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Marchio collettivo: cos’è e a cosa serve

26 Aprile 2019 | Autore: Maria Teresa Biscarini
Marchio collettivo: cos’è e a cosa serve

Cosa cambia a livello di marchio collettivo nazionale alla luce della riforma di legge in un’ottica di allineamento tra regimi nazionali ed europei.

Cosa hanno in comune il grana padano, la pura lana vergine, il bancomat e il vero cuoio italiano? Messa in questi termini, la questione potrebbe sembrare un cervellotico rompicapo, vista l’estrema eterogeneità delle sigle messe a confronto. Magari si potrebbe trovare un trait d’union tra il grana padano e il vero cuoio italiano, visto che si tratta di eccellenze italiane, ma il bancomat e la pura lana vergine resterebbero fuori dal novero. Per cui, non è questa la via da percorrere. Chissà allora che non ci entrino i marchi dei prodotti o dei servizi, oggetto peraltro di una recentissima riforma che è intervenuta su alcuni punti del cosiddetto codice della proprietà industriale proprio a garanzia dei consumatori finali. In effetti, basterà eseguire una veloce ricerca per appurare che tutte e quattro le sigle sopra elencate sono in realtà dei marchi registrati, per di più non dei marchi comuni, ma dei veri e propri marchi collettivi. Se vuoi anche tu saperne di più sull’argomento “marchio collettivo: cos’è e a cosa serve”, continua a leggere: importanti novità sono di recente entrate in vigore.

Cosa certifica un marchio collettivo?

Si definisce collettivo quel marchio che svolge una funzione particolare, che potremmo anche chiamare atipica: cioè di garanzia di qualità del prodotto o servizio. Infatti mentre il marchio comunemente inteso che la legge definisce “individuale” ha il compito di distinguere il singolo prodotto o servizio di un imprenditore da quello dei concorrenti, per cui i capi a marchio “Trussardi” sono distinti e diversi da quelli “Magnolia”, il marchio collettivo è un segno distintivo che tutela il consumatore.

Quindi, il prodotto contraddistinto da un marchio collettivo, in gergo tecnico, si direbbe che è un indicatore di qualità. Una notizia interessante per la platea dei consumatori che dinnanzi ad un marchio collettivo avranno garanzia su:

  • origine geografica del prodotto o del servizio;
  • natura del prodotto o del servizio;
  • qualità del prodotto o del servizio.

Belle parole, ma poi all’atto pratico che significa tutto questo? Un esempio chiarirà meglio quanto accennato. Il marchio “pura lana vergine” graficamente rappresentato da un gomitolo di lana stilizzato con tre estremità arrotondate, (ideato dal celebre designer italiano Franco Grignani), rientra tra i marchi collettivi proprio perché i prodotti che ne sono legittimamente contraddistinti non sono realizzati con qualsiasi lana, ma esclusivamente con la lana che deve rispettare determinati standard espressamente regolamentati. Altri esempi di marchio collettivo sono: “vero cuoio italiano”, “grana padano”, “bancomat” ecc.

Chi può ottenere la registrazione di un marchio collettivo?

Chiarita, seppur per sommi capi, la funzione che il marchio collettivo è chiamato a svolgere nel mercato, passiamo ora in rassegna i soggetti che possono chiedere e ottenere la titolarità di questo marchio, quale indicatore di qualità.

La legge italiana è stata oggetto di una recentissima riforma messa in atto da un decreto legislativo del marzo 2019 [1] proprio su questo punto [2]. Per cui, ora “freschi di riforma”, si può affermare che possono ottenere la registrazione di marchi collettivi:

  • persone giuridiche di diritto pubblico (come ad esempio lo stato e gli enti pubblici);
  • le associazioni di categoria di fabbricanti, produttori, prestatori di servizi o commercianti.

Saranno poi tali entità a concedere in uso i suddetti marchi collettivi a produttori e commercianti.

Mentre non sono invece legittimate a richiedere la registrazione del marchio collettivo:

  • le società per azioni;
  • le società in accomandita per azioni;
  • le società a responsabilità limitata.

In parole molto più semplici, il legislatore ha così inteso dire che il titolare del marchio collettivo non è esso stesso un esercente attività d’impresa. Nel caso del marchio storico di cui sopra, cioè “Pura lana vergine” ad esempio la gestione è in mano alla società australiana Woolmark company.

Quindi, anche sotto questo aspetto, relativo alla titolarità, il marchio collettivo presenta delle peculiarità rispetto ai marchi cosiddetti individuali, in quanto c’è una dissociazione tra chi è titolare del segno (ad es. l’associazione o il consorzio di imprese) e l’utilizzatore finale del marchio. Se la Woolmark company è titolare del marchio collettivo “pura lana vergine”, l’utilizzatore sarà il signor X titolare di una impresa che produce e commercializza articoli di maglieria.

Chi verifica il rispetto degli standard di qualità?

Chiarito che il titolare/gestore del marchio collettivo è un soggetto giuridico diverso dall’utilizzatore materiale del segno, vediamo ora in che rapporto si trovano questi due soggetti. Il primo aspetto è stato in parte già accennato sopra, quando si è detto della concessione in uso del segno da parte del gestore al produttore/commerciante. Questa concessione viene fatta sotto una espressa condizione e cioè che il produttore o commerciante si impegni all’osservanza di specifici regolamenti d’uso.

Nello specifico, questi regolamenti, a seconda dei casi, potranno richiedere l’osservanza di norme che delimitano le zone geografiche di provenienza dei prodotti, per cui il nostrano e gustoso Grana padano dovrà ad esempio essere realizzato solo con un certo tipo di latte proveniente da animali di una certa zona nel rispetto di un apposito disciplinare di produzione.

Quindi, in risposta al quesito di cui sopra, la cosiddetta cartina di tornasole per appurare che un determinato prodotto/servizio sia all’altezza del marchio collettivo di cui intende fregiarsi, sarà data proprio dall’osservanza della carta che contiene il regolamento d’uso del marchio. Il soggetto incaricato poi di porre in essere le suddette verifiche sarà lo stesso titolare del marchio.

Quali sono le novità introdotte in merito ai regolamenti d’uso?

Con la riforma di legge summenzionata ed entrata in vigore il 23 marzo 2019 da ora in poi i regolamenti d’uso dei marchi collettivi dovranno contenere quanto segue:

  • il nome del richiedente;
  • lo scopo dell’associazione di categoria o lo scopo per il quale è stata costituita la persona giuridica di diritto pubblico;
  • i soggetti legittimati a rappresentare l’associazione di categoria o la persona giuridica di diritto pubblico;
  • le condizioni di ammissione dei membri nel caso di associazione di categoria;
  • la rappresentazione del marchio collettivo;
  • i soggetti legittimati ad usare il marchio collettivo;
  • le eventuali condizioni d’uso del marchio collettivo, nonché le sanzioni per le infrazioni regolamentari;
  • i prodotti o i servizi contemplati dal marchio collettivo;
  • se del caso, l’autorizzazione a diventare membri dell’associazione titolare del marchio.

Una carrellata di puntualizzazioni in un’ottica di un sempre maggiore ravvicinamento della normativa nazionale con quella di matrice europea, già da prima particolarmente puntigliosa nelle disposizioni relative ai marchi con un valore di certificazione di qualità.

Come si deposita un marchio collettivo?

La procedura per depositare un marchio collettivo italiano è solo parzialmente uguale a quella che si usa davanti all’Uibm (Ufficio italiano brevetti e marchi) per depositare un marchio comune che la legge definisce “individuale”. La prassi per la registrazione del marchio collettivo è infatti più articolata rispetto alla procedura standard di deposito di un marchio.

Quantomeno in Italia al momento del deposito del marchio collettivo si richiede che contestualmente venga depositato anche il relativo regolamento d’uso che al suo interno deve elencare dettagliatamente, oltre a quanto si dirà nel prosieguo, anche e soprattutto:

  • standard di qualità;
  • regime di controlli;
  • sanzioni in caso di violazione.

In altri termini, il legislatore ha così inteso evitare valutazioni discrezionali. Si potrà quindi apporre il marchio di qualità sul prodotto solo se lo stesso, a seguito di opportuni controlli, abbia superato l’esame di qualità. Il legislatore ha poi chiesto anche qualche cosa in più, vale a dire ha espressamente sancito [2] che qualsiasi modifica concernente i regolamenti d’uso debba essere comunicata a cura dei titolari del segno all’Ufficio italiano brevetti e marchi (Uibm) al fine di essere inclusa nei documenti allegati alla domanda di primo deposito del marchio.

Quando decade il marchio collettivo?

Con il termine decadenza nel gergo giuridico si intende fare riferimento ad una fine, ad una estinzione, se quindi fino ad ora ci si è occupati di comprendere quando e a quali condizioni il diritto all’uso del marchio collettivo viene ad esistere, la legge contempla anche i casi in cui il marchio collettivo potrebbe morire, fermo restando che non trattandosi di una vicenda naturale, ma giuridica, occorrerà una pronuncia in tal senso.

Partendo dalla causa che potrebbe portare alla morte del marchio collettivo, la legge a seguito della riforma summenzionata sancisce che il marchio decade per omissione da parte del titolare delle misure ragionevolmente idonee a prevenire un uso del marchio non conforme alle condizioni del regolamento d’uso del marchio collettivo e, in particolare, dei controlli previsti dalle disposizioni regolamentari sull’uso del marchio collettivo.

Quindi, se l’associazione “tal dei tali” titolare del marchio collettivo X dovesse omettere i controlli sull’uso del segno a discapito del legittimo affidamento dei consumatori, la legge è particolarmente severa, arrivando a far morire il segno.

Va comunque detto che per arrivare a far morire un marchio collettivo sarà necessario quanto segue:

  • un soggetto interessato a promuovere l’azione di nullità (fermo restando che tale azione è proponibile anche d’ufficio da parte del pubblico ministero);
  • una sentenza che dichiari la sopraggiunta decadenza del marchio collettivo;
  • un’annotazione della suddetta sentenza nell’attestato originale di registrazione a cura dell’Uibm in caso di marchio nazionale.

Quindi l’attestato di marchio collettivo con su annotata la sentenza di decadenza è come se fosse un certificato di morte del marchio medesimo.

Marchio collettivo: può anche essere sovranazionale?

La risposta è sì, la scelta se restare entro in confini nazionali o espandersi, dipenderà dall’area territoriale entro cui si intende dare in uso il marchio. Sotto questo profilo cioè il marchio collettivo “si comporta” come un qualsiasi altro marchio. Se questo è vero in linea di massima è pur vero che a livello pratico, nella compilazione del modulo con cui si chiede la registrazione del marchio, si dovrà fare riferimento a ciò che viene espressamente menzionato all’interno della normativa territoriale di riferimento.

Per cui se si intende depositare un marchio collettivo in Italia bisognerà attenersi alle disposizioni contenute nel codice della proprietà industriale [4], mentre se l’interesse è per gli stati dell’Unione europea, chi farà da battistrada a livello normativo sarà il combinato disposto tra un regolamento delegato e un regolamento di esecuzione a livello europeo [5]. Un doppio passo quello nazionale e quello europeo che, specie alla luce delle riforme entrate in vigore una manciata di giorni or sono, si sta allineando sempre più in ossequio ad un mercato comune e globalizzato.



Di Maria Teresa Biscarini

note

[1] D. Lgs.n. 15 del 20.02.2019.

[2] Art. 11 co.1 D. Lgs. n.30 del 10.02.2005,  come novellato dall’art.3 D. Lgs. n.15/2019.

[3] Art.11 co. 2 D. Lgs. n.30 del 10.02.2005.

[4] D. Lgs. del 10.02.2005.

[5] Reg. (UE) 2018/625 – 2018/626.


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