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Dichiarazione di fallimento: come avviene?

6 Maggio 2019 | Autore: Giuseppe Bruno
Dichiarazione di fallimento: come avviene?

Crisi d’impresa: cos’è la dichiarazione di fallimento, come si ottiene e cosa comporta per l’impresa e per i creditori

Negli ultimi anni accade assai di frequente che le imprese si trovino in condizioni di difficoltà economica. A volte si tratta della conseguenza di scelte imprenditoriali sbagliate, altre volte di una crisi del settore in cui l’impresa opera. In ogni caso, il primo effetto di tale condizione, molto spesso, è l’incapacità dell’impresa di pagare i propri debiti. Così, ad esempio, se sei un fornitore, potrebbe capitarti di non ricevere il pagamento dei prodotti o dei servizi che hai erogato all’impresa, nonostante i ripetuti solleciti. A volte si tratta di situazioni di difficoltà temporanee, ma altre volte l’incapacità di far fronte ai propri debiti (cioè lo stato di insolvenza) è irreversibile. Allora come puoi tutelarti e ottenere le somme che ti spettano? La legge prevede un’apposita procedura proprio per consentire ai creditori di ottenere il pagamento delle somme dovute dall’impresa, attraverso la vendita forzata dei beni che possiede. Questo istituto prende il nome di liquidazione giudiziale o, come veniva chiamato in passato, di fallimento, che può essere attivato su richiesta dei creditori che non sono stati pagati, dell’Agenzia delle Entrate nell’attività di riscossione dei tributi o dell’impresa stessa che si sia resa conto della sua situazione di difficoltà irreversibile. Si tratta di una procedura che può essere fatta partire presentando un’apposita istanza al tribunale affinché verifichi la sussistenza dei presupposti per aprire la procedura fallimentare e lo dichiari con sentenza. In questo articolo, proverò a darti qualche informazione utile sulla dichiarazione di fallimento: come avviene, come si ottiene e quali sono gli effetti che produce.

Cos’è la dichiarazione di fallimento?

La dichiarazione di fallimento è il provvedimento con cui il tribunale dichiara che un’impresa si trova in una situazione di dissesto finanziario e non è più in grado di pagare i propri debiti. Come vedremo, si tratta di una sentenza che determina l’apertura di un particolare procedimento che produce una serie di effetti, sia per l’impresa fallita, sia per chi vanta un credito nei suoi confronti, come ad esempio un fornitore in attesa di ricevere un pagamento.

Da agosto 2020 le regole di tale particolare procedura cambieranno, poiché entrerà in vigore il nuovo Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza. In particolare, secondo il nuovo Codice, non si parlerà più di “fallimento”, ma di “liquidazione giudiziale”.

Tanto con le regole attuali, quanto con le regole che entreranno in vigore tra poco più di un anno, bisogna tener presente che non tutte le imprese possono essere dichiarate fallite. Affinché ciò accada è necessario che sussistano i seguenti presupposti:

  • l’impresa dev’essere fallibile, cioè deve rientrare tra i soggetti che per la legge possono essere sottoposti alla procedura di fallimento (requisito soggettivo);
  • l’impresa si deve trovare in uno stato di insolvenza, cioè dev’essere dimostrato che l’impresa non è più in grado di pagare i propri debiti (requisito oggettivo).

Chi può essere dichiarato fallito e quando?

Secondo le regole attualmente vigenti, a poter essere dichiarati falliti sono solo gli imprenditori che esercitano un’attività commerciale [1], cioè tutti quegli imprenditori che producono, scambiano o trasportano beni o servizi, purché non si tratti di beni agricoli [2].

Rientrano, ad esempio, nella categoria degli imprenditori commerciali, tanto un trasportatore di merci, quanto un’impresa che eroga un servizio di pulizia o vende oggetti da arredamento.

Non tutti gli imprenditori commerciali sono soggetti al fallimento, ma solo quelli che abbiano tutte le seguenti caratteristiche:

  • attivo patrimoniale superiore a euro 300.000 negli ultimi tre esercizi (ad esempio negli ultimi tre bilanci) [3]. Fanno parte dell’attivo patrimoniale, ad esempio, i crediti verso altri soggetti o la liquidità disponibile. Se l’impresa è operativa da meno di tre anni, si considera solo tale periodo di attività;
  • ricavi lordi superiori a euro 200.000 negli ultimi tre esercizi (ad esempio negli ultimi tre bilanci). Anche in questo caso, se l’impresa è operativa da meno di tre anni, si considera solo tale periodo di attività;
  • debiti superiori ad euro 500.000.

Se l’impresa non presenta queste caratteristiche, non può essere dichiarata fallita.

Se l’impresa, invece, presenta le caratteristiche che abbiamo visto, è necessario che sussista un ulteriore requisito: lo stato di insolvenza. Si tratta di una condizione che può essere desunta, ad esempio, da inadempimenti (come una serie di mancati pagamenti) o altri fatti esteriori (come l’irreperibilità dell’imprenditore o la chiusura dei locali dell’impresa) che dimostrino che l’imprenditore non è più in grado di soddisfare regolarmente i propri debiti [5].

Il procedimento per la dichiarazione di fallimento

Affinché il tribunale emetta la sentenza di dichiarazione del fallimento di un’impresa è necessario che qualcuno porti alla sua conoscenza lo stato di insolvenza in cui tale impresa si trova.

In particolare, attualmente, la legge prevede che la dichiarazione di fallimento può avvenire a seguito di ricorso (spesso chiamato anche istanza di fallimento) presentato da uno dei seguenti soggetti [6]:

  • dal debitore, cioè dalla medesima impresa che ormai non è in grado di pagare i propri debiti. Se si tratta di impresa individuale, il ricorso è presentato dall’imprenditore stesso. Se si tratta di una società, è sufficiente che sia presentato dall’amministratore, dotato del potere di rappresentanza legale [7]. All’istanza di fallimento il debitore deve allegare tutta la documentazione utile al giudice per verificare la sussistenza o meno dei presupposti per la dichiarazione di fallimento. Ad esempio, è tenuto ad allegare le scritture contabili e fiscali relative agli ultimi esercizi; lo stato delle attività di impresa; l’elenco dei creditori con i dettagli dei singoli crediti e l’indicazione dei ricavi conseguiti negli ultimi tre esercizi;
  • da uno o più creditori dell’impresa che, in tal modo, confidano nella possibilità di ottenere le somme a loro spettanti. Anche in tal caso, è necessario allegare documenti che consentano al tribunale di verificare i presupposti per procedere alla dichiarazione di fallimento. In particolare, devono essere allegati: la visura della società estratta dal Registro delle Imprese e il titolo a fondamento del credito (ad esempio fatture o cambiali).

Il ricorso dev’essere presentato al tribunale (sezione fallimentare) del luogo dove l’impresa ha la sua sede principale, cioè dove svolge prevalentemente le attività di amministrazione. La sede principale spesso coincide con la sede legale, ma non necessariamente.

Il tribunale può emettere la sentenza di dichiarazione del fallimento anche su richiesta del pubblico ministero, quando la situazione di insolvenza [8]:

  • è emersa nel corso di un procedimento penale;
  • risulti dalla fuga, dalla irreperibilità o dalla latitanza dell’imprenditore, dalla chiusura dei locali dell’impresa, nonché da comportamenti dell’imprenditore che incidono sul patrimonio della stessa (ad esempio il trafugamento, la sostituzione o la diminuzione fraudolenta dell’attivo);
  • è stata segnalata da un giudice che, a sua volta, l’ha rilevata nel corso di un procedimento civile.

In passato era previsto che il fallimento potesse essere dichiarato anche per iniziativa d’ufficio del tribunale. Oggi la legge non prevede più tale possibilità e richiede che il giudice possa emettere la sentenza di fallimento solo se lo richiedano il debitore, i creditori o il pubblico ministero [9].

Acquisita l’istanza e la documentazione, il tribunale verifica la sussistenza dei presupposti del fallimento (che l’impresa sia fallibile e che si trovi in stato di insolvenza, come abbiamo visto). Se la verifica ha esito positivo, emette la sentenza di dichiarazione del fallimento.

Il contenuto della dichiarazione di fallimento

Se il giudice ha riscontrato la sussistenza dei presupposti per dichiarare fallita un’impresa, emette una sentenza con cui viene dato avvio alla procedura fallimentare, cioè a quel procedimento che permette di raggruppare i beni dell’impresa e pagare, nei limiti in cui lo consentano, i debiti contratti.

In particolare, con la sentenza di dichiarazione del fallimento, il tribunale fallimentare provvede:

  1. alla nomina del giudice delegato, che vigila sul corretto svolgimento della procedura;
  2. alla nomina del curatore fallimentare, che ha il compito di amministrare l’impresa fino a quando la procedura non si sarà conclusa;
  3. nel caso di istanza presentata dai creditori o dal pubblico ministero, ad ordinare al fallito di depositare, entro tre giorni, i bilanci e le scritture contabili e fiscali; nonché l’elenco dei creditori;
  4. a fissare l’udienza per la verifica dei crediti e il termine per consentire agli altri creditori di partecipare alla procedura (domande di insinuazione e di rivendicazione).

La sentenza viene notificata al debitore, comunicata al creditore che ha richiesto la dichiarazione del fallimento e al pubblico ministero; nonché annotata sul registro delle imprese.

Da questo momento la dichiarazione di fallimento produce effetti nei confronti tanto del fallito, quanto dei creditori e di eventuali altri soggetti.

Gli effetti della dichiarazione di fallimento

Con l’emissione della sentenza di dichiarazione del fallimento, il primo effetto è quello dell’apertura della procedura fallimentare.

Tale procedura, secondo le regole attualmente vigenti, si articola in tre fasi distinte:

  1. la fase di accertamento del passivo, durante la quale viene accertata la consistenza patrimoniale dell’impresa. Si verificano, cioè, l’esistenza e la consistenza sia dei debiti, sia dei crediti del fallito;
  2. la fase di liquidazione dell’attivo, durante la quale i beni dell’impresa debitrice sono sottoposti a vendita forzata;
  3. la fase di ripartizione dell’attivo, durante la quale eventuali somme disponibili e le altre somme derivanti dalla liquidazione vengono ridistribuite tra i creditori dell’impresa fallita [10].

Gli effetti nei confronti dei creditori

Nei confronti dei creditori, il principale effetto derivante dalla dichiarazione di fallimento consiste nell’ottenere, quasi sempre in parità con gli altri creditori, il pagamento delle somme dovute nei limiti del patrimonio residuo dell’impresa.

Gli effetti nei confronti del fallito

Nei confronti dell’impresa fallita si producono effetti su tre piani:

  • patrimoniale;
  • personale;
  • penale.

Con riferimento agli effetti patrimoniali, l’imprenditore subisce il cosiddetto spossessamento. In pratica, con la dichiarazione di fallimento, il fallito perde la disponibilità dei suoi beni esistenti e non può né amministrarli né agire legalmente nelle controversie che li riguardano, né infine ricevere somme derivanti dal loro godimento (ad esempio il canone di locazione su un bene immobile). L’imprenditore mantiene, comunque, la proprietà di tali beni.

Dallo spossessamento sono esclusi una serie di beni, quali ad esempio [11]:

  • beni strettamente personali;
  • stipendi, pensioni, salari e altri guadagni derivanti dalla sua attività, nei limiti di quanto necessario per il suo mantenimento e per il mantenimento della sua famiglia;
  • le cose che non possono essere pignorate per disposizione di legge.

Gli effetti personali derivanti dalla dichiarazione di fallimento sono, invece, specifici obblighi gravanti sul fallito, come ad esempio:

  • l’obbligo di consegnare al curatore tutta la corrispondenza riguardante i beni e i rapporti relativi al fallimento. Sono incluse mail, lettere o altre comunicazioni riguardanti tanto lo stato patrimoniale dell’impresa, quanto singoli rapporti di credito o di debito [12];
  • l’obbligo di comunicare al curatore ogni variazione della propria residenza o del proprio domicilio [13];
  • l’obbligo di presentarsi personalmente alle convocazioni ricevute dal giudice delegato o dal curatore fallimentare per fornire informazioni o chiarimenti utili per lo svolgimento della procedura [14].

Infine, con riferimento agli effetti penali, la condotta dell’imprenditore tanto in relazione allo stato di insolvenza, quanto in relazione allo svolgimento della procedura fallimentare può integrare specifiche ipotesi di reato punite dal Codice penale (ad esempio la bancarotta fraudolenta).

Gli effetti nei confronti di altri soggetti

Ci sono anche altri soggetti che possono subire le conseguenze della dichiarazione di fallimento. Si tratta di soggetti diversi dai creditori che, comunque, avevano in corso rapporti con l’impresa fallita. Ad esempio si tratta di rapporti contrattuali che, a seguito della dichiarazione di fallimento, possono essere sospesi, sciolti o risolti.

La legge prevede, inoltre, i pagamenti compiuti dal fallito:

  • fino a due anni prima della dichiarazione di fallimento, i quali presentino irregolarità, sono dichiarati inefficaci e revocati automaticamente;
  • fino a un anno prima della dichiarazione di fallimento, i quali non presentino irregolarità, sono dichiarati inefficaci e revocati a condizione che il curatore riesca a dimostrare che l’altro soggetto era a conoscenza dello stato di insolvenza in cui versava l’impresa.


Di Giuseppe Bruno

note

[1] Art. 1 R.D. 16.03.1942.

[2] La definizione di imprenditore commerciale si ricava dall’art. 2082 (imprenditore). In particolare sono imprenditori commerciali tutti quelli che non svolgono le attività previste dall’articolo 2135 (imprenditore agricolo) del Codice civile. Comunemente si tratta di imprenditori che svolgono le seguenti attività: attività industriali per la produzione di beni o di servizi; intermediazione nella circolazione dei beni; trasporto; attività bancarie o assicurative.

[3] L’art. 2424 cod. civ. prevede che lo stato patrimoniale di un’impresa, cioè i beni in suo possesso, siano suddivisi in attivo patrimoniale ( ad esempio crediti, liquidità, ecc.) e passivo patrimoniale (ad esempio i debiti).

[4] Art. 5 R.D. 16.03.1942.

[5] Artt. 5 e 7 R.D. 16.03.1942.

[6] Art. 6 R.D. 16.03.1942.

[7] Cass. civ. n. 19983/2009.

[8] Art. 6 R.D. 16.03.1942.

[9] Cass. civ. n. 3472/2011.

[10] La redistribuzione dei crediti avviene sulla base di un progetto presentato dal curatore fallimentare e dichiarato esecutivo dal giudice delegato.

[11] Art. 46 n. 267 R.D. 16.03.1942.

[12] Art. 48 R.D. 16.03.1942.

[13] Art. 49 R.D. 16.03.1942.

Autore immagine: fallimento impresa di WHYFRAME


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