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Assegnazione della casa familiare: cosa c’è da sapere

11 Aprile 2019
Assegnazione della casa familiare: cosa c’è da sapere

Abitazione coniugale: che succede in caso di separazione e divorzio dei coniugi? Il caso dell’immobile in comproprietà o in proprietà esclusiva; l’assegnazione è prevista solo in presenza di figli.

Quando marito e moglie si separano, gli aspetti più controversi del distacco sono spesso collegati all’assegno di mantenimento e alla casa coniugale. Con riferimento a quest’ultimo problema, ci si chiede spesso a chi vada a finire l’abitazione familiare se è cointestata ad entrambi i coniugi che l’hanno acquistata in regime di comunione dei beni. E che succede invece se l’immobile dovesse appartenere solo a uno dei due coniugi e questi dovesse decidere di venderla? Il giudice può assegnare la casa al coniuge con il reddito più basso o che presenta problemi di salute in ragione dei quali non può lavorare? Cosa avviene quando i figli sono all’università e non vivono più da anni all’interno della famiglia? Se c’è un provvedimento di assegnazione della casa coniugale, il titolare dell’immobile la può vendere e, in tal caso, cosa potrà fare l’acquirente per mandare via il coniuge assegnatario? A tutti questi quesiti proveremo a dare una risposta qui di seguito. Ma procediamo con ordine e vediamo cosa c’è da sapere sull’assegnazione della casa familiare.

Separazione: cosa succede con la separazione dei coniugi?

Al momento della separazione tra marito e moglie, molte sono le variabili che possono influire sul destino della casa familiare. La prima cosa da verificare è se l’immobile appartiene a uno dei due coniugi oppure ad entrambi. Questa seconda soluzione si verifica quando la coppia ha acquistato l’abitazione dopo il matrimonio in regime di comunione dei beni oppure, anche in regime di separazione, ma intestandola ad entrambi (casa cointestata). 

Se la casa è di proprietà di un solo coniuge, questi è libero di farne ciò che vuole e, quindi, di continuare a viverla anche dopo la separazione o venderla, salvo che intervenga un provvedimento di assegnazione della casa coniugale all’ex coniuge, cosa possibile solo in presenza di figli (di tanto ci occuperemo a breve).

Se la casa è invece di proprietà di entrambi i coniugi, questi dovranno trovare una soluzione condivisa sulle sorti dell’immobile dopo la separazione; potranno ad esempio decidere di vendere il bene e dividere il ricavato oppure di riconoscerne l’intera proprietà a uno dei due dietro pagamento, in favore dell’altro, della metà del valore in denaro. Se i due non trovano un accordo, si va dal giudice. Il tribunale preliminarmente verifica se la casa può essere divisa in due abitazioni distinte (cosiddetta “divisione in natura”). Se ciò non è possibile e non si trovano ulteriori intese tra le parti, il giudice mette in vendita il bene dividendo il ricavato tra i due comproprietari.

La seconda variabile che può influire sulle sorti della casa è la presenza di figli. Se infatti, all’interno della famiglia, vivono ancora i figli e questi non hanno le capacità economiche per mantenersi da soli, il giudice assegna l’immobile – a prescindere da chi ne abbia la proprietà – al genitore presso il quale la prole fisserà la propria dimora. 

Vediamo meglio come avviene questo passaggio.

Assegnazione della casa coniugale all’ex coniuge: quando?

Il giudice ha il potere di assegnare la casa coniugale – di proprietà di entrambi i coniugi o di uno solo di essi – al genitore con cui i figli andranno a vivere dopo la separazione. Tale provvedimento ha lo scopo di garantire alla prole, già provata dalla crisi coniugale, di non avere ulteriori traumi che potrebbero invece derivare da un trasloco e dal mutamento delle abitudini di vita (nuova scuola, nuovi compagni, nuova stanza, nuovi ambienti, ecc.).

Il provvedimento di assegnazione della casa coniugale deve essere emesso dal giudice a prescindere dalle condizioni economiche del coniuge assegnatario. Non si tratta infatti di una misura volta a sostenere il reddito del coniuge più povero ma, come appena detto, è rivolta a tutelare i figli minori o i maggiorenni non ancora autosufficienti. Dunque, anche in assenza di un assegno di mantenimento, la casa coniugale può essere accordata ugualmente alla moglie.

L’assegnazione della casa coniugale coinvolge anche tutti gli arredi e gli strumenti (ad esempio elettrodomestici) che la compongono e che ne rendono più agevole il godimento. Quindi il coniuge non assegnatario non può portare con sé il frigorifero anche se lo ha comprato coi propri soldi.

Ma quando viene assegnata la casa alla moglie? Di solito si parla della moglie perché – secondo l’attuale orientamento della Cassazione – è quest’ultima che deve essere preferita quando c’è da decidere la collocazione dei figli in età scolare o prescolare. E difatti, la casa coniugale viene assegnata solo in presenza di:

  • figli minorenni;
  • figli con handicap;
  • figli maggiorenni ma non ancora autonomi sotto un profilo economico.

In tali casi, la casa viene assegnata al coniuge presso cui vengono collocati i figli.

Di conseguenza, il giudice non ha alcun potere di decidere le sorti della casa familiare se:

  • la coppia non ha figli;
  • se i figli sono indipendenti economicamente;
  • se i figli sono andati a vivere da soli altrove. Il fatto tuttavia di essere assenti per l’università – cosa che succede ai “fuorisede” – non è sufficiente a determinare la revoca dell’assegnazione della casa coniugale visto che l’abitazione principale resta sempre quella familiare di provenienza.

Quando il giudice revoca l’assegnazione della casa familiare?

Le informazioni che abbiamo appena fornito portano a comprendere anche in quali casi il proprietario della casa, che sia stata assegnata all’ex coniuge, può chiedere al tribunale la revoca del provvedimento di assegnazione:

  • se i figli non convivono più o diventano economicamente indipendenti;
  • se il coniuge assegnatario non abita più nella casa familiare o cessa di abitarvi stabilmente perché decide di trasferirsi altrove o di andare a vivere dai propri genitori;
  • se il coniuge assegnatario inizia una convivenza “more uxorio” con un’altra persona nella stessa casa assegnata o in un’altra 
  • se il coniuge assegnatario contrae nuovo matrimonio;

Al verificarsi di uno di questi fatti l’assegnazione non viene meno di diritto: spetta al coniuge interessato chiedere la revoca al tribunale, il quale decide in base alla valutazione dell’interesse primario dei figli minori. 

Casa assegnata al coniuge più povero o con invalidità

È anche da escludere che la casa possa essere assegnata solo in ragione del minor reddito o di condizioni di disabilità fisica che interessino uno dei due coniugi. L’unico presupposto infatti per l’assegnazione della casa coniugale è la collocazione dei figli presso il genitore.

Cambiamento di residenza o domicilio

Se uno dei due coniugi (anche quello che non vive coi figli) cambia la residenza o il domicilio e questo cambiamento interferisce con le modalità dell’affidamento, l’altro coniuge può chiedere di ridefinire gli accordi o i provvedimenti adottati, compresi quelli economici.

Se infatti uno dei genitori si trova nella necessità di spostare la residenza o il domicilio, ciò incide sui tempi e sulle modalità di frequentazione dei figli, con importanti riflessi pratici ed economici. In tali casi, pertanto, è possibile chiedere al giudice una verifica della situazione; le parti possono raggiungere nuovi accordi o, comunque, ottenere la revisione dei precedenti provvedimenti in modo da adeguarli alla nuova situazione di fatto.

Le decisioni di maggiore interesse per i figli devono essere assunte di comune accordo tra i genitori; in caso di mancato accordo, la decisione è rimessa al giudice.

Pertanto è possibile che il genitore non convivente con la prole, in mancanza di accordo o non interpellato, possa rivolgersi al giudice al solo fine di ottenere una pronuncia sulla legittimità dello spostamento della residenza o del domicilio dell’altro genitore.

Spesso è dubbio se sussistano i presupposti per l’assegnazione quando il figlio o i figli convivono saltuariamente col genitore (ad esempio quando il figlio studente è impegnato lontano da casa).

Secondo la tesi prevalente la convivenza rilevante comporta la stabile dimora del figlio presso l’abitazione di un genitore con eventuali sporadici allontanamenti per brevi periodi e con esclusione, quindi, della ipotesi di saltuario ritorno presso detta abitazione per i fine settimana, ipotesi nella quale si configura invece un rapporto di ospitalità, con conseguente esclusione del diritto del genitore ospitante all’assegnazione della casa coniugale.

Casa in prestito o in affitto

Potrebbe succedere che la coppia viva in una casa non di proprietà ma ottenuta in prestito, magari dai genitori di uno dei due coniugi. Siamo in presenza di un comodato. Secondo la giurisprudenza, nonostante il comodato, il coniuge assegnatario della casa ha diritto a continuare a viverci se non risulta che al comodato sia stata fissata una data di scadenza o se l’immobile è stato dato in prestito proprio con la finalità di dare un tetto a tutto il nucleo familiare. In tal caso, ad esempio, i suoceri non potranno rivendicare dalla nuora la restituzione dell’immobile una volta che questa si sia separata col figlio. Dunque, Se il comodato è stabilito a tempo indeterminato il comodante deve consentire la continuazione del godimento per l’uso previsto nel contratto, salva la possibilità del comodante di chiederne la restituzione immediata quando sopravviene un urgente e impreveduto bisogno.

Il giudice ha il potere di assegnare la casa al coniuge convivente coi figli anche se l’appartamento è in affitto: in tal caso, nel contratto subentra quest’ultimo e l’altro se ne deve andare via di casa nel più breve tempo possibile.

Si può vendere la casa coniugale dopo la separazione?

Il proprietario della casa la può vendere dopo la separazione e nonostante il provvedimento di assegnazione all’ex coniuge. Tuttavia, in questi casi, l’acquirente deve rispettare il diritto di abitazione del coniuge-genitore assegnatario:

  • solo per nove anni, se l’assegnatario non ha trascritto nei pubblici registri immobiliari la sentenza di assegnazione;
  • fino a quando sussistono i presupposti per l’assegnazione (e quindi anche oltre 9 anni), se il provvedimento di assegnazione è stato trascritto nei pubblici registri.

Quindi è sempre bene ricordarsi di trascrivere il provvedimento di assegnazione della casa per prevalere contro eventuali acquirenti o creditori del proprietario. 

Chi sostiene le spese della casa famigliare se c’è l’assegnazione?

Se la casa è di proprietà del solo coniuge non assegnatario o è cointestata, il coniuge assegnatario non deve pagare alcun corrispettivo per il suo godimento.

L’assegnatario non deve pagare alcun canone né altro importo all’altro coniuge per il godimento della casa, poiché qualunque forma di corrispettivo snaturerebbe la funzione dell’istituto (come detto, la sua finalità è la tutela dei figli).

Tutte le spese di ordinaria amministrazione, come le spese condominiali, le utenze e le imposte sulla casa spettano al coniuge assegnatario. Invece le spese straordinarie sono di pertinenza del proprietario.

Che succede in caso di debiti e di pignoramento della casa?

Per effetto della trascrizione del provvedimento di attribuzione il coniuge assegnatario può opporre l’assegnazione della casa ai terzi ossia agli acquirenti, o a chi intenda iscrivere un’ipoteca su di essa. 

Se l’assegnazione non è trascritta i creditori possono pignorare la casa coniugale assegnata.

Se i creditori hanno iscritto ipoteca sull’immobile prima della trascrizione dell’assegnazione possono effettuare il pignoramento e la vendita dell’immobile. Tuttavia all’aggiudicatario che acquista la casa all’asta, è opponibile la precedente trascrizione dell’assegnazione, egli dunque deve consentire il godimento ai figli e al genitore assegnatario.

Assegnazione della casa e divorzio

Se i coniugi non hanno deciso in via definitiva la sorte della casa familiare in sede di separazione (ad esempio se è già avvenuto un trasferimento di proprietà o una cessione di quota), il problema dell’assegnazione si pone di nuovo nell’ambito del procedimento di divorzio.

Valgono qui le medesime considerazioni già svolte trattando il tema in sede di separazione consensuale o giudiziale.

Con una recente ordinanza la Cassazione [1] ha precisato quanto segue. Il coniuge assegnatario dell’ex casa familiare in sede di separazione, se ha un figlio ormai maggiorenne, deve chiedere durante il giudizio di divorzio che l’immobile continui a essergli attribuito, altrimenti rischia di perderlo: un conto, infatti, è quando ci sono minori, perché in tal caso il giudice procede d’ufficio; un altro è se il figlio risulta ormai over 18 e può invece autodeterminarsi; d’altronde l’assegnazione della residenza impone di verificare sia che l’interessato coabita uno dei genitori sia che non è autosufficiente dal punto di vista economico.

Quando ci sono figli sotto i diciotto anni, il giudice è tenuto a sollevare d’ufficio la questione del provvedimento sulla casa perché deve anzitutto tutelare il diritto dei minori a restare nell’ambiente dove stanno crescendo. Con il raggiungimento della maggiore età, invece, si attenua il collegamento fra affidamento, contributo al mantenimento e assegnazione della casa. Per cui, è il genitore che deve chiedere l’assegnazione della casa dimostrando che il figlio maggiorenne non è ancora autonomo.


note

[1] Cass. ord. n. 10204/19 dell’11.04.2019.

Autore immagine ponte marito e moglie di Lightspring

Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza 15 novembre 2018 – 11 aprile 2019, n. 10204

Presidente Giancola – Relatore Acierno

Fatti di causa e ragioni della decisione

1.Il Tribunale di S.Maria Capua Vetere ha pronunciato il divorzio B. -R. ; ha rigettato la domanda proposta dal B. di riconoscimento di un contributo per il mantenimento del figlio maggiorenne D. , nei confronti della ex moglie; ha assegnato la casa coniugale alla R. perché vi conviveva con il figlio A. , anch’esso maggiorenne ma non autosufficiente. Ha, inoltre, dichiarato inammissibile la domanda rivolta dalla R. all’ex marito di contribuire al matenimento del figlio A. e quella di risarcimento del danno.

2. La Corte d’Appello, investita dall’impugnazione proposta dal B. , ha confermato il rigetto della domanda avente ad oggetto il contributo al mantenimento del figlio D. svolta dall’appellante nei confronti della R. ma, in parziale accoglimento dell’appello incidentale i ha revocato l’assegnazione della casa familiare a quest’ultima. A sostegno della prima statuizione ha affermato che lo squilibrio reddituale e patrimoniale tra le parti, di notevole entità, come emerso dai riscontri probatori del processo ed il carico sulla madre, salvo le tasse universitarie corrisposte dal padre, del mantenimento dell’altro figlio A. , maggiorenne ma non autosufficiente, inducono a porre a carico esclusivo del padre il mantenimento del figlio D. . A sostegno della seconda statuizione ha affermato che, pur essendo emerso che A. abbia ripreso a convivere con la madre/ non risulta formulata dalla R. nel giudizio di primo grado alcuna specifica istanza di assegnazione della casa familiare, nonostante una precedente ordinanza di revoca dovuta alla coabitazione di A. con l’altro fratello D. per un periodo circoscritto. La riassegnazione è stata dunque un provvedimento del giudice di primo grado assunto extra petita. È stata accolta l’istanza di cancellazione di espressione offensiva dagli atti difensivi della R. , proposto dall’ex marito ma disattesa la domanda risarcitoria in quanto l’espressione censurabile è stata dettata dalla mancata elaborazione della sofferenza per il fallimento del matrimonio. Infine è stato confermato il regime delle spese processuali del primo grado ma sono state compensate le spese del giudizio di appello.

3.Avverso questa pronuncia ha proposto ricorso principale B.G. , affidato a sei motivi. Ha resistito con controricorso e ricorso incidentale, affidato a quattro motivi, R.V. . Il P.G. ha depositato requisitoria scritta.

4.Nel primo motivo viene dedotta ex art. 111 Cost., artt. 115 e 116 c.p.c. e art. 360 c.p.c., n. 4 l’illegittimità del rigetto della domanda risarcitoria conseguente alle espressioni offensive contenute nell’atto difensivo della R. . La medesima censura viene svolta nel quarto motivo sotto il profilo della totale mancanza di attinenza dell’espressione offensiva con il giudizio e le ragioni della difesa.

4.1.Le censure, sostanzialmente sovrapponibili, devono essere disattese alla luce del costante orientamento di questa Corte, così massimato:

“Non ricorrono i presupposti per il risarcimento del danno ex art. 89 c.p.c., ove le espressioni contenute negli scritti difensivi non siano dettate da un passionale e incomposto intento dispregiativo, così rivelando un intento offensivo nei confronti della controparte, ma, conservando pur sempre un rapporto, anche indiretto, con la materia controversa, senza eccedere dalle esigenze difensive, siano preordinate a dimostrare, attraverso una valutazione negativa del comportamento della controparte, la scarsa attendibilità delle sue affermazioni. Nè è precluso che, nell’esercizio del diritto di difesa, il giudizio sulla condotta reciproca possa investire anche il profilo della moralità, fattore non del tutto estraneo per contestare la credibilità delle affermazioni dei contendenti”. (Cass.17325 del 2015; in precedenza 14552 del 2009). Nella specie il collegamento con la materia controversa è stato posto in luce con valutazione insindacabile, (come sottolineato anche dal Procuratore generale nella propria requisitoria scritta) dei fatti acquisiti al processo, dal giudice del merito.

5.Nel secondo motivo viene dedotta la violazione degli artt. 147, 148 e 155 c.c., nella versione ratione temporis applicabile, nonché artt. 29 e 30 Cost. per essere stato escluso l’obbligo della R. al mantenimento del figlio D. mediante un giudizio comparativo delle posizioni reddituali delle parti del tutto deficitario e senza tenere conto dell’esistenza dell’obbligo di mantenimento anche in presenza di una condizione di squilibrio economico-patrimoniale tra i genitori.

5.1.La censura deve ritenersi inammissibile in quanto sostanzialmente rivolta ad un riesame della valutazione comparativa della situazione economico-patrimoniale delle parti e della distribuzione dell’onere di contribuire al mantenimento dei figli maggiorenni, stabilita insindacabilmente dal giudice del merito, in quanto avente esclusiva natura di giudizio sui fatti. Al riguardo, non è condivisibile il rilievo svolto nel motivo in relazione all’esclusione per la R. dell’obbligo di contribuire al mantenimento dei figli dal momento che il giudice del merito ha accertato, insindacabilmente, che la ricorrente provvede al mantenimento di uno dei figli e che tale suddivisione dei carichi corrisponde alla valutazione comparativa delle condizioni economico patrimoniali delle parti.

6.Nel terzo motivo viene dedotto l’omesso esame di fatti decisivi riguardanti la condizione effettiva dei conti correnti del ricorrente ed il suo tenore di vita, oltre alle oscillazioni conseguenti alla natura dell’attività lavorativa svolta.

6.1.La censura non supera il vaglio di ammissibilità in quanto rivolta esclusivamente a prospettare un esame ed una valutazione delle risultanze probatorie alternativa a quella svolta dal giudice del merito.

7.Nel quinto motivo viene dedotta la violazione degli artt. 91, 92 e 116 c.p.c. per avere la Corte d’Appello confermato il capo della sentenza di primo grado che aveva a posto a carico esclusivo del ricorrente le spese processuali senza tenere in contro la reciprocità della soccombenza verificatasi in tale grado di giudizio.

7.1.La censura deve essere rigettata. La Corte d’appello ha ritenuto nettamente prevalente la soccombenza del B. nel giudizio di primo grado, rispetto a quella della R. qualificata come “esigua”. Tale valutazione comparativa, secondo l’orientamento costante di questa Corte (ex mulits Cass. 13498 del 2018), è sottratta al sindacato di legittimità. La Corte di Cassazione deve limitarsi ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le spese non possono essere poste a carico della parte vittoriosa, “con la conseguenza che esula da tale sindacato, e rientra nel potere discrezionale del giudice di merito, (…) la valutazione dell’opportunità di compensare in tutto o in parte le spese di lite”, (Cass. 13498 de 2018).

8.Nel primo e secondo motivo del ricorso incidentale viene dedotta la violazione degli artt. 348 bis e 345 c.p.c. per non essere rilevata l’inammissibilità dell’atto di appello proposto in violazione del divieto di domande nuove e nuove prove e per non aver applicato correttamente i parametri elaborati dalla giurisprudenza di legittimità in relazione alla formulazione di domande nuove in appello.

8.1.Le due censure, come esattamente rilevato anche dal Procuratore generale, nella sua requisitoria scritta, sono inammissibili per radicale genericità, non essendo indicato quali siano le domande nuove proposte in appello o le nuove prove verso le quali le censure si rivolgono.

9.Nel terzo e quarto motivo viene dedotta la violazione dell’art. 112 c.p.c. e dell’art. 111 Cost., per avere la Corte d’Appello erroneamente rilevato il vizio di extra petizione in relazione alla domanda di assegnazione della casa familiare alla R. . Al riguardo viene precisato che la assegnazione era stata disposta con l’ordinanza presidenziale nel giudizio separativo ed era stata confermata in sentenza. Ne conseguiva che nel giudizio di cessazione degli effetti civili del matrimonio la R. era già beneficiaria della casa familiare e non aveva l’obbligo di reiterare la richiesta.

9.1.Preliminarmente deve rilevarsi che la parte controricorrente afferma espressamente di non aver riproposto nel giudizio di divorzio la domanda relativa all’assegnazione della casa familiare. Tale affermazione coincide con l’esame dei fatti processuali relativi a tale giudizio ed il rilevato vizio di extra petizione viene, fondato proprio sulla riscontrata assenza di tale domanda. Nella parte della sentenza impugnata dedicata allo svolgimento del precedente grado di giudizio viene rilevato dalla Corte territoriale che vi era una domanda di revoca dell’assegnazione della casa familiare formulata dal B. ma non una richiesta di conferma della corrispondente statuizione assunta nel giudizio separativo.

9.2.Deve, inoltre, rilevarsi che la formulazione di una domanda di revoca dell’assegnazione della casa familiare non esclude che debba essere esaminato il vizio di extrapetizione, in relazione alla statuizione assunta dal giudice di primo grado. In primo luogo, essendo incontestato che la R. fosse beneficiaria dell’assegnazione della casa familiare all’esito del giudizio separativo, sussiste l’interesse all’accertamento negativo del diritto, ancorché si ritenga necessaria la formulazione della domanda; in secondo luogo, la Corte d’Appello del tutto correttamente ha ritenuto assorbente il rilievo dell’extrapetizione, essendo il controllo della corrispondenza tra chiesto e pronunciato pregiudiziale all’esame del merito.

9.3.La valutazione della correttezza del rilievo dell’extrapetizione, richiede, tuttavia, che venga esaminata la funzione del provvedimento di assegnazione della casa familiare, così come voluto dal legislatore e dalla giurisprudenza, in correlazione con la peculiare condizione giuridica del figlio maggiorenne ma non ancora autosufficiente (totalmente o parzialmente).

9.4.La L. n. 898 del 1970, art. 6, comma 6, stabilisce il criterio, di carattere sostanziale, sulla base del quale il giudice deve provvedere all’assegnazione della casa coniugale. La norma contiene una disciplina analoga a quella generale prevista nell’art. 337 sexies c.c.. La giurisprudenza di legittimità ha integrato il parametro legislativo ancorando il godimento della casa familiare esclusivamente al regime di affidamento e collocamento dei figli minori. Per quelli maggiorenni non autosufficienti, è necessaria la prosecuzione della coabitazione del genitore assegnatario e del figlio del predetto immobile (Cass.1545 del 2006; 18440 del 2013; 25604 del 2018). Nessuna delle due norme contiene indicazioni utili in relazione alla necessità che la statuizione sull’assegnazione della casa familiare debba essere fondata sulla formulazione di una domanda, in ossequio al principio dispositivo, o possa essere adottata anche officiosamente in funzione del rilievo pubblicistico dei diritti in gioco. L’esegesi testuale delle norme e l’elaborazione giurisprudenziale postulano l’indisponibilità e l’irrinunciabilità del diritto al godimento della casa familiare in capo al genitore affidatario in relazione ai figli minori. L’art. 337 ter c.c., comma 2. impone al giudice di adottare i provvedimenti relativi ai figli minori con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale degli stessi. L’assegnazione della casa familiare ne costituisce una componente essenziale. Ne consegue che il giudice, ove sia identificabile un immobile destinato al nucleo familiare e si ponga, concretamente, la questione dell’assegnazione, in funzione dell’interesse dei minori è tenuto a sollevare officiosamente la questione relativa al provvedimento da adottare.

9.5.Nel successivo art. 337 septies c.c., riguardante “disposizioni a favore dei figli maggiorenni” secondo l’indicazione del titolo della norma, è previsto che il giudice “possa” disporre, valutate le circostanze, in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente, il pagamento di un assegno periodico. Non può porsi in dubbio, di conseguenza, che l’esercizio del diritto, sia condizionato alla proposizione di una domanda, da parte di uno dei genitori verso l’altro o, in via concorrente, del figlio stesso, in quanto con il raggiungimento della maggiore età, l’obbligo di mantenimento dei figli non costituisce più un effetto automatico conseguente al vincolo di genitorialità, ma risulta condizionato all’accertamento della peculiare condizione di non indipendenza economica degli stessi dettata dall’impegno verso il raggiungimento di un preciso obiettivo professionale, ben potendo l’inesistenza di tale condizione fattuale essere fatta valere in giudizio dal genitore che si oppone al versamento dell’assegno. (Cass.5088 del 2018). Il collegamento tra affidamento, contributo al mantenimento e assegnazione della casa familiare è attenuato con il raggiungimento della maggiore età. Non è più in campo la decisione sulla titolarità e l’esercizio della responsabilità genitoriale. L’esigenza di preservare la continuità dell’habitat domestico in funzione dell’equilibrato sviluppo psico-fisico del minore perde di centralità con il raggiungimento della maggiore età per lasciare spazio alle esigenze concrete di vita del figlio che non abbia ancora completato il proprio percorso di autonomia economico-patrimoniale. Rimane come preminente criterio attributivo la prosecuzione della coabitazione del figlio maggiorenne non autosufficiente e la valutazione del suo interesse, oltre che del valore economico patrimoniale, del godimento dell’immobile in relazione alla reciprocità degli obblighi economico patrimoniali dei genitori, ma viene meno il nesso eziologico diretto con i provvedimenti relativi all’esercizio della responsabilità genitoriale (e alla titolarità in casi residuali) e al collocamento dei minori. In questo mutato contesto della condizione giuridica complessiva del figlio maggiorenne rispetto a quella del figlio minore, non può prescindersi dalla formulazione delle domande relative al mantenimento e all’assegnazione della casa familiare, sia perché fondate su presupposti fattuali parzialmente diversi da quelli relativi ai figli minori, sia perché l’obbligo di contribuzione e quello relativo al sacrificio nel godimento della casa familiare sono condizionati dall’accertamento della situazione di non indipendenza economica del figlio maggiorenne, dal giudizio prognostico sui suoi progetti lavorativi e professionali ed, infine, anche dalla verifica della coabitazione con uno dei genitori. È necessario, di conseguenza, che la domanda di assegnazione della casa familiare venga proposta in sede di giudizio di divorzio anche da parte di chi risulti già assegnatario della stessa come da statuizioni assunte in sede separativa, non potendo il giudice provvedervi officiosamente proprio in relazione alla diversa connotazione della posizione giuridica, soprattutto in termini di autodeterminazione individuale, che caratterizza il figlio maggiorenne, ancorché non autosufficiente, rispetto al minore.

9.6 Non incide sulla soluzione assunta la natura irrinunciabile ed indisponibile, anche di recente riconosciuta dalla giurisprudenza di questa Corte, al contributo per il mantenimento del figlio maggiorenne non autosufficiente (Cass.32529 del 2018; Cass. 9698 del 2001). Il principio, peraltro riferito all’assegno di mantenimento, è stato affermato in funzione della permanenza della legittimazione concorrente del genitore anche nell’ipotesi di rinuncia al diritto da parte del figlio. La sua operatività è rivolta esclusivamente ad affermare l’inefficacia di atti abdicativi di uno dei legittimati sull’esercizio del diritto da parte dell’altro legittimato non operando il principio della solidarietà attiva. Non spiega, invece, alcuna influenza, sulla applicazione necessaria del principio dispositivo in relazione alla domanda (art. 112 c.p.c.) anche in questa tipologia di giudizi ed, in particolare, in relazione al provvedimento di assegnazione della casa familiare, ad uno degli ex coniugi, non più legata, come già rilevante alle primarie esigenze di sviluppo psico fisico del minore.

10.In conclusione anche i motivi terzo e quarto del ricorso incidentale devono essere rigettati.

11. La reciproca soccombenza delle parti conduce alla integrale compensazione delle spese processuali del presente giudizio.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso principale e quello incidentale. Compensa integralmente le spese processuali del presente giudizio.

(Ndr: testo originale non comprensibile).

Sussistono le condizioni per l’applicazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater (Ndr: testo originale non comprensibile).


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