazioni e le scelte più importanti per la vita dei minori (qui la norma è volutamente vaga, per dare al giudice ampio spazio interpretativo).

Affidamento esclusivo dei figli

Nei casi in cui l’affidamento congiunto si dimostri contrario all’interesse e/o al benessere dei minori, si opta per quello esclusivo di un solo genitore. Questa soluzione può essere richiesta anche se si è già trovato un accordo per quello condiviso (in caso siano emersi fatti o informazioni che dimostrino che quest’ultima non è la scelta migliore).

A ogni modo, la decisione del giudice deve essere sempre motivata, in modo da permettere un eventuale ricorso da parte del genitore escluso dall’affidamento.

Esistono anche casi in cui il giudice sceglie fin da subito l’affidamento esclusivo. I più comuni sono quelli in cui:

  • un genitore si disinteressa dei figli, non provvedendo in modo adeguato (o per nulla) alla loro istruzione e/o cura;
  • un genitore non ha relazioni adeguate con i figli, anche nei giorni in cui essi soggiornano e pernottano presso di lui;
  • un genitore non rispetta gli accordi riguardanti il mantenimento: non versa gli assegni richiesti, non rispetta la giusta frequenza, non versa l’importo dovuto nella sua interezza e così via;
  • un genitore parla negativamente ai figli dell’altro genitore, cercando di influenzare la considerazione che essi hanno di lui o comunque ostacolando il loro rapporto con lui;
  • un caso più insolito, un genitore impone ai figli un certo credo religioso, con modalità che mettono a rischio il loro sviluppo o che ostacolano il loro naturale inserimento in società [4].

Nel caso dell’affidamento esclusivo, la responsabilità genitoriale viene esercitata dal genitore affidatario (salvo i casi di straordinaria amministrazione, che seguono le modalità sopra descritte).

Affidamento dei figli: casi particolari

Nel caso in cui i figli abbiano un’età superiore a 12 anni, la loro volontà diventa importante per la decisione sull’affidamento. Nella fase di ascolto, verranno interpellati e ascoltati dal giudice, che terrà conto delle loro preferenze nella sua decisione.

Inoltre, bisogna fare una netta distinzione tra i concetti di affidamento e collocamento: quest’ultima espressione indica il luogo in cui i figli vivono e hanno residenza e domicilio. Questo luogo è preferibile che sia unico, per non disorientare i minori e garantire loro lo stesso habitat domestico di prima (quando la famiglia era ancora unita).

Inoltre, per gli stessi motivi è consigliabile che i figli restino nella stessa casa (e che siano i genitori ad alternarsi nei turni di frequentazione).

Nel caso, fortunatamente raro, in cui entrambi i genitori si rifiutino di avere l’affidamento dei figli o siano inadatti a questo scopo, i minori vengono affidati a persone terze (e collocati presso i parenti più stretti). Nel caso estremo in cui dei parenti non esistano, non siano idonei o non disponibili, allora i figli vengono affidati e collocati presso terze persone di loro conoscenza o presso un istituto di educazione (e vengono seguiti dai servizi sociali).



Di Lorena Parma

note

[1] Art. 30 Cost.

[2] Cass. sent. n. 11504/2017.

[3] D. Lgs. n. 154/2013 del 28.12.2013 (che introduce l’art. 337-bis e seguenti nel cod. civ.).

[4] Trib. Prato sent. del 13.02.2009.


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