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Anzianità e pubblico impiego: ultime sentenze

3 Maggio 2019
Anzianità e pubblico impiego: ultime sentenze

> L’esperto Pubblicato il 3 Maggio 2019



Pubblico impiego contrattualizzato; attività di servizio; anzianità; pensionamento; anzianità di servizio; trattamento economico; disparità di trattamento; servizio di ruolo prestato all’estero.

Contratti a termine: valgono per il calcolo dell’anzianità di servizio?

In materia di impiego pubblico contrattualizzato, al lavoratore collocato in ruolo a seguito della procedura di stabilizzazione prevista ex l. n. 296 del 2006, deve essere riconosciuta l’anzianità di servizio maturata precedentemente all’acquisizione dello “status” di lavoratore a tempo indeterminato, allorché le funzioni svolte siano identiche a quelle precedentemente esercitate nell’ambito del contratto a termine, in applicazione del principio di non discriminazione. T

uttavia, al fine di evitare “discriminazioni alla rovescia”, secondo quanto affermato dalla Corte di Giustizia UE (sentenza 20 settembre 2018, in C-466/17), è consentito, nel rispetto del principio del “pro rata temporis”, tener conto dei periodi di servizio prestati in misura non integrale quando ciò trovi fondamento nelle differenti esperienze acquisite da lavoratori assunti in esito a concorso ovvero in base ai titoli, a motivo della diversità delle materie, degli orari e delle condizioni in cui questi ultimi operano, in particolare nell’ambito di incarichi di sostituzione di altri docenti.

Cassazione civile sez. lav., 06/02/2019, n.3473

Equiparazione stipendiale

In tema di pubblico impiego contrattualizzato, in caso di equiparazione stipendiale – riconosciuta per effetto di sentenza passata in giudicato – del personale della ex IX qualifica funzionale (ora C 3) al personale direttivo del soppresso ruolo ad esaurimento, l’equiparazione in questione non può comprendere le componenti del trattamento retributivo che presuppongono il possesso di una pregressa anzianità nella qualifica del ruolo ad esaurimento.

Cassazione civile sez. lav., 30/10/2018, n.27676

Illegittima interruzione del rapporto di lavoro

Con riferimento all’ipotesi di illegittima interruzione del rapporto di lavoro si è da tempo ritenuto che l’annullamento dell’atto amministrativo che fa cessare illegittimamente un rapporto di impiego pubblico determini come conseguenza naturale il ripristino del rapporto nella sua pienezza, quale si svolgeva e avrebbe dovuto continuare a svolgersi, con tutte le conseguenze di anzianità, di carriera e di retribuzione.

La restitutio in integrum nella situazione antecedente all’illegittima interruzione è poi da considerarsi limitata agli emolumenti derivanti da prestazioni ordinarie di lavoro aventi natura di indennità fissa, obbligatoria e continuativa, restando esclusa ogni competenza accessoria che presuppone l’effettività della prestazione di lavoro.

Fra le competenze che presuppongono l’effettività della prestazione la giurisprudenza annovera anche l’indennità sostitutiva delle ferie non godute considerando che la fruizione delle ferie è intesa al recupero delle energie psicofisiche profuse nell’attività lavorativa, con la conseguenza che tale diritto è strettamente collegato all’attività di servizio e non è configurabile quando tale attività sia mancata, sia pure per fatto dell’amministrazione.

TAR L’Aquila, (Abruzzo) sez. I, 15/09/2018, n.366

Collocamento a riposo di un magistrato

Sono inammissibili le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 5, d.l. 24 giugno 2014, n. 90, conv., con modif., nella l. 11 agosto 2014, n. 114, censurato per violazione degli artt. 2,3,4 e 38 Cost., nella parte in cui, nel sostituire l’art. 72 d.l. 25 giugno 2008, n. 112, conv., con modif., nella l. 6 agosto 2008, n. 133, esclude il personale della magistratura dall’applicazione del principio secondo cui le pubbliche amministrazioni possono recedere anticipatamente dal rapporto di pubblico impiego solo all’avvenuta maturazione del requisito di anzianità contributiva per l’accesso al pensionamento dei pubblici dipendenti.

La questione è infatti priva di rilevanza nel giudizio a quo, nel quale è in discussione un provvedimento di collocamento a riposo di un magistrato, adottato per effetto del superamento del limite di età ordinamentale e in conseguenza della soppressione dell’istituto del trattenimento in servizio. Il comma censurato, invece, incide sul diverso istituto della risoluzione facoltativa del rapporto di lavoro pubblico, rimessa alla determinazione dell’amministrazione, che si risolve nella facoltà, riconosciuta alle pubbliche amministrazioni, di anticipare ulteriormente la risoluzione unilaterale del rapporto di lavoro rispetto ai limiti ordinamentali, qualora ciò risponda a specifiche esigenze interne dell’ente pubblico e a condizione che sia maturato il requisito dell’anzianità contributiva per l’accesso al pensionamento.

Sin dall’introduzione di tale istituto, peraltro, si è sempre escluso che esso potesse operare nei confronti dei magistrati, a fini di garanzia dell’indipendenza di questi ultimi e, in specie, a tutela della funzione loro affidata.

Corte Costituzionale, 22/06/2018, n.131

Anzianità di servizio per il passaggio in ruolo di un carabiniere

Non può trovare applicazione il comma 2 dell’art. 13 c.proc.amm., concernente il “foro speciale del pubblico impiego” o della sede di servizio, nel caso in cui l’atto impugnato sia stato emesso da un’amministrazione centrale e non abbia effetti limitati ad una sola Regione, dato che in tal caso il provvedimento non si riferisce al solo ricorrente ma, al contrario, disciplina lo status di plurimi soggetti.

Di conseguenza, il provvedimento deve essere impugnato dinanzi al Tar del Lazio, sede di Roma, e non dinanzi al Tar competente in relazione alla sede di servizio del dipendente, trattandosi di atto emesso da un organo centrale dello Stato ed idoneo a produrre effetti sull’intero territorio nazionale, con la conseguenza che non può essere ricondotto nel novero degli atti plurimi impugnabili autonomamente presso la sede di servizio del dipendente.

(Fattispecie relativa all’impugnazione di un decreto dirigenziale con il quale non era stata riconosciuta l’anzianità di servizio in conformità all’art. 2212-duodecies d.lg. 15 marzo 2010 n. 66, per il passaggio in ruolo di un carabiniere).

Consiglio di Stato sez. IV, 09/05/2018, n.2791

Trattamento economico goduto presso l’amministrazione di provenienza

In tema di pubblico impiego privatizzato, il “passaggio diretto” di cui all’art. 30 del d.lgs. n. 165 del 2001, nella sua formulazione originaria – modificata dall’art. 16 della l. n. 246 del 2005, avente natura di norma interpretativa e, quindi, non applicabile alle procedure di mobilità espletate antecedentemente alla sua entrata in vigore -, è riconducibile all’istituto civilistico della cessione del contratto, sicché è caratterizzato dalla conservazione dell’anzianità e dal mantenimento del trattamento economico goduto presso l’amministrazione di provenienza.

Ne consegue che nel caso di passaggio diretto dal ministero dell’Istruzione al Ministero degli Affari Esteri, avvenuto nella vigenza della predetta formulazione del citato art. 30, nella determinazione dell’assegno “ad personam”, dovuto al dipendente, va inclusa la “retribuzione personale docente”, in quanto compenso fisso e continuativo ai sensi dell’art. 7 del c.c.n.l. Comparto Scuola del 15 marzo 2001, senza che rilevi che tale compenso fosse finalizzato alla valorizzazione professionale della funzione docente.

Cassazione civile sez. lav., 26/04/2018, n.10145

Riconoscimento dell’anzianità di servizio pre-ruolo

In materia di impiego pubblico contrattualizzato, al lavoratore collocato in ruolo a seguito della procedura di stabilizzazione prevista ex l. n. 296 del 2006, deve essere riconosciuta l’anzianità di servizio maturata precedentemente all’acquisizione dello “status” di lavoratore a tempo indeterminato, allorché le funzioni svolte siano identiche a quelle precedentemente esercitate nell’ambito del contratto a termine, non potendo ritenersi, in applicazione del principio di non discriminazione, che lo stesso si trovasse in una situazione differente a causa del mancato superamento del concorso pubblico per l’accesso ai ruoli della P.A., mirando le condizioni di stabilizzazione fissate dal legislatore proprio a consentire l’assunzione dei soli lavoratori a tempo determinato la cui situazione poteva essere assimilata a quella dei dipendenti di ruolo.

(Nella specie, la S.C. ha confermato l’ordinanza impugnata, che aveva riconosciuto un quinquennio di anzianità pre-ruolo ad una lavoratrice assunta dal CNR a seguito di procedura di stabilizzazione, avendo accertato che le mansioni svolte, sia prima che dopo il collocamento in ruolo, erano state sempre quelle di ricercatore, ancorché le prime svolte in una fase formativa).

Cassazione civile sez. lav., 23/11/2017, n.27950

Retribuzione individuale di anzianità: rilevano i periodi svolti come servizio di leva?

Ai fini del riconoscimento della retribuzione individuale di anzianità non rilevano i periodi svolti come servizio di leva o quello pre ruolo, risultando computabili solo quei servizi aventi carattere di pubblico impiego svolti presso altre amministrazioni pubbliche.

TAR Cagliari, (Sardegna) sez. I, 25/10/2017, n.669

Raggiungimento dell’anzianità massima contributiva

In tema di pubblico impiego contrattualizzato, l’esercizio della facoltà di risoluzione del rapporto di lavoro per il raggiungimento dell’anzianità massima contributiva, prevista dall’art. 72, comma 11, d.l. n. 112 del 2008, conv. con modif. in l. n. 133 del 2008, deve essere motivato, poiché è attraverso la motivazione che la PA esplicita le ragioni organizzative sottese all’adozione dell’atto di risoluzione e lo rende rispondente al pubblico interesse che deve costantemente orientare l’azione amministrativa; il recesso intimato in data successiva all’entrata in vigore dell’art. 16, d.l. n. 98 del 2011, conv. con modif. in l. n. 111 del 2011, tuttavia, non necessita di ulteriore motivazione, qualora sia stato preceduto dall’adozione dell’atto generale di organizzazione interna di cui allo stesso art. 16 e la P.A. abbia richiamato, in sede di recesso, i criteri applicativi della norma individuati in via preventiva.

Cassazione civile sez. lav., 18/10/2017, n.24583

Servizio di ruolo prestato all’estero 

In tema di pubblico impiego con riferimento specifico al personale docente, il beneficio previsto dall’art. 673 comma 1, D.Lgs. 297/1994, secondo il quale il servizio di ruolo prestato all’estero è calcolato, agli effetti degli aumenti periodici dello stipendio, per i primi due anni il doppio e per i successivi con l’aumento di un terzo, comporta uno stabile mutamento dell’anzianità giuridica ed economica ai fini della progressione in carriera e del corrispondente trattamento economico di posizione utile per la pensione, dovendo escludersi che essa riguardi la sola accelerazione di un beneficio economico destinato a riassorbirsi con i futuri passaggi di classi di stipendio, posto che in tal modo si verificherebbero situazioni di disparità di trattamento ingiustificate a vantaggio di chi, essendo pervenuto all’ultima classe di stipendio, si vedrebbe consolidato il maturato economico rispetto a chi è collocato in classi economiche di passaggio, considerata altresì l’assenza di una espressa limitazione normativa del beneficio.

Tribunale Roma sez. lav., 27/06/2017, n.6329

Provvedimento retroattivo 

Ove il g.a. si sia pronunciato sulla illegittima mancata costituzione del rapporto di pubblico impiego in capo ad un determinato soggetto, la p.a., in presenza dei relativi presupposti, è tenuta ad emanare un provvedimento costitutivo del rapporto con efficacia retroattiva per gli effetti giuridici, ma non anche per quelli economici, dato che la retribuzione presuppone un rapporto sinallagmatico realmente iniziato con l’assunzione del servizio (la retroattività degli effetti economici può apparire giustificata soltanto nel caso di arbitraria interruzione di un rapporto di impiego legittimamente sorto e già in atto, in cui la qualità e la quantità delle prestazioni impiegatizie sono positivamente note), restando comunque salva la risarcibilità per equivalente dei pregiudizi di tipo patrimoniale e non patrimoniale conseguenti alla mancata o ritardata assunzione imputabile a colpa dell’Amministrazione; la retrodatazione degli effetti giuridici impinge anche su un eventuale trasferimento di sede e ciò in quanto pretendere un’anzianità di sede che non tenga conto della ricostruzione della carriera significherebbe vanificare, sotto un importante aspetto applicativo, l’effetto pratico legato alla retrodatazione degli effetti delle pronunce giurisdizionali favorevoli.

Consiglio di Stato sez. III, 28/12/2016, n.5514

Obbligo di motivazione per la PA 

La facoltà attribuita dall’art. 72, comma 11, d.l. n. 112 del 2008, convertito in legge n. 133 del 2008, alle Pubblica Amministrazione di poter risolvere il rapporto di lavoro con un preavviso di sei mesi, nel caso di compimento dell’anzianità massima contributiva di 40 anni del personale dipendente, deve essere esercitata, anche in difetto di adozione di un formale atto organizzativo, avendo riguardo alle complessive esigenze dell’Amministrazione, considerandone la struttura e la dimensione, in ragione dei principi di buona fede e correttezza, imparzialità e buon andamento, che caratterizzano anche gli atti di natura negoziale posti in essere nell’ambito del rapporto di pubblico impiego contrattualizzato.

L’esercizio della facoltà richiede, quindi, idonea motivazione, poiché in tal modo è salvaguardato il controllo di legalità sulla appropriatezza della facoltà di risoluzione esercitata, rispetto alla finalità di riorganizzazione perseguite nell’ambito di politiche del lavoro.

Cassazione civile sez. lav., 21/12/2016, n.26475

note

Autore immagine: anzianità e pubblico impiego di Ruslan Guzov


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