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Si può licenziare un dipendente con contratto a tempo determinato

7 Aprile 2019
Si può licenziare un dipendente con contratto a tempo determinato

Per quali cause può cessare il contratto di lavoro a termine? Il licenziamento, la risoluzione consensuale e le dimissioni del dipendente. 

Di recente sei stato assunto da un’azienda con un contratto a tempo determinato. Anche se ben sai che un dipendente a tempo indeterminato può essere licenziato in qualsiasi momento, un contratto del genere ti avrebbe dato maggiori opportunità, consentendoti di chiedere un mutuo per la casa, pianificare le spese familiari, dormire più sereno. Tant’è: ora la tua speranza è che, alla scadenza, il rapporto di lavoro venga rinnovato. A fronte di questa condizione precaria, ti chiedi se la legge prevede maggiori garanzie a chi, come te, è a termine rispetto ai colleghi che  invece sono “fissi”. In particolare, vuoi sapere se si può licenziare un dipendente a contratto a tempo determinato. Il datore di lavoro può interrompere il rapporto prima del termine di scadenza? E se lo fa, come può tutelarsi il dipendente? Chi ha un contratto a tempo determinato ha la certezza che il rapporto di lavoro proseguirà quantomeno fino alla scadenza indicata all’atto dell’assunzione o può essere ugualmente mandato via per una ristrutturazione o magari perché le sue mansioni non sono più necessarie?

Se questi pensieri ti crucciano, qui di seguito avrai le risposte che cerchi. Ti spiegheremo infatti, quali sono le cause del recesso anticipato dal contratto a tempo determinato e quando il datore di lavoro può operare un licenziamento prima del naturale termine di scadenza. Ma procediamo con ordine.

Cos’è il contratto a tempo determinato

Con il contratto a tempo determinato o “contratto a termine” si intende un rapporto di lavoro che, sin dal momento della sua stipula, anziché avere una durata indefinita, ha una scadenza. Questa scadenza viene indicata nel contratto stesso e deve essere “certa” (ossia va indicato il giorno, il mese e l’anno), altrimenti il contratto si considera “a tempo indeterminato”. Questa scadenza deve risultare quindi necessariamente per iscritto.

Alla scadenza è possibile prorogare il contratto a termine, trasformarlo in contratto a tempo indeterminato, farlo proseguire di fatto o, infine, stipularne un altro (cosiddetto rinnovo). Il contratto può essere prorogato liberamente se la sua durata complessiva non supera i 12 mesi, al contrario, in caso di durata superiore, la possibilità di proroga è riconosciuta esclusivamente in presenza delle causali (ossia delle motivazioni per cui viene stipulato il contratto a termine). Fanno eccezione i contratti stipulati per attività stagionali. Solo se la durata iniziale del contratto è inferiore a 24 mesi e il lavoratore vi acconsente, è possibile prorogare il termine del contratto entro il limite di durata complessiva di 24 mesi. 

Cessazione contratto a tempo determinato: la scadenza del termine

La prima e naturale causa di interruzione di un contratto a tempo determinato è certamente la scadenza del termine prefissato. In tal caso il rapporto di lavoro si interrompe automaticamente: non c’è bisogno quindi né di un formale atto di licenziamento, né di una lettera di preavviso, né di una comunicazione. Dopo l’ultimo giorno di lavoro, infatti, il dipendente non potrà più presentarsi in azienda.

Risoluzione concordata del contratto a tempo determinato

Un secondo motivo di cessazione del contratto a termine è la cosiddetta risoluzione consensuale, ossia un accordo con cui tanto il datore di lavoro quanto il dipendente concordano di far cessare il rapporto di lavoro in anticipo rispetto alla data di scadenza (si pensi a un dipendente che abbia trovato un altro posto e che ottenga dal datore il permesso ad andare in anticipo).

Mancato superamento del periodo di prova

Come nel contratto a tempo indeterminato, anche in quello a termine le parti possono prevedere un periodo di prova al termine del quale poter procedere al licenziamento o alle dimissioni liberamente. Il datore che ritiene la prova non andata a buon fine può quindi risolvere il contratto di lavoro con il dipendente senza motivare le ragioni della propria scelta.

Si può licenziare un lavoratore con contratto a termine?

La disciplina del licenziamento cambia a seconda che il contratto sia «a tempo indeterminato» oppure «a termine». Nel primo caso, i motivi di licenziamento sono più ampi rispetto al secondo. 

Licenziamento nel contratto a tempo indeterminato

Più nel dettaglio, nel contratto di lavoro a tempo indeterminato è possibile licenziare il dipendente: 

  • per motivi disciplinari e, in particolare, per: a) giusta causa (ossia in tronco) quando la violazione del dipendente è talmente grave da non consentire la prosecuzione del rapporto di lavoro neanche per un solo giorno (si pensi a un furto o a un grave atto di insubordinazione); b) per giustificato motivo soggettivo (ossia con il preavviso) quando la violazione commessa dal lavoratore è meno grave, tuttavia tale da ledere il rapporto di fiducia con l’imprenditore; 
  • per motivi collegati all’azienda (è il cosiddetto licenziamento per giustificato motivo oggettivo) che ricorre, ad esempio, in caso di crisi, di cessione o chiusura del ramo d’azienda, di cessazione delle mansioni, di riduzione del personale, di ristrutturazione e riorganizzazione interna, di stato prefallimentare, ecc.

Licenziamento nel contratto a tempo determinato

Nel contratto a tempo determinato invece il licenziamento è possibile solo:

  • per motivi disciplinari e, in particolare, solo per giusta causa;
  • per motivi collegati all’azienda: per «impossibilità sopravvenuta della prestazione» a condizione però che l’evento che ha reso impossibile la prosecuzione del rapporto, pur se prevedibile, non era evitabile (si pensi al calo di commesse o alla cessazione del ramo d’azienda). 

In caso di recesso illegittimo del datore di lavoro, il lavoratore non ha diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro, ma soltanto al riconoscimento della retribuzione che avrebbe percepito fino alla scadenza del contratto [1]. Da tale somma devono essere dedotti i proventi che il lavoratore ha eventualmente percepito per attività lavorative svolte dopo la cessazione del rapporto o che avrebbe potuto procurarsi con l’ordinaria diligenza.

Dimissioni dal contratto a tempo determinato

A differenza di quanto previsto dalla legge per il contratto a tempo indeterminato, nel contratto a termine il dipendente non può dimettersi prima della scadenza, salvo sussista una giusta causa. Il concetto di giusta causa è lo stesso previsto per gli altri tipi di contratto di lavoro (lo abbiamo spiegato nell’articolo Quando il lavoratore può licenziarsi per giusta causa) ed attiene a motivazioni che sono imputabili alla colpa del datore di lavoro e che non consentono di proseguire più il rapporto. Si pensi al caso in cui l’azienda non paga gli stipendi o non rispetta le norme antinfortunistiche, all’ipotesi di maltrattamenti e mobbing del dipendete, all’utilizzo del dipendente oltre l’orario di lavoro, ecc.

Il dipendente costretto a dimettersi per giusta causa in un contratto a termine ha diritto al risarcimento del danno, determinato in misura pari all’ammontare delle retribuzioni che avrebbe percepito se il contratto avesse avuto la durata prevista, a meno che, nel frattempo, non abbia trovato un’altra occupazione [2]. Non gli è dovuta l’indennità sostitutiva del preavviso [3].

Secondo la giurisprudenza, se il dipendente si dimette senza giusta causa è tenuto a risarcire il danno al datore di lavoro [4].

Lavoratore a tempo determinato: spetta la disoccupazione?

Al pari di un qualsiasi lavoratore dipendente, anche quello assunto a termine ha diritto alla Naspi, non solo in caso di licenziamento o di dimissioni per giusta causa ma anche per la scadenza del contratto cui non sia conseguito il rinnovo. Per poter accedere alla Naspi sono necessarie almeno 13 settimane di contributi versate negli ultimi 4 anni (purché non abbiano già dato luogo a un periodo di disoccupazione indennizzata) e 30 giornate di effettivo lavoro nell’anno. La domanda Naspi deve essere presentata entro 68 giorni dalla perdita dell’impiego o personalmente, accedendo con le proprie credenziali al sito internet dell’Inps, oppure recandosi ad un patronato ed affidando a loro la relativa incombenza.


note

[1] Cass. 22 agosto 2016 n. 17240

[2] Cass. 15 novembre 1996 n. 10043.

[3] Cass. 8 maggio 2007 n. 10430.

[4] Cass. sent. n. 13597/1992.

Autore immagine: 123rf com


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