Diritto e Fisco | Articoli

La divisione ereditaria

30 Aprile 2019 | Autore: Lorena Parma
La divisione ereditaria

La divisione ereditaria giudiziale, consensuale o testamentaria. Le caratteristiche, le differenze tra loro, i casi particolari. Cosa fare in mancanza del testamento. 

Quando un nostro caro muore, una delle questioni principali di cui dobbiamo occuparci è quella che riguarda l’eredità. Argomento che, purtroppo, può diventare spinoso e ricco di controversie dolorose. Per questo motivo, è bene sapere in anticipo come ci si deve comportare in proposito. In questo articolo, scopriremo come funziona la divisione ereditaria e le modalità in cui si svolge, facendo anche degli esempi.

Divisione ereditaria: definizione

Prima di tutto, occorre stabilire con precisione cosa si intende per divisione ereditaria: essa è un contratto, una disposizione testamentaria o un’azione giudiziale, tramite cui si previene o si scioglie la formazione della comunione ereditaria incidentale (che di norma inizia all’apertura della successione) [1].

In altre parole, è l’azione con cui si impedisce che i beni appartenenti all’asse ereditario da suddividere diventino di proprietà comune di tutti i coeredi. Infatti, attraverso la divisione ogni coerede rimane proprietario solo della parte a lui assegnata. La divisione ereditaria si divide in tre tipologie diverse, a seconda della situazione e/o del livello di armonia presente tra i coeredi: essa può essere giudiziale, consensuale o testamentaria.

Divisione ereditaria giudiziale

Nel caso in cui più soggetti concorrano a contendersi l’eredità e non trovino un accordo per suddividere i beni (e il defunto non ha redatto alcun testamento), dovrà essere il giudice a decidere sulla suddivisione del patrimonio ereditario e ad annullare la comunione dei beni, su richiesta dei coeredi. Ciascun erede può rivolgersi al tribunale per ottenere la divisione dei beni ereditari, in qualunque momento e indipendentemente dalla quota che gli spetta.

Tuttavia, a partire dal 20 settembre 2013, prima di avviare tale causa è necessario procedere con un iter di mediazione, alla presenza di un avvocato e di un notaio (o un altro organismo riconosciuto dal ministero della Giustizia).

Se questa procedura fallisce, la richiesta di divisione giudiziale può essere presentata in qualsiasi momento, anche anni dopo l’apertura della successione (non essendoci limiti di tempo), a meno che il defunto non abbia disposto istruzioni diverse. Se invece la mediazione non viene eseguita e si cerca di rivolgersi direttamente al tribunale, il giudice può stabilire fin da subito la non procedibilità della causa, perché si è tentato di saltare un passaggio importante.

La domanda di divisione deve essere presentata in tribunale con un atto di citazione redatto da un avvocato. Dopodiché, si avvia il processo di divisione, che si compone di due passaggi:

  • il primo consiste nel verificare il diritto di ogni coerede a conseguire la propria parte di eredità. Questo passaggio viene gestito esclusivamente dal giudice;
  • il secondo riguarda la formazione delle porzioni di beni appartenenti a ogni quota, nonché la distribuzione a ciascun erede.

È in questo secondo passaggio che si scelgono materialmente i beni che costituiranno le singole quote. La scelta può essere fatta direttamente dal giudice oppure delegata a un notaio (in quel caso, l’intero processo prende il nome di divisione giudiziale notarile).

Questa operazione si divide a sua volta in tre fasi:

  • la definizione dei beni da suddividere: si riuniscono tutti i beni (creando la massa ereditaria), al netto di eventuali collazioni. Chiaramente la riunione è solo teorica, poiché viene fatto un inventario in cui si elencano tutti i beni interessati e il loro valore economico;
  • la formazione delle porzioni: si suddividono i beni nel modo più omogeneo possibile, tenendo conto della natura e del valore di ogni singola componente. Si creano tante quote quanti sono gli eredi;
  • l’attribuzione della parte spettante a ciascun coerede: la consegna vera e propria delle quote agli interessati, che può essere portata a termine tramite attribuzione diretta, per scelta o con un’estrazione a sorte.

In particolare, il giudice redige un progetto di divisione, avvalendosi anche della collaborazione di alcuni esperti. Quando il progetto è pronto, viene fissata un’udienza con tutti i coeredi. Se un coerede non partecipa all’udienza, si considera come un tacito assenso (quindi dovrà accettare le disposizioni del giudice).

Se durante l’udienza non sorgono contestazioni, il progetto divisionale viene approvato all’unanimità e reso esecutivo. In caso contrario, sarà il giudice stesso a modificare il progetto, dopodiché si procederà con un’ulteriore udienza (e così via finché non si trova un accordo).

Divisione ereditaria consensuale

La divisione consensuale (o volontaria) consiste in un contratto con cui i coeredi sciolgono volontariamente la comunione ereditaria. Vi possono partecipare sia gli eredi legittimi per successione, sia quelli eventualmente aggiunti dal testatore. Nel caso in cui il valore dei beni da suddividere sia distribuito in modo disomogeneo (ad esempio, perché ci sono molti beni non divisibili), l’erede che riceve la quota dal valore più basso deve percepire anche un conguaglio in denaro dagli altri eredi, in quantità tale che tutti gli eredi abbiano quote dello stesso valore.

Per esempio, se Caio (un figlio del defunto) riceve in eredità una collezione di francobolli rari del valore di €15.000 e il fratello Sempronio riceve un’automobile del valore di €25.000, quest’ultimo dovrà dare al fratello Caio €5000 in denaro (come conguaglio, per fare sì che entrambi ricevano €20.000 a testa).

È molto importante che le quote siano composte nel modo più omogeneo possibile, includendo beni mobili, immobili e crediti della stessa categoria, assemblandoli in ogni quota in maniera proporzionale. Ovviamente, gli eredi possono anche scegliere di suddividere il patrimonio in modo diverso, per i motivi più disparati.

È utile sapere che la comunione ereditaria (quindi anche la divisione) riguarda tutti i beni del defunto, a esclusione di eventuali legati (cioè di beni determinati già assegnati a uno o più eredi stabiliti). Per quel che riguarda la formazione delle quote, si seguono le stesse tre fasi descritte sopra, con l’unica differenza che non è il giudice a sovrintendere a esse (bensì l’avvocato o il notaio di famiglia).

Se nel patrimonio ereditario ci sono beni immobili, il contratto di divisione consensuale deve essere necessariamente in forma scritta (valgono sia l’atto pubblico scritto dal notaio, sia il documento privato autenticato sempre dal notaio). Al contrario, se sono presenti solo beni mobili e/o crediti, il contratto può assumere varie forme (perfino quella verbale) anche se, per sicurezza, lo scritto è sempre consigliabile.

Esistono dei casi in cui la divisione ereditaria può essere impedita (anche se solo temporaneamente). Questo avviene se:

  • tra i coeredi c’è un concepito: per poter procedere, si deve aspettare la nascita del piccolo;
  • è in corso un giudizio pendente sulla legittimità di uno o più figli naturali: se il giudizio si rivela favorevole agli eredi, essi mantengono il diritto di ereditare. Comunque, si deve attendere la sentenza;
  • il giudice, con sentenza motivata, sospende la divisione (comunque per un periodo non superiore a 5 anni);
  • i coeredi sono tutti minorenni: in questo caso, il defunto può disporre che non si proceda alla divisione finché non sia trascorso un anno dalla maggiore età del coerede più giovane.

Divisione ereditaria testamentaria

Quest’ultimo tipo di divisione non è un contratto, bensì una disposizione inserita nel testamento dal defunto, con cui egli impedisce la formazione della comunione ereditaria assegnando in anticipo determinati beni a ciascun erede. È la tipologia di divisione più semplice, perché gli interessati devono semplicemente eseguire le indicazioni che il defunto ha dato nel testamento.

Tuttavia, le disposizioni testamentarie non devono violare alcune norme, altrimenti perdono di validità.

In particolare, la divisione testamentaria:

  • diventa nulla se presenta segni di preterizione (cioè, se il testatore omette degli eredi e/o dei beni);
  • diventa rescindibile in caso di lesione oltre il quarto (ossia, se uno o più eredi ricevono una quota inferiore di oltre un quarto rispetto a ciò che spetterebbe loro).

Divisione ereditaria: quando manca il testamento

Nel caso in cui non esista alcun testamento e gli eredi non riescano a trovare un accordo, l’unica soluzione è rivolgersi al giudice (seguendo l’iter della divisione giudiziale sopra descritto). In alternativa, la legge predispone i comportamenti da tenere, a seconda del numero e del tipo di coeredi che concorrono alla divisione [2].

In particolare:

  • se esistono il coniuge e un solo figlio, ognuno riceve metà del patrimonio;
  • se esistono il coniuge e più figli, il primo riceve un terzo del patrimonio e i figli si dividono in parti uguali i restanti due terzi;
  • se esistono il coniuge (senza figli) e alcuni ascendenti e/o collaterali (ad esempio, fratelli e sorelle), il primo riceve due terzi del patrimonio e gli altri si dividono in parti uguali il restante terzo;
  • se esiste solo il coniuge, ovviamente lui/lei riceve tutto il totale;
  • se esistono solo uno o più figli, ricevono tutto loro (e se lo dividono in parti uguali);
  • se esistono solo ascendenti e/o collaterali, ricevono tutto loro (e anche loro se lo dividono in parti uguali);
  • se non esistono parenti stretti, ricevono il patrimonio i parenti fino al sesto grado (con precedenza stabilita in base al grado di parentela);
  • infine, se non esistono parenti nemmeno alla lontana, riceve tutto lo Stato.

È utile tenere presente che al coniuge spettano sempre i diritti di abitazione sulla casa che funge per lui/lei da residenza e sui mobili che la arredano, anche se esistono altri coeredi.

Inoltre, i diritti del coniuge separato sono identici a quelli di quello attuale, a meno che sia stato attribuito a lui/lei il motivo che ha causato la separazione.

Infine, non vengono contemplati in nessun caso gli affini, né diretti né indiretti. Perciò suoceri, generi e nuore non possono reclamare alcunché.


Di Lorena Parma

note

[1] Artt. 713 e seguenti cod. civ., ma anche artt. 1111 e seguenti cod. civ.

[2] Art. 565 cod. civ.


Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA