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Sintomi tumore al seno

5 Maggio 2019 | Autore: Salvatore Guarro
Sintomi tumore al seno

Il tumore del seno è il tumore più frequente nella popolazione femminile. La presenza di uno o più noduli, gonfiori, irritazione, ma anche secrezioni dai capezzoli sono alcuni dei sintomi da non sottovalutare.

Ti è stato diagnosticato o conosci qualcuno affetto del cancro alla mammella? Leggendo un giornale oppure ascoltando qualche servizio alla televisione o alla radio è capitato che ti sia imbattuto in questa patologia, ma non sei riuscito a comprendere completamente quali sono i sintomi tumore al seno? Questo, allora, è l’articolo giusto per te. Continuando la lettura del pezzo, infatti, potrai capire, nella maniera più semplice e chiara possibile, in cosa consiste questa condizione morbosa e come può manifestarsi. Prima di cominciare a parlare di tale neoplasia, però, è opportuno precisare che il seguente articolo non intende e non può sostituire il consulto del medico, ma ha soltanto la pretesa di rendere un po’ più chiaro e comprensibile l’argomento in oggetto. Per cui, se leggendo questo pezzo pensi di avere qualche sintomo, ti prego di non entrare nel panico, ma di parlarne col tuo medico di famiglia, il quale, se lo riterrà necessario, ti prescriverà tutti gli accertamenti del caso e magari ti consiglierà anche una visita presso uno specialista. Fatta questa necessaria e dovuta puntualizzazione cominciamo a parlare di tale stato patologico.

Cos’è il seno?

Anche se di comune utilizzo nella lingua correntemente parlata, il termine “seno” indica, anatomicamente, lo spazio compreso tra le due mammelle e non le ghiandole mammarie femminili. Queste ultime poggiano sui muscoli del torace che coprono le costole: ciascuna mammella è costituita da tessuto adiposo, dotti (condotti), vasi sanguigni e linfatici e da 15-20 lobi che, a loro volta, contengono lobuli molto più piccoli. Questi contengono gruppi di piccole ghiandole in grado di produrre il latte che scorre dai lobuli al capezzolo attraverso tubi sottili chiamati dotti (dotti galattofori).

Il capezzolo si trova al centro di una zona di pelle scura chiamata “areola”, mentre il grasso riempie gli spazi tra i lobuli ed i dotti. I vasi sanguigni, invece, fanno giungere il sangue all’interno dell’organo, mentre quelli linfatici trasportano la linfa dalla mammella a gruppi di linfonodi (ghiandole linfatiche che si trovano nell’area dell’ascella, sopra la clavicola e nel torace, oltre che in molte altre zone del corpo) che hanno il compito di bloccare i batteri, le cellule cancerose o altre sostanze nocive. Quando alcune cellule della ghiandola mammaria proliferano in maniera incontrollata si forma un tumore.

Cenni sul tumore alla mammella

Il tumore alla mammella colpisce 1 donna su 8 nell’arco della vita. È la neoplasia più frequente nel sesso femminile e rappresenta il 29 per cento di tutti i tumori che colpiscono le donne con un tasso di mortalità del 17 per cento (la malattia solo raramente colpisce gli uomini).

I cancri mammari possono essere di due tipologie: benigni o maligni. I primi, solitamente, non sono pericolosi, raramente invadono i tessuti circostanti, non diffondono ad altre parti del corpo e possono essere rimossi chirurgicamente e generalmente non si riformano. Le neoplasie maligne, invece, possono essere mortali, perché sono in grado di invadere organi e tessuti circostanti (come la parete toracica) e di diffondere ad altre parti del corpo. Spesso è possibile rimuoverli chirurgicamente, ma, a volte, si riformano.

Le cellule del cancro alla mammella, inoltre, sono capaci di staccarsi dal tumore originario e percorrere i vasi sanguigni o linfatici per raggiungere altre parti del corpo. Dopo essersi diffuse, esse possono attaccare altri tessuti e crescere formando nuovi tumori che danneggiano i tessuti. Quando una neoplasia diffonde dalla sede originaria a un’altra parte del corpo, però, il nuovo tumore ha la stessa tipologia di cellule anomale e lo stesso nome del tumore primario (originale).

Per rendere più chiaro il concetto precedente facciamo un piccolo esempio: se il cancro mammario si diffonde a un polmone, le cellule tumorali presenti in quest’ultimo sono in realtà le cellule tumorali della mammella. La malattia, in questo caso, è denominata “cancro al seno con metastasi” e non tumore al polmone. Per questo motivo, la malattia viene trattata come neoplasia della mammella e non come cancro al polmone. In questo stadio, la patologia non è più considerata curabile.

I trattamenti, detti “palliativi” (cure mediche rivolte non alla guarigione del paziente, ma al trattamento dei soli sintomi), hanno l’obiettivo di rallentare la crescita tumorale, alleviare i sintomi e salvaguardare la qualità di vita delle pazienti.

Gli oncologi classificano il cancro della mammella in cinque stadi:

  • stadio 0: è chiamato anche “carcinoma in situ”. Può essere di due tipi:
    • carcinoma lobulare in situ: non è un tumore aggressivo ma può rappresentare un fattore di rischio per la formazione successiva di una lesione maligna;
    • carcinoma duttale in situ (Dcis): colpisce le cellule dei dotti ed aumenta il rischio di avere un cancro nella stessa mammella. È considerato una forma “precancerosa” più che un vero e proprio tumore. Nella maggior parte dei casi, infatti, non evolve verso un cancro vero e proprio ma regredisce spontaneamente per azione dei meccanismi di difesa dell’organismo (in primo luogo l’azione del sistema immunitario);
  • stadio I: è un cancro in fase iniziale, con meno di 2 cm di diametro e senza coinvolgimento dei linfonodi;
  • stadio II: è un cancro in fase iniziale di meno di 2 cm di diametro che però ha già coinvolto i linfonodi sotto l’ascella, oppure è un tumore di più di 2 cm di diametro senza coinvolgimento dei linfonodi;
  • stadio III: è un tumore localmente avanzato, di dimensioni variabili, ma che ha coinvolto già anche i linfonodi sotto l’ascella, oppure che coinvolge i tessuti vicini alla mammella (per esempio la pelle);
  • stadio IV: è un cancro già metastatizzato che ha coinvolto altri organi al di fuori delle ghiandole mammarie.

Cause

Sebbene vi siano numerosi fattori di rischio che possono aumentare la probabilità di sviluppare il cancro alla mammella, non si conosce ancora esattamente il modo con cui alcuni di questi inducano le cellule a diventare cancerose (anche se sembra che un ruolo molto importante in questo processo sia giocato dagli ormoni). Anche mutazioni a carico di alcuni geni possono rendere cancerose alcune cellule sane.

In particolare, mutazioni che inducono un guadagno di funzione (mutazioni attivanti) a carico di “oncogeni” (che accelerano la divisione cellulare) oppure mutazioni che determinano una perdita di funzione (mutazioni inattivanti) a carico di geni “oncosoppressori” (rallentano o inducono le cellule alla morte al momento giusto).

Sintomi

Anche se generalmente il cancro alla mammella durante la fase iniziale è asintomatico (non causa, cioè, alcun disagio), le donne possono percepire dei cambiamenti al proprio seno grazie ad un autoesame periodico (ci teniamo subito a precisare, però, che quest’ultimo non sostituisce un esame medico o una mammografia per l’identificazione precoce del tumore al seno).

Il sintomo più comune è la presenza di un nodulo mammario ( il termine fa riferimento a una formazione anatomica fisiologica o patologica generalmente rotondeggiante, circoscritta e palpabile): se questo risulta essere duro, fibroso ed indolore e si presenta con bordi irregolari è più probabile che sia cancerogeno (tuttavia può anche essere soffice e rotondeggiante).

Per questo motivo è fondamentale che ogni nuovo nodulo sia tenuto sotto controllo da uno specialista esperto nella diagnosi delle malattie della mammella.

Altri possibili segni del cancro al seno sono:

  • gonfiore di tutto il seno o di una parte di esso (nonostante non si avverta nessun nodulo al tatto);
  • irritazione o increspatura della pelle (pelle della mammella a buccia d’arancia);
  • dolore al seno o al capezzolo;
  • retrazione del capezzolo (che si ripiega su se stesso);
  • arrossamento o ispessimento del capezzolo o della pelle del seno;
  • secrezione diversa dal latte materno;
  • cambiamenti nelle dimensioni o nella forma del seno;
  • morbidezza del capezzolo;
  • secrezioni sierose o di sangue dal capezzolo;
  • aumento della Ves (o velocità di eritrosedimentazione è un indice ematico che fornisce informazioni sulla presenza, o meno, di infiammazioni. La Ves, in particolare, misura la velocità con cui gli eritrociti (globuli rossi) di un campione di sangue – reso incoagulabile – sedimentano sul fondo della provetta che lo contiene);
  • ipercalcemia (aumento della concentrazione di ioni calcio nel sangue);
  • livedo Reticularis (termine medico che indica una manifestazione cutanea caratterizzata da uno scolorimento screziato, in cui chiazze cianotiche di colorazione blu-rossastra assumono una conformazione simile ad una rete attorno a zone di cute normali);
  • nodulo polmonare solitario e multipli;
  • empiema pleurico (ovvero una raccolta anomala di pus che avviene nello spazio pleurico);
  • formicolio alle braccia ed alle mani;
  • trombocitosi (vocabolo che in medicina indica l’aumento oltre la soglia del range di normalità del numero delle piastrine);
  • versamento pericardico o pleurico (termine che indica un accumulo di liquido nella cavità pericardica e pleurica);
  • prurito.

E’ opportuno precisare che alcuni dei sintomi citati sono tipici, ma non esclusivi, del cancro al seno. In certi casi, invece, il tumore alla mammella può diffondersi ai linfonodi ascellari dove può causare un nodulo o un gonfiore, anche prima che tale tipologia di cancro sia abbastanza esteso da poter essere avvertito (tali linfonodi, proprio per il fatto che sono i primi a filtrare la linfa provenienti dalle cellule neoplastiche, sono denominati “sentinella”).

Anche se abbiamo detto che nelle fasi iniziali il tumore alla mammella, generalmente, non provoca alcun dolore, una donna dovrebbe sempre consultare un medico specialista nel caso in cui avverta delle fitte al seno o qualsiasi altro sintomo persistente.

Il più delle volte questi disagi non sono indice di una formazione neoplastica, come dimostra uno studio effettuato su quasi mille donne con dolore alla mammella. L’analisi, difatti, ha evidenziato che solo lo 0,4 per cento dei soggetti testati aveva una lesione maligna (mentre nel 12,3 per cento erano presenti lesioni benigne- come le cisti- e nel resto dei casi non vi era alcuna lesione, ma era dovuto a variazioni ormonali fisiologiche che si verificano durante il ciclo mestruale).

Tuttavia, siccome tale disagio può essere un segnale d’insorgenza di diverse problematiche di salute, ogni donna che avverte questo tipo di fitte, quindi, deve tempestivamente informare il proprio medico così che il problema possa essere diagnosticato e trattato il prima possibile.

Diagnosi

Il cancro del seno viene diagnosticato con la mammografia e l’ecografia mammaria: la scelta di quale dei due esami utilizzare dipende dall’età, anche se nella maggior parte dei casi si utilizzano entrambi. La mammografia è il metodo attualmente più efficace per la diagnosi precoce.

Le linee guida del ministero della Salute suggeriscono di eseguire una mammografia ogni 2 anni (dai 50 ai 69 anni di età), ma la cadenza può variare a seconda delle considerazioni del medico sulla storia personale di ogni paziente; l’ecografia, invece, è un esame molto utile per esaminare una mammella giovane, dato che, in questo caso, la mammografia non è adatta.

In alcuni casi specifici (per esempio di fronte a mammelle molto dense o a lesioni difficili da classificare) è possibile ricorrere anche alla risonanza magnetica. Ad ogni modo è buona abitudine fare una visita senologica presso uno specialista esperto almeno una volta l’anno, indipendentemente dall’età. L’eventuale identificazione di noduli o di formazioni sospette porta in genere il medico a consigliare una biopsia (che può essere eseguita direttamente in sala operatoria o in ambulatorio con un prelievo mediante un ago inserito nel nodulo) che consente un esame citologico o microistologico.

Questi esami consentono sia di stabilire la natura della malattia, sia di valutarne le caratteristiche biologiche. Una particolare forma di biopsia è la cosiddetta biopsia liquida o lavaggio dei dotti che consiste nell’introduzione di liquido nei dotti galattofori attraverso dei forellini presenti sul capezzolo. Il liquido raccolto dopo questo “lavaggio” contiene alcune cellule della parete dei dotti stessi che possono essere studiate al microscopio alla ricerca di eventuali atipie.

Anche i test genetici per la ricerca di mutazione dei geni oncosoppressori BRCA1 e 2 (responsabili di circa il 50 per cento delle forme di cancro del seno), sono strumenti di prevenzione utili. In caso di positività al test è possibile rafforzare le misure di controllo con mammografie ed ecografie molto ravvicinate per identificare il tumore in una fase precoce (qualora fosse presente) oppure è possibile ricorrere, in caso molto particolari, alla mammografia preventiva.

L’autopalpazione, invece, è una tecnica che consente alla donna di individuare precocemente eventuali trasformazioni delle proprie mammelle. La sua efficacia in termini di screening è, però, molto bassa: essa, quindi, non può sostituire la visita senologica e la mammografia (come già accennato in precedenza).

Come si cura?

Quasi tutte le donne con un tumore della mammella, indipendentemente dallo stadio, subiscono un intervento chirurgico per rimuovere i tessuti malati. Nei casi in cui ciò è possibile si ricorre alla chirurgia conservativa (si asporta solo il pezzo in cui è presente la lesione), chiamata anche quadrantectomia o ampia resezione mammaria, e consiste nella asportazione del tessuto mammario che circoscrive la neoplasia. Questa procedura deve essere seguita da radioterapia che ha lo scopo di proteggere la restante ghiandola mammaria sia dal rischio di recidiva locale sia dalla comparsa di una nuova neoplasia mammaria (in genere il trattamento radioterapico può essere combinato all’uso di farmaci).

Durante l’intervento il chirurgo può anche procedere ad asportare i linfonodi dell’ascella. Per sapere se questi sono coinvolti si usa la tecnica del linfonodo sentinella: se all’analisi al microscopio quest’ultimo risulta privo di cellule tumorali o ne presenta un piccolissimo aggregato (micro metastasi), non si toccano gli altri, altrimenti si procede alla rimozione di tutti i linfonodi ascellari.

Talvolta, è necessario asportare più di un quadrante di seno: in questo caso si parla di mastectomia parziale o segmentale e anch’essa viene fatta seguire dalla radioterapia. Forme più avanzate di cancro, invece, vengono trattate con l’asportazione dell’intera mammella con una tecnica chiamata mastectomia radicale, che prevede l’asportazione della ghiandola, del linfonodo sentinella e/o di tutti i linfonodi del cavo ascellare, raramente di parte o di tutto il muscolo pettorale e spesso anche della pelle sovrastante.

In molti casi, oggi, è possibile salvare il capezzolo e gran parte della cute con la tecnica della mastectomia che conserva il complesso areola e capezzolo (nipple sparing mastectomy).

La zona areolare viene protetta con una dose di radioterapia mirata che può essere erogata direttamente in sala operatoria nei giorni successivi.

A seguito sia della chirurgia conservativa e sia della mastectomia si procede alla ricostruzione del seno: in rari casi, se la donna deve sottoporsi a radioterapia, si tende ad aspettare la fine della terapia (perché può interferire con la cicatrizzazione), altrimenti si procede alla plastica del seno nel corso dell’intervento stesso. Anche la chemioterapia è utile, ma non sempre è necessaria e va prescritta solo dopo una valutazione personalizzata di ogni caso (negli ultimi anni si è diffuso anche l’uso della chemioterapia neoadiuvante, ovvero somministrata prima dell’intervento per ridurre la dimensione e l’aggressività del cancro).

Quando si asporta chirurgicamente un tumore alla mammella, un campione viene mandato in laboratorio per studiare lo stato dei recettori per gli estrogeni e per il progesterone (che sono due ormoni femminili).

Le pazienti il cui tumore è positivo per i recettori degli estrogeni possono utilizzare farmaci che bloccano tali ormoni come il tamoxifene (in questo caso la prognosi è più positiva). Possono, però, essere utilizzati anche altri farmaci con la stessa funzione (chiamati inibitori delle aromatasi) per ora riservati alle donne che sono già in menopausa.

Il tumore viene esaminato dall’anatomopatologo anche per individuare la presenza di un recettore chiamato HERb-2/neu:  se questo è presente in modo significativo allora è maggiore il rischio di incorrere in una ricaduta. Per questa ragione si propone alle donne positive per questo esame, di prendere un farmaco biologico chiamato Trastuzumab che blocca tali recettori e impedisce alla neoplasia di crescere e proliferare.

Prevenzione

Arrivati a questo punto qualcuno potrebbe chiedersi: “È possibile prevenire l’insorgenza di questa patologia?” In realtà non esiste un metodo sicuro per evitare la manifestazione del cancro alla mammella, tuttavia ci sono delle scelte che ogni donna può fare per contribuire a ridurre il rischio e per aumentare la probabilità che, nel caso in cui si sviluppi effettivamente il cancro, questo venga individuato in modo precoce.

È possibile ridurre la possibilità di essere colpiti da cancro al seno modificando quei fattori di rischio che possono essere cambiati, come

  • limitare il consumo di alcolici;
  • svolgere regolare attività fisica;
  • seguire un’alimentazione con pochi grassi e molti vegetali  (frutta e verdura, in particolare broccoli e cavoli, cipolle, tè verde e pomodori);
  • allattare i figli (perché l’allattamento consente alla cellula del seno di completare la sua maturazione e quindi di essere più resistente a eventuali trasformazioni neoplastiche).

Oltre che ai cambiamenti nello stile di vita, la decisione più importante che una donna possa prendere è seguire le linee guida per una diagnosi precoce. In tal modo non si ha la certezza di impedire la formazione di un tumore, ma possiamo ragionevolmente aspettarci che, se dovesse realmente insorgere, verrebbe scoperto precocemente.

Tumore al seno: diritti e agevolazioni

Dopo aver letto l’articolo e compreso tutto ciò che è necessario conoscere sui sintomi che si manifestano nelle donne affette da cancro alla mammella, potresti chiederti: esistono diritti e agevolazioni per i pazienti? Fortunatamente la risposta al quesito è affermativa.

L’ordinamento giuridico, infatti, predispone una serie di norme e di tutele per far fronte alle particolari esigenze del malato oncologico, con l’obiettivo principale di garantirgli un’esistenza dignitosa e consentirgli, nonostante la malattia, di svolgere tutte le attività di cui si occupava prima di ammalarsi.

Il malato oncologico, difatti, è riconosciuto come invalido civile e se la malattia o le terapie ad essa associate non consentono ai pazienti di essere autosufficienti nello svolgimento delle normali attività della vita quotidiana (come ad esempio alimentarsi, provvedere alla propria igiene, vestirsi, ecc.) questi hanno altresì diritto ad un’indennità di accompagnamento.

Oltre alle agevolazioni economiche predette, sono previste anche specifiche agevolazioni fiscali ed esenzioni: chi ha un tumore al seno, infatti, ha diritto all’esenzione totale dal pagamento del ticket per farmaci, visite ed esami collegati alla cura del tumore, anche in relazione a eventuali complicanze, e alla prevenzione di ulteriori aggravamenti.

Inoltre, alle donne che hanno subito una mastectomia, il Servizio sanitario nazionale fornisce gratuitamente, a semplice richiesta corredata da idonea documentazione, la protesi mammaria esterna, senza che sia necessaria la preventiva richiesta di invalidità civile.

Per ulteriori informazioni leggi l’articolo Tumore al seno: diritti e agevolazioni.


Di Salvatore Guarro


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