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A quanto ammonta il risarcimento per morte sul lavoro

7 Maggio 2019
A quanto ammonta il risarcimento per morte sul lavoro

Il datore di lavoro ha il dovere di proteggere la salute e la sicurezza dei propri dipendenti altrimenti si espone al rischio di commettere un reato penale e di dover risarcire ingenti somme.

Il lavoro è l’attività umana con cui ogni individuo si procaccia le risorse necessarie a condurre un’esistenza libera e dignitosa. Tuttavia, a volte, il lavoro espone il lavoratore anche a dei rischi per la propria salute e per la propria sicurezza. Ciò avviene perché alcune attività sono, per loro natura, pericolose. Per questo la legge pone a carico del datore di lavoro il cosiddetto obbligo di sicurezza, ossia, il dovere di mettere in campo tutti gli accorgimenti necessari per ridurre al minimo i rischi per la salute e sicurezza dei dipendenti. Se questo obbligo non viene rispettato, il datore di lavoro si espone al rischio di dover risarcire il dipendente o i suoi familiari. Ma a quanto ammonta il risarcimento per morte sul lavoro? Non esiste, ovviamente, una risposta precisa, valida in tutte le diverse situazioni, ma esistono quantomeno dei criteri che ci consentono di capire quali sono le voci di danno che possono essere richieste da parte dei famigliari che hanno perso un loro caro a causa del lavoro e che vogliono agire contro il datore di lavoro per ottenere il risarcimento del danno provocato dalla morte del loro familiare.

Che cos’è l’obbligo di sicurezza?

Quando viene sottoscritto il contratto di lavoro, il datore di lavoro ed il dipendente si assumono una serie di obblighi reciproci. Il dipendente si impegna a recarsi puntualmente al lavoro e ad eseguire con diligenza le attività per le quali è stato assunto. Il datore di lavoro si assume, dal suo canto, tutta una serie di obblighi verso il lavoratore, tra i quali il più importante è il regolare pagamento della retribuzione mensile pattuita.

Esistono però anche altri obblighi che scattano quando si firma un contratto di lavoro. Uno di questi è il cosiddetto obbligo di sicurezza. Lavorare, infatti, può esporre la persona del dipendente a dei rischi per la propria salute e per la propria sicurezza. I rischi possono derivare dalle modalità di esecuzione della prestazione di lavoro. Si pensi al rischio di caduta dall’alto tipico dei lavoratori del settore edile. In altri casi, i rischi per la salute derivano dall’ambiente di lavoro. Si pensi al rischio di ammalarsi di tumore al polmone per quei dipendenti che lavorano in ambienti in cui è presente amianto o altre sostanza cancerogene.

L’obbligo di sicurezza è il dovere del datore di lavoro [1] di porre in essere tutti gli accorgimenti e le misure di prevenzione che possano ridurre al minimo il rischio per la salute e la sicurezza dei dipendenti.

Non esiste una lista specifica di cose da fare per poter dire di avere assolto all’obbligo di sicurezza anche perché le misure di sicurezza dipendono dalle particolarità dei rischi presenti nella singola e specifica lavorazione. Per essere più chiari, i rischi per la salute e la sicurezza dei dipendenti addetti a lavori di edilizia sono diversi da quelli dei lavoratori di un’industria metalmeccanica, e così via.

Obbligo di sicurezza: cosa fare?

Come deve comportarsi, dunque, il datore di lavoro per adempiere al proprio obbligo di sicurezza? Il primo passo da fare è rispettare le disposizioni previste dalla legge [2] in materia di sicurezza. Sotto questo profilo il datore di lavoro dovrà:

  • valutare tutti i rischi presenti in azienda per la salute e sicurezza dei dipendenti. La valutazione dei rischi confluisce in un documento che viene detto Documento di valutazione dei rischi (o Dvr) che viene redatto da società o professionisti specializzati nella materia della sicurezza;
  • valutare separatamente i rischi derivanti dalle interferenze che si hanno quando, a causa di appalti di servizi ed altre forme di outsourcing, in azienda lavorano dipendenti di diverse società. Le risultanze di questa attività di valutazione devono confluire in un altro documento, il Documento di valutazione dei rischi da interferenze (o Duvri);
  • nominare il Responsabile del servizio di prevenzione e protezione (o Rspp): si tratta di un dipendente o di un consulente che ha una spiccata conoscenza della materia della sicurezza e che può dunque coadiuvare il datore di lavoro nell’implementazione di un modello aziendale che rispetti la salute e sicurezza dei dipendenti;
  • nominare il medico competente: si tratta del medico aziendale che sottopone il personale alle visite mediche di controllo per verificare che i dipendenti abbiano lo stato di salute compatibile con lo svolgimento delle mansioni cui sono chiamati;
  • formare i dipendenti spiegando loro quali sono i rischi per la salute e sicurezza in ambito aziendale e cosa devono fare;
  • dotare i dipendenti dei dispositivi di protezione individuale (o Dpi): scarpe anti-infortunistica, cuffie da rumore, corde, imbracature, etc. In generale i Dpi sono tutti gli strumenti che tutelano o mitigano i rischi legati al lavoro;
  • aggiornare i documenti di valutazione del rischio e la conseguente struttura aziendale periodicamente.

Obbligo di sicurezza: cosa rischia chi non lo rispetta

Il corretto adempimento dell’obbligo di sicurezza, purtroppo, non è in grado di azzerare il rischio che, comunque, si verifichino danni per la salute e la sicurezza dei dipendenti. L’obbligo di sicurezza serve, infatti, a mitigare ed attenuare il rischio ma non può del tutto azzerarlo.

In alcuni casi, invece, il danno subito dal lavoratore deriva proprio dal fatto che il datore di lavoro non ha adeguatamente rispettato il suo obbligo di sicurezza.

Si pensi al caso del lavoratore edile che muore cadendo da una impalcatura poiché le imbracature fornite dal datore di lavoro sono vecchie e logore.

In questo caso c’è un nesso di causalità diretto tra la causazione dell’infortunio e il mancato assolvimento dell’obbligo di sicurezza.

La posizione del datore di lavoro, in questo caso, diventa molto critica sotto due profili.

Sul piano penale, la morte del lavoratore edile può essere considerata, in un certo senso, determinata dalla condotta negligente del datore di lavoro che potrà essere dunque condannato per omicidio colposo.

Se il dipendente, cadendo, non fosse morto ma si fosse solo ferito, il datore di lavoro rischierebbe di essere perseguito per il reato di lesioni colpose.

Sotto il profilo civilistico e risarcitorio, invece, la presenza di un nesso causale tra mancato assolvimento dell’obbligo di sicurezza e infortunio/malattia professionale del dipendente fa sì che il dipendente, o i suoi eredi in caso di morte, possano chiedere il risarcimento del danno al datore di lavoro.

Come abbiamo detto, infatti, l’obbligo di sicurezza costituisce un vero e proprio obbligo contrattuale che il datore di lavoro si assume, nei confronti del dipendente, al momento della stipula del contratto individuale di lavoro. Da ciò discende che, come in ogni ipotesi di responsabilità contrattuale, se il datore di lavoro non rispetta questo suo dovere contrattuale può essere chiamato a risarcire il danno subito all’altra parte del contratto.

Morte sul lavoro: a quanto ammonta il risarcimento del danno?

Come abbiamo detto, i profili di responsabilità giuridica del datore di lavoro in caso di morte di un suo dipendente per omissione, da parte dell’azienda, delle misure di sicurezza in ambito salute e sicurezza sul lavoro, sono due:

  • la responsabilità penale per lesioni o omicidio colposo a seconda dell’esito letale o meno dell’infortunio o della malattia professionale;
  • la responsabilità contrattuale per la violazione dell’obbligo di sicurezza e, dunque, la necessità di risarcire al  dipendente, se in vita, o ai suoi eredi il danno per perdita del familiare.

Prima di entrare nel tema della quantificazione del danno occorre premettere che l’azienda deve assicurare ogni dipendente presso l’Istituto nazionale di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (detto Inail) per i rischi connessi agli infortuni ed alle malattie professionali. Il meccanismo è del tutto analogo a quello delle assicurazioni private. Si versa mensilmente un premio assicurativo all’Inail e l’istituto interviene con varie prestazioni economiche qualora si verifichi l’evento coperto dall’assicurazione, ossia, l’infortunio sul lavoro o la malattia professionale.

A seconda che si tratti di infortunio sul lavoro o malattia professionale e a seconda della percentuale di danno biologico subito dal lavoratore, l’Inail erogherà al dipendente o ai suoi eredi una serie di prestazioni di carattere economico e non economico.

Le prestazioni erogate dall’Inail non esauriscono, tuttavia, i danni che il dipendente o i suoi eredi subiscono per infortunio sul lavoro o malattia professionale. In caso di violazione dell’obbligo di sicurezza, dunque, è possibile chiedere al datore di lavoro il cosiddetto danno differenziale, ossia la differenza tra il danno complessivamente subito per infortunio sul lavoro o malattia professionale e la parte di danno indennizzata dall’Inail con le prestazioni erogate.

Ma a quanto ammonta questo danno?

In linea di principio occorre ricordare che il danno è personalizzato in quanto ogni situazione è diversa. Da un punto di vista economico, ad esempio, la morte di un padre di famiglia che guadagnava 10.000 euro al mese non arreca lo stesso danno patrimoniale della morte di un padre di famiglia che guadagnava 1.000 euro al mese.

Il danno patrimoniale, dunque, non è quantificabile ma va verificato volta per volta a seconda delle peculiarità della singola situazione specifica.

Per quanto concerne il danno non patrimoniale, che possiamo considerare il danno non direttamente monetizzabile perché riguarda la parte più intima, affettiva della perdita, il tribunale di Milano ha redatto una tabella in base alla quale spettano le seguenti cifre.

Danno non patrimoniale per la perdita del congiunto:

  • a favore di ciascun genitore per la morte di un figlio: da euro 165.960 a euro 331.920;
  • a favore del figlio per morte di un genitore: da euro 165.960 a euro 331.920;
  • a favore del coniuge, della parte dell’unione civile e del convivente more uxorio: da euro 165.960 a euro 331.920;
  • a favore del fratello: da euro 24.020 a euro 144.130;
  • a favore del nonno per morte di un nipote: da euro 24.020 a euro 144.130.

Chiariamo, in ogni caso, che non esiste alcun automatismo. I valori indicati nella tabella sono solo orientativi. Inoltre, il fatto che nella tabella siano menzionati solo alcuni gradi di parentela non comporta necessariamente la non riconoscibilità del danno da perdita di altri rapporti parentali; significa solamente che non è ancora possibile rilevare un numero sufficiente di precedenti giurisprudenziali che possa consentire l’allestimento di una apposita tabella.


note

[1] Art. 2087 cod. civ.

[2] D. Lgs. n. 81/2008.

Autore immagine: risarcimento morte lavoratore di designer491


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