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Risarcimento per ingiusta detenzione

4 Maggio 2019 | Autore:
Risarcimento per ingiusta detenzione

Ingiusta detenzione: cos’è e come funziona? Chi può chiedere la riparazione per ingiusta detenzione? Quali sono i presupposti? A quanto ammonta il risarcimento?

La giustizia italiana non è infallibile: purtroppo molte volte la cronaca giudiziaria riporta casi di persone condannate erroneamente per un fatto che non hanno commesso. Fino a che l’errore riguarda una controversia civile, le conseguenze restano sul piano meramente economico; maggiori problemi sorgono, però, quando lo sbaglio giudiziario è stato commesso in sede penale: in questa ipotesi, in gioco c’è la liberta personale del condannato, il quale potrebbe essere costretto a scontare la propria pena in carcere. Oltre a ciò, anche qualora la condanna definitiva non dovesse tradursi in reclusione (ad esempio perché si beneficia della sospensione condizionale della pena), rimarrebbe nella società il marchio della condanna inflitta. Forse non sai che, in casi come questi, la legge prevede il risarcimento per ingiusta detenzione. È la stessa Costituzione italiana ad affermare che la legge deve determinare le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari. Ovviamente, per colui che è stato ingiustamente dietro le sbarre non esiste rimedio davvero adeguato: nessuno potrà restituirgli quella parte di vita che gli è stata sottratta. Tuttavia, lo Stato si impegna a risarcire chi, durante il processo, sia stato ingiustamente sottoposto dal giudice penale ad una misura cautelare limitativa della libertà personale (gli arresti domiciliari e il carcere, per intenderci). Se ne vuoi sapere di più sull’argomento, ti invito a proseguire nella lettura del presente articolo: vedremo insieme come funziona il risarcimento per ingiusta detenzione.

Ingiusta detenzione: cos’è?

Il risarcimento per ingiusta detenzione spetta quando una persona, pur non essendo stata condannata, abbia subito una restrizione della propria libertà personale a causa di un provvedimento del giudice. questa situazione si verifica quando, nelle more del procedimento, l’imputato venga posto agli arresti domiciliari oppure in custodia cautelare carceraria.

In poche parole, si ha ingiusta detenzione quando una persona accusata (oppure solamente indagata) di aver commesso un reato ha scontato un periodo di custodia cautelare in carcere o agli arresti domiciliari e, al termine del processo, è stata riconosciuta innocente.

Il risarcimento per ingiusta detenzione presuppone, quindi, quale requisito fondamentale, che la persona indagata o imputata abbia scontato, ingiustamente e in via cautelare, un periodo di tempo in carcere o agli arresti domiciliari.

Errore giudiziario: cos’è?

Sebbene anche l’ingiusta detenzione presupponga un errore nella valutazione della colpevolezza della persona colpita da misura cautelare detentiva, il risarcimento per ingiusta detenzione va tenuto distinto dalla procedura di riparazione dell’errore giudiziario, la quale presuppone, al contrario dell’ingiusta detenzione, una sentenza definitiva di condanna [1].

In altre parole, mentre l’ingiusta detenzione dà diritto al risarcimento poiché, pur non essendo stati condannati, si è stati costretti a trascorrere un periodo di tempo in carcere oppure agli arresti domiciliari, la procedura di riparazione dell’errore giudiziario implica che una sentenza di condanna vi sia stata e che la stessa sia stata successivamente “ribaltata” mediante revisione.

Ciò che accomuna l’ingiusta detenzione all’errore giudiziario è il diritto, spettante all’imputato e al condannato, di ottenere dallo Stato una somma a titolo di risarcimento del danno patito.

Ingiusta detenzione: cosa dice la legge?

Secondo il codice di procedura penale, chi è stato prosciolto con sentenza irrevocabile ha diritto a un’equa riparazione per la custodia cautelare subita, purché non vi abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o colpa grave. Ugualmente, il risarcimento per ingiusta detenzione spetta all’indagato, quando abbia scontato una misura cautelare e poi si sia proceduto all’archiviazione del caso [2].

In pratica, la legge dice che a chiunque (indagato o imputato che sia) sia stata inflitta ingiustamente una misura cautelare limitativa della propria libertà personale spetta un’equa riparazione, purché la restrizione patita non sia a lui attribuibile per dolo o colpa grave. Cosa significa? Te lo spiego con un esempio.

Tizio commette un omicidio; per impedire che vada in prigione, Caio, padre di Tizio, si costituisce alle autorità dichiarando di essere lui l’assassino. A seguito di tale (falsa) confessione, egli viene arrestato e messo in carcere. Durante le indagini, però, emerge la verità: il vero omicida è Tizio e, pertanto, Caio viene liberato. In un’ipotesi del genere, Caio non potrà chiedere il risarcimento per ingiusta detenzione, poiché egli ha scontato una misura cautelare a causa della sua consapevole condotta.

Risarcimento ingiusta detenzione: spetta anche al condannato?

Abbiamo detto che il risarcimento per ingiusta detenzione spetta a colui che abbia ingiustamente patito una misura cautelare, in quanto assolto con sentenza definitiva.

Secondo la legge, il risarcimento per ingiusta detenzione spetta anche a colui che, invece, sia stato riconosciuto colpevole e, pertanto, condannato: si tratta dell’ipotesi in cui risulti accertato che il provvedimento che ha disposto la misura cautelare è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dalla legge. Mi spiego meglio.

La misura cautelare della custodia in carcere o degli arresti domiciliari può essere comminata solamente in alcuni casi, essenzialmente legati alla gravità del reato: ad esempio, per il delitto di omicidio sicuramente si potrà tenere agli arresti domiciliari il presunto assassino, così come nel caso di rapina, sequestro di persone, narcotraffico, ecc.

Al contrario, per i delitti meno gravi non è possibile procedere con una misura cautelare: capirai bene, quindi, che se una persona, in attesa di giudizio, viene messa in carcere per il reato di diffamazione o per altro fatto di minor rilievo, si tratterà di una ingiusta detenzione anche se interverrà sentenza di condanna definitiva.

In poche parole, il risarcimento per ingiusta detenzione spetta anche al condannato quando, nelle more del giudizio, abbia subito un’illegittima restrizione della propria libertà.

Ingiusta detenzione: come si chiede il risarcimento?

Secondo la legge, il risarcimento per ingiusta detenzione deve essere chiesto, a pena di inammissibilità, entro il termine di due anni dal giorno in cui la sentenza (di proscioglimento, di non luogo a procedere o di condanna) è divenuta irrevocabile, ovvero entro due anni da quando è stata effettuata la notificazione del provvedimento di archiviazione [3].

Poiché si applicano, in quanto compatibili, le norme sulla riparazione dell’errore giudiziario, la domanda volta ad ottenere il risarcimento per ingiusta detenzione va proposta, nei termini sopra visti, presso la cancelleria della corte di appello nel cui distretto è stata pronunciata la sentenza. E così, ad esempio, se l’assoluzione è stata dichiarata in via definitiva dal tribunale di Napoli, la domanda per ottenere il risarcimento per ingiusta detenzione va presentata presso la corte di appello di Napoli.

La corte decide sull’istanza in camera di consiglio, comunicando la domanda, insieme al provvedimento che fissa l’udienza, al pubblico ministero, al ministro del Tesoro presso l’avvocatura dello Stato che ha sede nel distretto della corte e a tutti gli altri interessati.

La corte di appello, analizzata l’istanza e l’eventuale documentazione prodotta, decide con ordinanza, la quale può accogliere la richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione oppure rigettarla; in quest’ultimo caso, è possibile proporre ricorso per Cassazione.

Chi può chiedere il risarcimento per ingiusta detenzione?

Il risarcimento per ingiusta detenzione può essere chiesto, ovviamente, dal diretto interessato, cioè da colui che ha patito ingiustamente una misura cautelare: egli può farlo personalmente, recandosi presso la cancelleria della corte di appello e depositando la sua istanza, unitamente ad eventuale documentazione in allegato, oppure avvalendosi dell’assistenza di un avvocato.

La vittima dell’ingiustizia, però, non è l’unico soggetto legittimato a chiedere il risarcimento per ingiusta detenzione: secondo la legge [4], infatti, se il diretto interessato muore prima di poter presentare istanza, il diritto alla riparazione spetta al coniuge, ai discendenti e ascendenti, ai fratelli e sorelle, agli affini entro il primo grado e alle persone legate da vincolo di adozione con quella deceduta.

A questi soggetti, tuttavia, non può essere assegnata a titolo di risarcimento per ingiusta detenzione una somma maggiore di quella che sarebbe stata liquidata alla vittima: la somma andrà pertanto ripartita in ragione delle conseguenze derivate dall’errore a ciascuna persona. Il diritto al risarcimento non spetta alle persone che non possano succedere al defunto a causa di indegnità, secondo le norme del diritto civile in materia successoria.

In sintesi, se il diretto interessato non può più presentare la sua domanda per ottenere il risarcimento per ingiusta detenzione, il diritto si trasmette ai suoi eredi, i quali potranno presentare l’istanza personalmente oppure mediante difensore nominato ad hoc.

La domanda presentata dagli eredi non obbliga lo Stato a liquidare una somma maggiore di quella che avrebbe attribuito alla persona direttamente pregiudicata: pertanto, l’ammontare del risarcimento per ingiusta detenzione sarà sempre uguale, solamente che andrà poi suddiviso tra gli eredi.

Ingiusta detenzione: a quanto ammonta il risarcimento?

La legge pone un limite massimo all’entità del risarcimento per ingiusta detenzione: l’importo della riparazione non può mai eccedere la cifra di 516.456,90 euro (equivalente ad un miliardo del vecchio conio).

Risarcimento ingiusta detenzione: come si calcola?

In linea di massima, è possibile stabilire quanto spetti a colui che abbia ingiustamente subito una misura cautelare. Secondo un criterio aritmetico di ideazione giurisprudenziale, la somma indennizzabile per ogni giorno di ingiusta detenzione è di 235,82 euro. A tale importo si giunge dividendo l’importo massimo stabilito dalla legge (516.456,90 euro) per la durata massima della custodia cautelare in carcere, che è di sei anni.

In pratica, il risarcimento spettante per ogni giorno di ingiusta detenzione si ottiene dividendo l’importo massimo indennizzabile per il termine di sei anni espresso in giorni. Si avrà, pertanto: 516.456,90 diviso 2190 (giorni in sei anni) = 235,82.

Di conseguenza, se una persona è stata ingiustamente vittima di una misura cautelare per un anno, il risarcimento per ingiusta detenzione sarà pari a 86.074,30 euro (risultato di 235,82 moltiplicato per 365 giorni).

La giurisprudenza, però, è concorde nel ritenere che questo criterio di calcolo aritmetico è solamente indicativo: la corte di appello chiamata a giudicare sul risarcimento per ingiusta detenzione potrà pertanto discostarsene, dovendo il giudice tener conto di altre circostanze che possono giustificare un aumento o una diminuzione dell’indennizzo stesso, come, ad esempio, l’eventuale pregiudizio psicologico patito dalla vittima dell’ingiusta detenzione, oppure i danni subiti sul piano personale e familiare [5]


note

[1] Art. 643 cod. proc. pen.

[2] Art. 314 cod. proc. pen.

[3] Art. 315 cod. proc. pen.

[4] Art. 644 cod. proc. pen.

[5] Cass., sent. n. 55787 del 07.12.2017.

Autore immagine: Unsplash.com


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