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Assegno di divorzio alla moglie di 40 anni disoccupata

11 Aprile 2019
Assegno di divorzio alla moglie di 40 anni disoccupata

Mantenimento alla moglie quarantenne disoccupata che non ha specifiche competenze professionali, in un contesto territoriale difficile.

Mai come in materia di separazioni e divorzi conta l’applicazione pratica, fatta dai giudici, dei (pochi) principi fissati dalla legge. Legge che, specie per quanto attiene alla quantificazione del mantenimento, è generica e non pone elementi numerici per prevedere quale sarà l’entità dell’assegno. Ecco che allora è necessario conoscere i precedenti della giurisprudenza per farsi un’idea di quella che potrebbe essere la decisione adottata dal tribunale nel singolo caso. Ed oggi che la materia è stata stravolta dalle due sentenze della Cassazione emesse tra il 2017 [1] e il 2018 (quest’ultima a firma delle Sezioni Unite) [2], è ancor più importante leggere le ultime sentenze in materia. Una di queste è stata emessa proprio ieri, sempre a firma della Suprema Corte [1], che ha rimarcato il fatto che il mantenimento spetta solo in condizioni di “incolpevole” difficoltà economica e in presenza di un accentuato divario di reddito con l’ex coniuge. Ecco che allora va accordato l’assegno di divorzio alla moglie di 40 anni disoccupata.

Ma procediamo con ordine e vediamo sulla base di quali criteri i giudici decidono se all’ex coniuge spettano o meno i cosiddetti “alimenti”.

Presupposti per l’assegno di divorzio

Con la sentenza di separazione, il coniuge che presenta un reddito più basso dell’altro ha diritto al riconoscimento di un assegno di mantenimento mensile che viene determinato sulla base del tenore di vita che la coppia ha goduto durante l’unione. Lo scopo è quello di mantenere inalterata la qualità di vita e il potere di acquisto del coniuge più debole economicamente, venutosi a trovare, dall’oggi al domani, senza una spalla su cui poggiarsi.

Questa situazione però non è destinata a durare in eterno. Infatti, nel momento in cui i coniugi procedono con il divorzio (ossia sei mesi dopo la separazione se consensuale; un anno dopo la separazione se giudiziale), il giudice sostituisce l’assegno di mantenimento con l’assegno di divorzio. Quest’ultimo viene quantificato in modo diverso. Non è più rivolto a garantire lo «stesso tenore di vita» che la coppia aveva quando era sposata, ma solo l’autosufficienza economica: in altri termini, il coniuge più debole economicamente deve avere la possibilità di mantenersi da solo. Ma ciò solo a una condizione: che l’assenza di reddito non dipenda da sua colpa. Il che significa che non si può accordare l’assegno divorzile a chi è ancora giovane e può lavorare, a chi ha una formazione professionale in grado di consentirgli di trovare un’occupazione, a chi ha già un lavoro part-time e ben potrebbe chiedere al datore di lavoro una modifica in un contratto full-time, a chi è disoccupato e tuttavia non si dà animo di cercare un posto, ecc.

Il giudice è chiamato a fare queste valutazioni e a verificare se chi chiede gli alimenti ne sia davvero meritevole.

In ogni caso, come chiarito dalle Sezioni Unite [2], l’assegno deve tenere conto anche degli eventuali sacrifici che ha fatto il coniuge più debole per il bene della famiglia, rinunciando alla propria carriera per badare alla casa e ai figli e, così facendo, assicurando all’altro coniuge maggior tempo a disposizione per il proprio lavoro e quindi l’arricchimento. In pratica, la casalinga per decisione congiunta dei due coniugi ha sempre diritto al mantenimento (salvo il matrimonio sia stato breve e la donna possa ancora iniziare un’attività lavorativa).

Alla moglie disoccupata spetta il mantenimento?

In un precedente articolo abbiamo indicato a quali donne spetta il mantenimento. In tale occasione abbiamo specificato che non è solo lo stato di disoccupazione della donna a garantirle l’assegno divorzile. Come detto, la richiedente deve dimostrare al giudice – con onere della prova a suo carico – di aver cercato un’occupazione e di non essere riuscita a procacciarsela. Questo significa dimostrare di aver inviato il proprio curriculum ad aziende, aver partecipato a bandi e concorsi, aver provveduto all’iscrizione all’interno delle liste di collocamento, ecc.

La donna disoccupata quindi non deve stare “in panciolle” perché il matrimonio non è un’assicurazione sulla vita. Con queste parole la giurisprudenza ha voluto stigmatizzare tutti gli atteggiamenti «parassitari» che vedono nell’assegno mensile dell’ex un modo per evitare di rimboccarsi le maniche.

La donna disoccupata potrebbe però essere tale non per sua colpa, ma per ragioni di salute, di età, di formazione scolastica o di difficoltà territoriali relative al mercato occupazionale. Questo significa che il tribunale, nel valutare l’eventuale riconoscimento degli alimenti, deve assegnare tale beneficio alla donna disoccupata a causa di una disabilità o handicap o sopravvenuta malattia che le impedisce di lavorare; alla donna troppo anziana per trovare un’occupazione e per rendersi appetibile ad una eventuale azienda; alla donna che non ha alcuna formazione professionale e che, pertanto, nonostante la buona volontà, viene puntualmente rifiutata ai colloqui di lavoro; alla donna che vive in un’area depressa dove la disoccupazione è particolarmente alta.

La donna quarantenne disoccupata

Dalla lettura dei precedenti giurisprudenziali, sembra che la Cassazione abbia attualmente fissato in circa 50 anni il limite oltre il quale la lavoratrice incontri una naturale difficoltà al collocamento dovuta all’età. Questo significa che fino a 40-45 anni, il coniuge è comunque tenuto (almeno) a tentare di cercare un posto. E così è successo nel caso che ha originato la sentenza in commento, in cui i giudici hanno valorizzato l’età della richiedente, la mancanza di competenze professionali e la collocazione in un contesto territoriale caratterizzato da una grave crisi del mercato del lavoro. Ella difatti, non solo «non ha mezzi adeguati per essere economicamente indipendente», ma, allo stesso tempo, «non ha, per ragioni oggettive la possibilità di procurarseli», soprattutto tenendo presenti «l’età, la mancanza di specializzazione professionale e la prolungata crisi del mercato del lavoro che risulta ancora più severa» nel suo contesto territoriale, la Sardegna.

Consequenziale è il diritto della donna a ricevere «150 euro al mese» dall’ex marito a titolo di «assegno divorzile».

Cifra bassa ma connessa alla valutazione del matrimonio della coppia, durato nella sostanza appena tre anni, cioè il tempo trascorso tra il fatidico ‘sì’ e la «separazione di fatto», senza dimenticare poi, aggiungono i giudici, «il contributo minimo dato dalla donna alla formazione del patrimonio comune» e «le incompatibilità di carattere» tra i coniugi che hanno portato alla «separazione» ufficiale, arrivata tredici anni dopo le nozze.

La nuova convivenza

Solo una convivenza con un nuovo partner potrebbe far cadere il diritto al mantenimento. Non una convivenza qualsiasi ma una improntata sulla stabilità, tipica della famiglia di fatto o, per dirla con il gergo degli avvocati, «more uxorio». In questo modo, si perdono gli alimenti e il diritto non risorge più, neanche se la nuova relazione dovesse terminare dopo poco tempo.


note

[1] Cass. sent. n. 11538/17.

[2] Cass. S.U. sent. n. 18287/18.

[3] Cass. ord. n. 10084/19 del 10.04.2019.

Autore immagine coppia divorziata di DRogatnev

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 5 marzo – 10 aprile 2019, n. 10084

Presidente Genovese – Relatore Bisogni

Rilevato che

1. Nel giudizio per la dichiarazione di cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto da An. Gi. e Ka. So. il Tribunale di Nuoro ha negato il riconoscimento in favore della So. del diritto all’assegno divorzile.

2. Sull’appello della sig.ra So. la Corte di appello di Cagliari ha disposto la corresponsione, in suo favore, di un assegno mensile di 150 Euro con la seguente motivazione. “L’appellante vive con la madre e con il figlio avuto da altra relazione, la stessa è priva di reddito, non essendovi alcuna prova che la medesima lavori, né che percepisca pensione, o introiti da affitti; è verosimile che essa percepisca un assegno dal padre del minore; risulta avere 43 anni; non risulta aver acquisito una specifica professionalità; non risulta peraltro neppure iscritta nelle liste di disoccupazione. Deve quindi affermarsi contrariamente a quanto ritenuto dal primo giudice – che non soltanto l’appellante non ha mezzi adeguati per essere economicamente indipendente, ma – considerata l’età, la mancanza di specializzazione professionale e la prolungata crisi del mercato del lavoro, che risulta ancora più severa in Sardegna – non ha la possibilità di procurarseli per ragioni oggettive, con la conseguenza che deve ritenersi sussistente la prova relativa all’an del diritto all’assegno di divorzio”. Per pervenire alla quantificazione dell’assegno la Corte di appello ha considerato che “il matrimonio è stato celebrato nel 1997, che i coniugi si sono separati di fatto nel 2000, che nel 2012 l’appellante ha avuto un figlio con un’altra persona, con la quale non vi è prova dell’instaurazione di una convivenza more uxorio, che il contributo dell’istante alla formazione del patrimonio comune è stato pertanto minimo, che le incompatibilità di carattere sono indicate come la ragione della separazione, richiesta nel 2008 e intervenuta nel 2010”.

3. Ricorre per cassazione contro tale decisione il sig. Gi. deducendo: a) nullità della sentenza per violazione dell’art. 132, comma 2, n. 4 c.p.c. in relazione all’art. 111 c. 6 Cost. per omessa pronuncia sui motivi di cui all’appello, per mancanza della motivazione quale requisito essenziale del provvedimento giurisdizionale e/o manifesta e irriducibile contraddittorietà e/o motivazione apparente; b) violazione della legge n. 898 del 1970 art. 5 in relazione all’art. 360 n. 3 e 5 c.p.c. per avere la Corte di appello omesso l’esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione fra le parti e pertanto per aver riconosciuto il diritto dell’ex coniuge all’assegno di divorzio in assenza delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte dalla richiedente; c) violazione della legge n. 898 del 1970 art. 5 in relazione all’art. 360 n. 3 e 5 c.p.c. per omesso esame circa la sussistenza di una famiglia di fatto, circostanza decisiva per il giudizio e che è stata oggetto di discussione tra le parti, a pronuncia. I primi due motivi si riferiscono, dunque, alla mancanza di prova dei presupposti per il riconoscimento dell’assegno, il terzo all’omesso esame della relazione con il padre del figlio avuto dalla So. dopo la separazione.

4. Non svolge difese la sig.ra So..

5. Il ricorrente deposita memoria difensiva.

Ritenuto che

6. Anche al di là della contraddittoria formulazione delle rubriche dei suoi motivi deve in ogni caso dichiararsi l’inammissibilità del ricorso.

7. Lungi dal presentare una inesistenza della motivazione la decisione della Corte di appello, sia pure sinteticamente, verifica e analizza, con riferimento al caso in esame, tutti i parametri normativi e giurisprudenziali finalizzati all’accertamento del diritto all’assegno divorzile e alla sua quantificazione. Né, per altro verso, il ricorrente impugna la decisione in conformità ai requisiti richiesti dal nuovo testo dell’art. 360 c. 1 n. 5 c.p.c, alla luce della consolidata giurisprudenza di legittimità (a partire dalla nota sentenza delle S.U. n. 8053 del 7 aprile 2014), indicando specifici fatti il cui esame sarebbe stato omesso dal giudice di merito pur a fronte di una specifica deduzione nel corso del giudizio. Ciò vale anche per la asserita instaurazione di una convivenza more uxorio e di una stabile relazione affettiva e di vita con il padre del piccolo Th., nato da una relazione di Ka. So. successiva alla separazione dal ricorrente. La Corte di appello, a tale riguardo, registra, infatti, il difetto di prova all’esito dell’istruttoria circa l’instaurazione di una convivenza more uxorio e il ricorrente non indica alcun fatto rilevante ai fini di smentire tale affermazione del giudice di appello. Tanto meno il ricorrente fornisce indicazioni sui modi e tempi della deduzione di tali fatti nel corso del giudizio di merito.

8. Per quanto riguarda la generica asserzione di violazione dell’art. 5 della legge n. 898/1970 deve rilevarsi che la motivazione della Corte di appello appare conforme sia alla invocata decisione della I sezione di questa Corte n. 11504 del 10 maggio 2017 che alla successiva pronuncia delle Sezioni Unite n. 18287 dell’11 luglio 2018 in quanto ha accertato sia la condizione di non autosufficienza economica della So. sia la ricorrenza dei parametri indicati dall’art. 5 della legge divorzio come sono stati valorizzati dalle Sezioni Unite con la citata pronuncia dell’11 luglio 2018.

9. Il ricorso per cassazione va pertanto dichiarato inammissibile con condanna del ricorrente alle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione liquidate in complessivi 2.100 Euro di cui 100 per spese, oltre spese forfettarie e accessori di legge.

Dispone che in caso di pubblicazione della presente ordinanza siano omesse le generalità e gli altri elementi identificativi delle parti.

Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del D.P.R. n. 115/2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dell’art. 13 comma 1 bis del D.P.R. n. 115/2002.


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3 Commenti

  1. Sono stanco, stanco di lavorare per mantenere quella scansafatiche parassita della mia ex. L’ho trattata come una regina, vacanze, gioielli, vestiti. Sembrava incontentabile. Io per vederla felice e regalarle la vita che sognava ho sempre cercato di fare gli straordinari a lavoro, altrimenti chi si poteva permettere tutto quel lusso. Ora, ho avuto un infortunio e sinceramente non ce la faccio più come un tempo. Dopo il mio infortunio, lei ha iniziato a vedere che le cose stavano cambiando e che avremmo dovuto fare un po’ di economia. Avete presente la bella formuletta che vi propinano sull’altare? “In salute e in malattia, in ricchezza e in povertà”. Ecco è tutta una sciocchezza! L’ho scoperto sulla mia pelle. Questa sciocca dopo un po’ di tempo si è allontanata ed ha iniziato a dire che non provava più le stesse cose di prima, che il troppo lavoro ci ha allontanati, che si è sentita oppressa in casa… Ma vai a lavorare e contribuisci anziché passare il tempo a pettinare le bambole. Eh niente, alla fine ci siamo separati e le ho pure dovuto versare il mantenimento alla poverina. Ora, ho scoperto che forse ha una relazione. MAGARI così si prende questa parassita e me la toglie per sempre dagli occhi e dal portafoglio.

  2. La mia ex moglie campa di rendita sulle mie spalle. Una donna seccata dalla vita, senza impegni, senza interessi. O meglio, gli unici interessi sono i big money e parrucchiere, estetista, shopping, spa. Dopo la separazione ho incontrato una donna che è esattamente il suo opposto. Lei è davvero fantastica. Ama sempre essere impegnata su mille fronti, ha mille interessi che riesce a gestire perfettamente ed i risultati sono sempre straordinari (lo dico non perché sono di parte, ma per i commenti sempre positivi che riceve), ha un cuore immenso, non finisco di chiederle una cosa che lei l’ha già fatta. Sono molto felice con lei e vorrei farle conoscere mio figlio, ma il fantasma della mia ex è sempre dietro l’angolo. Cosa posso fare?

    1. A seguito della separazione o del divorzio, il giudice deve valutare se i rapporti tra il nuovo partner e i figli nati dal precedente matrimonio possono pregiudicare il sereno equilibrio di questi ultimi. Se ad avere un nuovo partner è il genitore con cui i ragazzi convivono, il tribunale può impedire a quest’ultimo di abitare nello stesso domicilio, pena la perdita del collocamento dei minori, che verranno stabiliti presso l’altro genitore (sul punto leggi Divorzio, stop ai rapporti tra figli e nuovo partner); se, invece, ad avere il nuovo partner è l’altro genitore – quello non convivente – il giudice potrà impedire a quest’ultimo che agli incontri con i figli partecipi anche il nuovo/la nuova compagno/a. La questione – certamente spinosa e delicata, in maggior misura quando si parla di bambini piccoli – è stata affrontata dal Tribunale di Milano. I giudici hanno avuto modo di chiarire che si può autorizzare le frequentazioni tra i figli di separati e il nuovo partner del genitore solo nel caso in cui si tratti di una relazione consolidata; il che significa che – salvo prova contraria – i minori hanno ormai metabolizzato la presenza dell’attuale convivente della mamma o del papà.

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