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Accertamento polizia tributaria separazione

15 Aprile 2019


Accertamento polizia tributaria separazione

> Diritto e Fisco Pubblicato il 15 Aprile 2019



In caso di condizione patrimoniale sospetta e non chiara del coniuge o del genitore, al fine di accertarne l’effettiva capacità patrimoniale, il giudice può disporre indagini di polizia tributaria delegando la Guardia di Finanza.

Quando marito e moglie si separano, il giudice prende in esame le rispettive condizioni economiche per verificare se vi è una sproporzione. Solo in tale caso dispone, a carico del coniuge con il reddito più alto, l’obbligo di corrispondere un «assegno di mantenimento» in favore dell’ex. Questo assegno viene poi, al momento del divorzio, confermato o meno prendendo il nome di «assegno divorzile». Scopo di tale contributo è garantire al coniuge che, a causa dell’età o delle condizioni di salute non è in grado di mantenersi da solo, un’autosufficienza economica. 

La verifica dei redditi da parte del giudice passa attraverso l’esame delle ultime dichiarazioni dei redditi che le parti sono tenute a depositare al momento della separazione. Inutile dire che, in un Paese come il nostro ove l’evasione fiscale è particolarmente elevata, i documenti fiscali spesso non rispecchiano la reale situazione economica del contribuente. Tra lavoratori in nero, lezioni private, professionisti che non fatturano, imprenditori abili a giocare sulle pieghe di bilancio potrebbe ben succedere – e avviene spesso – che, a fronte di un reddito dichiarato all’Agenzia delle Entrate, l’effettiva ricchezza del soggetto sia completamente diversa. Come si supera il problema? La legge prevede la possibilità di eseguire delle indagini sulla situazione patrimoniale dei coniugi. Lo strumento utilizzato a tal fine è l’accertamento della polizia tributaria per le separazioni (ma anche per i divorzi).

Si tratta insomma dei controlli della Guardia di Finanza per separazioni e divorzi che, seppur non preordinate per scopi fiscali – non comportano cioè sanzioni per il “nero”, salvo che l’ufficio delle imposte venga allertato – sono comunque rivolte a verificare la reale condizione economica del marito o della moglie. 

Chi può chiedere l’accertamento della polizia tributaria: il giudice o le parti in causa? Cosa deve fare il tribunale nell’ipotesi in cui uno dei due coniugi contesti le dichiarazioni dei redditi dell’avversario? Una recente sentenza della Cassazione [1] fa il punto della situazione. Procediamo dunque con ordine e vediamo come funziona, nell’ambito delle separazioni, l’accertamento della polizia tributaria.

Quando le dichiarazioni dei redditi sono false

Chi contesta la dichiarazione dei redditi del coniuge deve fornire al giudice un appiglio, qualche indizio che faccia sorgere il sospetto circa l’inattendibilità dei dati fiscali presentati all’Agenzia delle Entrate. Il giudice, infatti, non è tenuto a prendere in considerazione la semplice affermazione di non veridicità della dichiarazione dei redditi senza un minimo principio di prova. 

Tra le “spie” che possono far presumere la sussistenza di un’evasione fiscale vi è certamente l’analisi dell’effettivo tenore di vita goduto dalla coppia quando ancora era unita. Ad esempio, sarà importante dimostrare che sono stati fatti viaggi costosi, cene periodiche al ristorante, l’iscrizione a centri sportivi o di benessere, l’entità delle bollette, l’acquisto di automezzi o altri beni costosi (gioielli, strumenti tecnologici, arredi, ecc.). 

In un famoso precedente, il giudice ha ritenuto di dover fondare un accertamento della maggiore capacità contributiva del coniuge sulla base delle foto da questi pubblicate sul proprio profilo Facebook di viaggi in località esotiche fatti con la moglie durante il matrimonio.

Le indagini della polizia tributaria

In caso di ulteriori dubbi circa la posizione reddituale del coniuge tenuto al mantenimento, il tribunale può disporre indagini sui redditi, sui patrimoni e sull’effettivo tenore di vita, valendosi, se del caso, della polizia tributaria [2].

La richiesta può essere presentata dalle parti o valutata d’ufficio dallo stesso magistrato.

Queste indagini devono essere richieste dal coniuge interessato, che deve fornire elementi il più possibile circostanziati e non generici, idonei a individuare disponibilità che non emergono dalle dichiarazioni fiscali dell’altro coniuge: ad esempio, occorre indicare conti correnti e beni a disposizione, anche intestati ad altri.

Del resto, la stessa giurisprudenza riconosce alle dichiarazioni dei redditi esibite nel processo un valore appena indiziario, atteso che esse non evidenziano né i patrimoni (come i valori monetari o i beni mobili di pregio), né i redditi esenti (che non confluiscono in dichiarazione), né tantomeno le disponibilità celate (si pensi ai proventi da evasione o da eredità non dichiarate in successione, ai mezzi finanziari all’estero non inseriti nel Quadro RW, alle disponibilità attribuite a soggetti interposti).

La legge tuttavia – ha ribadito la Cassazione [1] – non impone al tribunale in via diretta ed automatica di disporre le indagini della polizia tributaria ogni volta in cui sia richiesto dalla parte che contesta il reddito dell’ex, ma rimette allo stesso tribunale la valutazione di tale esigenza. Si tratta di un potere discrezionale che si giustifica in forza del fatto che spetta sempre al giudice la facoltà di ammettere i mezzi di prova proposti dalle parti e di ordinare gli altri che può disporre d’ufficio, previa valutazione della loro rilevanza e concludenza. La valutazione delle prove è rimessa dunque al prudente apprezzamento del magistrato e non costituisce un diritto delle parti. Il tribunale potrebbe, ad esempio, ritenere sufficienti le presunzioni già raccolte nel corso del processo sulla inattendibilità delle dichiarazioni dei redditi e non disporre ulteriori accertamenti da parte della Finanza. 

Quando avvengono le indagini della Finanza sulle separazioni?

Come detto, alla base dell’avvio delle indagini della polizia tributaria, vi deve essere la contestazione dell’altrui dichiarazione dei redditi e il sospetto che questa sia inattendibile. Non è sufficiente una blanda contestazione; nel giudizio deve essere documentata una situazione del tutto diversa da quella che appare in base alle risultanze già acquisite, così da convincere il giudice della necessità di svolgere accertamenti più approfonditi.

Le contestazioni devono, perciò, essere basate su fatti specifici e circostanziati, che il coniuge richiedente è tenuto a dimostrare [3]. A tal fine, come detto, si potrà dimostrare che il tenore di vita goduto dalla coppia durante l’unione è stato superiore rispetto ai redditi dichiarati al fisco.

Se il giudice del merito ritiene provato che non sussistono i presupposti per riconoscere l’assegno di divorzio può rigettare la relativa istanza, anche senza aver prima disposto accertamenti d’ufficio attraverso la polizia tributaria, atteso che l’esercizio del potere officioso di disporre indagini sui redditi e sui patrimoni dei coniugi e sul loro effettivo tenore di vita rientra nella sua discrezionalità, non trattandosi di un adempimento imposto dall’istanza di parte, purché esso sia correlato anche implicitamente a una valutazione di superfluità dell’iniziativa e di sufficienza dei dati istruttori acquisiti [4].

Le indagini della polizia tributaria possono rilevare sia ai fini della quantificazione dell’assegno di mantenimento in favore dell’ex coniuge che dei figli.

L’accesso all’anagrafe tributaria

Il giudice può peraltro accedere alle banche dati dell’Agenzia delle Entrate-servizio anagrafe tributaria in merito ai rapporti bancari, postali, finanziari risultanti dalla medesima anagrafe e intrattenuti personalmente (o come cointestatario, delegato o legale rappresentante); acquisire informazioni circa la consistenza dei depositi bancari; verificare la titolarità o disponibilità di carte di credito o carte di debito collegate a conti correnti intestati a soggetti terzi o alle imprese a cui a qualunque titolo il soggetto indicato partecipa. Può anche acquisire dati circa la posizione patrimoniale delle parti, attraverso indagini sugli immobili o sulle autovetture possedute.

La rassegna delle sentenze della giurisprudenza, elencata al termine di questo articolo, offre un ampio spaccato sull’utilizzo, da parte del giudice della separazione e del divorzio, dello strumento delle indagini della polizia tributaria.

Accertamento fiscale e sanzioni tributarie

L’avvio delle indagini sui redditi e sui patrimoni richiesto alla polizia tributaria dal giudice nel corso della causa di separazione o divorzio può dare il via ad accertamenti fiscali. Infatti, gli esiti delle indagini condotte per rivelare la situazione economica dei coniugi in lite per l’assegno divorzile possono essere acquisite da parte dell’agenzia delle Entrate per essere poste a fondamento di accertamenti fiscali. 

In ogni caso, affinché l’eventuale recupero d’imposta sia legittimo occorre rispettare le tutele previste, a favore del contribuente, dalla normativa tributaria. Perciò non sarà possibile, per l’Erario, prescindere dal rispetto dei termini di decadenza dal potere di accertamento, con riguardo alle singole annualità accertabili; nonché dalle norme speciali che impongono, ad esempio in caso di indagini bancarie, il contraddittorio preventivo tra il Fisco e la parte.

note

[1] Cass. sent. n. 9535/19 del 4.04.2019.

[2] Art. 5 c. 9 L. 898/70.

[3] Cass. 28 gennaio 2011 n. 2098.

[4] Cass. 6 giugno 2013 n. 14336.

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Cassazione civile sez. VI, 14/09/2017, n.21359

In tema di divorzio, il giudice del merito, ove ritenga raggiunta la prova dell’insussistenza dei presupposti che condizionano il riconoscimento dell’assegno di divorzio, può direttamente procedere al rigetto della relativa istanza, anche senza aver prima disposto accertamenti d’ufficio attraverso la polizia tributaria, atteso che l’esercizio del potere officioso di disporre, per il detto tramite, indagini sui redditi e sui patrimoni dei coniugi e sul loro effettivo tenore di vita rientra nella sua discrezionalità, non trattandosi di un adempimento imposto dall’istanza di parte, purché esso sia correlabile anche per implicito ad una valutazione di superfluità dell’iniziativa e di sufficienza dei dati istruttori acquisiti.

Cassazione civile sez. VI, 19/07/2017, n.17862

In tema di determinazione dell’assegno di mantenimento, l’esercizio del potere di disporre indagini patrimoniali avvalendosi della polizia tributaria, che costituisce una deroga alle regole generali sull’onere della prova, rientra nella discrezionalità del giudice di merito; l’eventuale omissione di motivazione sul diniego di esercizio del relativo potere, pertanto, non è censurabile in sede di legittimità, ove, sia pure per implicito, tale diniego sia logicamente correlabile ad una valutazione sulla superfluità dell’iniziativa per ritenuta sufficienza dei dati istruttori acquisiti.

Cassazione sez. VI, 20/02/2017, n.4292

In tema di determinazione dell’assegno di mantenimento in sede di scioglimento degli effetti civili del matrimonio, l’esercizio del potere del giudice che, ai sensi dell’art. 5, comma 9, della legge n. 898 del 1970, può disporre – d’ufficio o su istanza di parte – indagini patrimoniali avvalendosi della polizia tributaria, costituisce una deroga alle regole generali sull’onere della prova; l’esercizio di tale potere discrezionale non può sopperire alla carenza probatoria della parte onerata, ma vale ad assumere, attraverso uno strumento a questa non consentito, informazioni integrative del “bagaglio istruttorio” già fornito, incompleto o non completabile attraverso gli ordinari mezzi di prova; tale potere non può essere attivato a fini meramente esplorativi, sicché la relativa istanza e la contestazione di parte dei fatti incidenti sulla posizione reddituale del coniuge tenuto al predetto mantenimento devono basarsi su fatti specifici e circostanziati.

Cassazione civile sez. VI, 15/11/2016, n.23263

In tema di determinazione dell’assegno di mantenimento in sede di scioglimento degli effetti civili del matrimonio, l’esercizio del potere del giudice che, ai sensi dell’art. 5, comma 9, della l. n. 898 del 1970, può disporre – d’ufficio o su istanza di parte – indagini patrimoniali avvalendosi della polizia tributaria, costituisce una deroga alle regole generali sull’onere della prova; l’esercizio di tale potere discrezionale non può sopperire alla carenza probatoria della parte onerata, ma vale ad assumere, attraverso uno strumento a questa non consentito, informazioni integrative del “bagaglio istruttorio” già fornito, incompleto o non completabile attraverso gli ordinari mezzi di prova; tale potere non può essere attivato a fini meramente esplorativi, sicché la relativa istanza e la contestazione di parte dei fatti incidenti sulla posizione reddituale del coniuge tenuto al predetto mantenimento devono basarsi su fatti specifici e circostanziati.

Tribunale Bari sez. I, 16/11/2015, n.4996

Le indagini di polizia tributaria sollecitate dall’attrice sono ingiustificate, in quanto lei per prima, sulla quale ricade ogni onere probatorio in particolare quale richiedente l’assegno divorzile, in spregio del combinato disposto di cui agli artt. 4, comma 6, e 5, comma 9, L. n. 898/1970, neppure dopo la concessione dei termini perentori di cui all’art. 183, comma 6, c.p.c. ha prodotto proprie dichiarazioni reddituali, né il benché minimo documento idoneo a delucidare la propria attuale posizione patrimoniale. occupazionale ed economico-reddituale.

La circostanza da lei stessa allegata che il marito contumace non le avrebbe mai corrisposto alcunché a titolo di assegno di mantenimento dovutole in forza della separazione consensuale, lascia supporre logicamente che in tutti questi anni ella abbia disposto di altre risorse economiche, non avendo neanche allegato, prima che chiesto di provare, che persone diverse dal consorte separato l’abbiano aiutata economicamente.

Tribunale di Milano, ordinanza del 3 aprile 2015

Il giudice ha delegato la polizia tributaria alle seguenti attività relativo alla persona di uno dei coniugi:

a) accertare l’effettivo tenore di vita segnalando, ove possibile, l’acquisto di autovetture e altri beni di valore consistente;

b) accertare la consistenza del patrimonio immobiliare anche se gli immobili sono intestati a soggetti diversi (art. 337 ter, c.c.);

c) accertare la misura dei redditi dichiarati ai competenti uffici tributari e delle imposte corrisposte;

d) accertare la partecipazione a imprese o società commerciali e il volume di affari delle stesse imprese o società, e in particolare la sussistenza di eventuali cointestazioni di fatto (accertare anche le partecipazioni anche pregresse ove non più attuali);

e) acquisire informazioni specifiche, attraverso la interrogazione della banca dati dell’Agenzia delle Entrate – servizio di Anagrafe Tributaria dei rapporti con gli intermediari dell’Agenzia delle Entrate, in merito ai rapporti bancari, postali e finanziari risultanti da tale anagrafe e intrattenuti sia personalmente, che quale cointestatario, che quale semplice delegato o legale rappresentante;

f) acquisire informazioni specifiche in merito alla consistenza dei depositi bancari nel triennio precedente;

g) verificare l’eventuale titolarità o la disponibilità materiale di carte di pagamento (bancomat), di carte di credito o di carte di debito eventualmente collegate con conti correnti bancari intestati a soggetti terzi o a imprese.


Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 12 febbraio – 4 aprile 2019, n. 9535

Presidente Giancola – Relatore Pazzi

Fatti di causa

1. Il Tribunale della Spezia, dopo aver pronunciato la cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto fra F.F. e V.A. , disponeva che quest’ultimo corrispondesse all’ex coniuge un assegno divorzile pari a Euro 2.000 mensili.

2. La Corte d’appello di Genova, adita su iniziativa del V. al fine di escludere l’obbligo di versamento di qualsiasi assegno di divorzio, rilevava che l’età della F. rendeva insussistente la sua capacità lavorativa, reputava scarsamente convincente la documentazione relativa ai redditi percepiti dal V. e, tralasciate le somme percepite in sede esecutiva dall’appellata a titolo di arretrati dell’assegno di mantenimento e spese legali, confermava l’obbligo dell’appellante di versare l’assegno divorzile nella misura già fissata; ciò fino a quando la ex moglie non sarebbe stata in possesso della somma di Euro 800.000, a lei riconosciuta con sentenza oramai definitiva a titolo di utile come associata in partecipazione nella farmacia del V. .

3. Per la cassazione di questa sentenza ha proposto ricorso V.A. prospettando tre motivi di doglianza, ai quali ha resistito con controricorso F.F. .

La sesta sezione di questa Corte, inizialmente investita della decisione della controversia, ha rimesso la causa a questa sezione per la trattazione in pubblica udienza.

Parte controricorrente ha depositato memoria ai sensi dell’art. 380 bis.1 c.p.c..

Ragioni della decisione

4.1 Il primo motivo denuncia la violazione o falsa applicazione dell’art. 10 L. n. 74 del 1987, modificativo del disposto della L. n. 898 del 1970, art. 5: la corte distrettuale, pur essendo tenuta a valutare l’intera consistenza del patrimonio dei due coniugi ricomprendendovi qualsiasi utilità suscettibile di valutazione economica, non avrebbe considerato, al fine di determinare l’entità dell’assegno di divorzio facendo applicazione dei criteri previsti dalla L. n. 898 del 1970, art. 5, il totale ed esclusivo godimento della casa coniugale, il completo disinteresse della F. al mondo del lavoro dopo la separazione, il grado di formazione professionale e il bagaglio di esperienza dalla stessa maturato negli anni di lavoro presso la farmacia di famiglia e l’esigua durata della sua attività lavorativa in rapporto alla vita lavorativa media di una donna.

4.2 Il motivo non è fondato, non essendo ravvisabile il vizio di violazione di legge ipotizzato dal ricorrente.

La corte territoriale infatti ha diffusamente motivato in ordine allo sproporzionato differenziale economico – patrimoniale esistente fra i coniugi, considerando in particolare – rispetto al momento della pronuncia, quale epoca a cui il giudice deve far riferimento ai fini dell’individuazione delle condizioni per riconoscere il diritto alla percezione dell’assegno divorzile – il venir meno della capacità lavorativa dell’appellata a motivo dell’età oramai raggiunta.

Nessuna censura può poi essere mossa rispetto alla mancata valorizzazione del godimento della casa familiare, non solo perché la conferma delle considerazioni compiute dal primo giudice – che già aveva tenuto conto del fatto che la donna abitasse nella casa familiare senza nulla corrispondere all’ex coniuge – implica l’implicita condivisione delle valutazioni dallo stesso compiute a questo specifico riguardo, ma soprattutto perché la stessa giurisprudenza evocata dall’odierno ricorrente (Cass. 223/2016) chiarisce che l’uso di una casa di abitazione determinante un risparmio di spesa deve sì essere considerato ai fini di individuare la consistenza patrimoniale di ciascuno dei coniugi, salvo però che l’immobile sia occupato in via di mero fatto, trattandosi in questo caso di una situazione precaria ed essendo le difficoltà di liberazione un aspetto estraneo alla ponderazione delle rispettive posizioni patrimoniali e reddituali.

4.2 Il secondo mezzo lamenta la violazione o falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5: la corte territoriale, benché nell’accertamento del diritto all’emolumento dovesse mettere a confronto le rispettive potenzialità economiche, intese non solo come disponibilità attuali di beni e introiti ma anche come attitudini a procurarsene in grado ulteriore, non aveva tenuto in alcun conto il credito della F. quale associata in partecipazione – trascurando in particolare di considerare che la stessa aveva omesso di versare il conguaglio dovuto a seguito dell’assegnazione in sua proprietà esclusiva della ex casa coniugale, che era stato trattenuto in acconto di quanto dovutole, e aveva già incamerato in sede esecutiva la somma di Euro 113.191,39 -, così come non aveva considerato che l’immobile abitativo di pregio ubicato in XXXXXXXX già appartenente al V. era stato venduto all’asta su impulso della ex moglie.

4.3 Il motivo è inammissibile.

Il ricorrente sostiene che il credito della F. quale associata in partecipazione della farmacia del marito sarebbe stato già parzialmente incassato tramite compensazione con il conguaglio dovuto o in via esecutiva, aggiungendo poi che l’immobile attribuito al V. dai giudici di merito in realtà non era più di sua proprietà.

La sentenza impugnata tuttavia non fa il minimo cenno a simili questioni, che dalla lettura decisione non risulta fossero state poste dal reclamante al vaglio del giudice di appello; né dalla narrativa del ricorso per cassazione, come pure dallo svolgimento dei motivi, risulta che l’appellante, nel corso del giudizio di merito, avesse allegato simili circostanze.

Al riguardo non può quindi che trovare applicazione il principio secondo cui, qualora con il ricorso per cassazione siano prospettate questioni comportanti accertamenti in fatto di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, è onere della parte ricorrente, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità per novità della censura, non solo allegare l’avvenuta loro deduzione innanzi al giudice di merito, ma anche, in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso stesso, indicare in quale specifico atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Suprema Corte di controllare ex actis la veridicità di tale asserzione prima di esaminare il merito della suddetta questione (Cass. 6089/2018, Cass. 23675/2013).

5.1 Con il terzo motivo la sentenza impugnata è censurata per violazione e falsa applicazione della L. n. 74 del 1987, art. 10, modificativo del disposto della L. n. 898 del 1970, art. 5, ed omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio: la Corte d’appello – erroneamente qualificando il V. , titolare di una farmacia, come professionista piuttosto che come commerciante – si sarebbe limitata a negare l’attendibilità della dichiarazione dei redditi dell’appellante, senza disporre alcuna indagine al riguardo e basando le proprie valutazioni unicamente sull’assetto economico relativo alla separazione.

5.2 Il motivo è in parte infondato, in parte inammissibile.

La L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 9, non impone al Tribunale in via diretta e automatica di disporre indagini avvalendosi della polizia tributaria ogni volta in cui sia contestato un reddito indicato e documentato, ma rimette allo stesso la valutazione di detta esigenza, in forza del principio generale dettato dall’art. 187 c.p.c., che affida al giudice la facoltà di ammettere i mezzi di prova proposti dalle parti e ordinare gli altri che può disporre d’ufficio, previa valutazione della loro rilevanza e concludenza (Cass. 7435/2002).

Va poi escluso che esista un rapporto di correlazione necessaria, come pretende il ricorrente, fra l’esito dell’apprezzamento della congerie istruttoria disponibile e l’esercizio del potere discrezionale di svolgere, d’ufficio o su istanza di parte, indagini patrimoniali tramite la polizia tributaria, nel senso che in tanto il giudicante possa qualificare come inattendibili le dichiarazioni reddituali a lui prodotte in quanto egli abbia disposto indagini patrimoniali al riguardo.

Una simile interpretazione pretende di far discendere la valutazione delle dichiarazioni dei redditi e delle prove documentali relative ai redditi delle parti non dallo scrutinio che ne faccia il giudice, ma dal risultato delle indagini esperite.

Al contrario anche in queste controversie la valutazione delle prove è rimessa, ai sensi dell’art. 116 c.p.c., al prudente apprezzamento del giudicante e non può ritenersi in alcun modo condizionata dalla scelta, parimenti discrezionale, di disporre, d’ufficio o su istanza di parte, indagini patrimoniali tramite polizia tributaria al fine di procedere al doveroso accertamento dei fatti rilevanti per la decisione.

Infine la doglianza tesa a criticare l’erroneo riferimento alle statuizioni patrimoniali operanti in vigenza della separazione dei coniugi è priva di qualsiasi correlazione con la sentenza impugnata, la quale, al contrario, ha fatto riferimento ai ricavi delle vendite – tenendo così ben presente il fatto storico denunciato come trascurato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – rappresentate nella dichiarazione dei redditi per l’anno 2008 e ai redditi dichiarati per l’anno 2010 piuttosto che agli obblighi di mantenimento operanti nel regime di separazione.

6. In forza dei motivi sopra illustrati il ricorso deve essere pertanto respinto.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in Euro 6.200, di cui Euro 200 per esborsi, oltre accessori come per legge e contributo spese generali nella misura del 15%.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri titoli identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in quanto imposto dalla legge.


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