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L’avvocato che spia il praticante commette reato?

14 Aprile 2019
L’avvocato che spia il praticante commette reato?

L’avvocato è considerato, ai sensi dello Statuto dei lavoratori, un datore di lavoro, con tutti i limiti in termini di controllo a distanza che ciò comporta.

Immaginiamo che un avvocato, dopo aver accolto nel proprio studio due praticanti e aver lasciato a questi la gestione di alcuni clienti, volendo controllare il loro operato e verificare se davvero gli sono fedeli, si metta a frugare tra le loro email. Ha infatti installato, sui computer dati loro in dotazione, un keylogger (uno strumento in grado di intercettare e catturare tutto ciò che viene digitato sulla tastiera della postazione, senza che l’utente se ne accorga). In più, chiede a un perito informatico di impostare, di default, il proprio indirizzo email in tutta la corrispondenza spedita dai giovani senza che questi ne siano a conoscenza. Il suo comportamento è passibile di denuncia? L’avvocato che spia il praticante commette reato? Applicando le norme del Codice della privacy, che richiamano peraltro lo Statuto dei lavoratori e il divieto di “controlli a distanza”, la risposta non può che essere positiva. Cerchiamo di capire perché e come mai, al caso di specie – che ricalca peraltro una vicenda realmente accaduta – si debba applicare la sanzione penale.

Privacy praticanti: che dice la legge?

Il Garante della Privacy, con un provvedimento del 2018, ha dettato alcune raccomandazioni in materia di riservatezza negli studi legali [1]. Innanzitutto viene stabilito che il responsabile del trattamento dei dati, all’interno dello studio, è il suo titolare. Egli deve organizzare il trattamento ed impartire per iscritto adeguate istruzioni alle persone autorizzate al trattamento dei dati. Tali istruzioni devono contenere concrete indicazioni in ordine alle modalità che tali soggetti devono osservare. Rileva, dunque, il rapporto di diretta autorità nei confronti di un altro soggetto, sia esso lavoratore dipendente o collaboratore non dipendente.

Il Codice della privacy [2] richiama peraltro espressamente lo Statuto dei lavoratori in materia di divieto di controlli a distanza dei lavoratori [3] che, come noto, vieta l’impiego di «strumenti dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori» se non per specifiche finalità (“esigenze organizzative e produttive, […] sicurezza del lavoro e […] tutela del patrimonio aziendale”) e unicamente previo accordo con il sindacato o, in mancanza, dietro la preventiva autorizzazione dell’Ispettorato territoriale del lavoro (ITL). 

Il datore di lavoro che viola le norme sui controlli a distanza commette reato: la sanzione è un’ammenda da euro 154 ad euro 1.549 o l’arresto da 15 giorni ad un anno [4]. Per di più, le informazioni raccolte violando tali regole sulla privacy non possono neanche essere utilizzate per procedimenti disciplinari o altre contestazioni: essendo state acquisite illegalmente, esse non possono costituire una prova e non hanno alcun valore davanti al giudice [5].

Di recente il Jobs Act ha parzialmente liberalizzato il sistema dei controlli, consentendo al datore di lavoro di “intercettare” alcuni comportamenti con i dispositivi aziendali dati in dotazione ai dipendenti come appunto i computer, i tablet, le email. Lo stesso dicasi per il Gps montato sull’auto aziendale o per il controllo di presenze elettronico (badge). Questo però non significa un assoluto potere di interferenza sulle email inviate dai dipendenti: anche in questi casi, in cui il controllo può essere operato senza la previa autorizzazione dei sindacati, è necessario che vi sia la previa informativa all’interessato. In altri termini il dipendente deve sapere che la sua posta elettronica è sotto osservazione del capo o dei suoi superiori gerarchici. Diversamente ricadiamo ugualmente nel divieto di controlli a distanza. 

Divieto di controlli a distanza sui praticanti dello studio legale

Vediamo ora in che misura queste regole, previste per i lavoratori dipendenti, sono applicabili anche ai collaboratori degli studi legali i quali, nonostante i numerosi tentativi di riforma in tal senso, restano pur sempre degli autonomi.

L’interpretazione delle norme penali, come noto, non è suscettibile di applicazione analogica. Tuttavia, nel caso di specie, oltre alle regole dello Statuto dei lavoratori, c’è il Codice penale che, in generale, prevede il più grave reato di «violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza” punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a 516 euro. Dunque si può ritenere che l’avvocato con la propria condotta abbia avuto «cognizione del contenuto di una corrispondenza chiusa, a lui non diretta» [7].

«Se è vero, dunque, che la condotta descritta integra il delitto di violazione di corrispondenza, non parrebbe esservi alcuna differenza se l’autore della corrispondenza sia un lavoratore dipendente o un collaboratore non dipendente. Con conseguenti responsabilità penali e deontologiche» [7].


note

[1] Garante Privacy, provv. n. 512/2018.

[2] Art. 114 codice privacy (d.lgs. n. 196/2003).

[3] Art. 4 Legge n. 300/1970.

[4] Art. 171 codice privacy, che richiama l’art. 38 l. n. 300/1970.

[5] Art. 4, comma 3, statuto lavoratori.

[6] Art. 616 cod. pen.

[7] Così conclude P. Calorio in Il ruolo dell’avvocato e l’eventuale controllo della corrispondenza del dipendente e collaboratore, in Diritto e Giustizia

Autore immagine bug, cimice su tastiera computer. Di ChromaWise


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