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Notifica al domicilio e non alla residenza

16 Aprile 2019
Notifica al domicilio e non alla residenza

Nulla la notifica al familiare non convivente: rileva il certificato di residenza e non la dichiarazione del postino.

Immagina di abitare insieme a tua madre che, da alcuni anni, ti ospita in casa sua. Per questioni fiscali, hai fissato la residenza in un altro immobile di tua proprietà. Un giorno arriva il portalettere a consegnarti una raccomandata ma, non trovandoti, affida la busta a tua madre che, rimasta nell’appartamento, si dice disponibile a dartela non appena tornerai. Intende, in questo modo, farti un favore per evitarti di dover andare all’ufficio postale a ritirare la giacenza. In realtà, per una dimenticanza, vieni informata del fatto solo dopo diverse settimane. Scopri in quel momento che la busta conteneva una cartella di pagamento e che, nel frattempo, i giorni per fare ricorso – in tutto 60 dal ricevimento dell’atto – sono decorsi. Cosa puoi fare per difenderti e riprendere in mano la situazione? È valida la notifica al domicilio e non alla residenza? La raccomandata può essere consegnata al familiare se la residenza dell’effettivo destinatario è diversa?  La questione è stata affrontata dalla Cassazione ieri [1]. L’ordinanza affronta il ricorrente problema della notifica a un familiare.

Notifica a familiare convivente: valida?

La notifica fatta a un familiare convivente è valida solo se questi ha più di 14 anni e non è palesemente incapace di intendere e volere. Chiaramente il destinatario dell’atto deve essere momentaneamente assente. Se invece dovesse essere irreperibile o trasferitosi altrove, il postino non è legittimato a consegnare la busta a soggetto diverso (di tanto parleremo meglio più in avanti).

Il familiare deve essere un convivente stabile e non occasionale. Non deve quindi, per ragioni di ospitalità, trovarsi solo momentaneamente nell’abitazione del destinatario dell’atto.

Il familiare convivente non è obbligato a ritirare la raccomandata per conto del destinatario e, se decide di non farlo, il postino immette nella buca delle lettere l’avviso di giacenza. La busta viene quindi conservata presso l’ufficio postale, per consentirne il ritiro, per 30 giorni.

Se invece il familiare convivente decide di ritirare la raccomandata per conto del destinatario, l’atto si considera regolarmente consegnato. Solo nel caso in cui si tratti di atti giudiziari e la notifica – anziché essere curata dal postino – viene eseguita dall’ufficiale giudiziario, viene spedita all’effettivo destinatario – ed a spese del mittente – una seconda raccomandata (cosiddetta Can, ossia comunicazione di avvenuta notifica); in essa gli viene comunicato che il plico è stato consegnato a un soggetto differente da lui (ciò al fine di recuperare la busta). Tale è stato il chiarimento della Cassazione di qualche giorno fa: leggi sul punto Cartella notificata a persona diversa: è valida?

Notifica a familiare convivente ma non residente

Vediamo ora che succede nei casi in cui il familiare, pur trovandosi all’interno dell’abitazione del destinatario, presenta una residenza in un altro luogo (si pensi a un genitore, ospitato dal figlio, ma con residenza in un altro luogo). Anche in questo caso la notifica si considera valida poiché la norma parla solo di convivenza che è un dato di fatto, diverso dalla residenza. Tuttavia, dimostrare la non convivenza, quando la residenza è altrove, è un compito non difficile per il destinatario della notifica. Facile è quindi far dichiarare la nullità della notifica.

Notifica al domicilio e non alla residenza

Quando la notifica viene fatta nel luogo di abitazione del contribuente ma non in quello ove questi ha la residenza la notifica può essere facilmente impugnata. Difatti, secondo la Cassazione è nulla la notifica della cartella di pagamento consegnata al padre o alla madre dichiaratasi convivente se il contribuente risiede in realtà in un altro immobile. A tal fine, il certificato di residenza rilasciato dal Comune rende irrilevante la dichiarazione di convivenza attestata dall’agente postale.

Nel caso deciso dalla Corte, un contribuente aveva ricevuto degli avvisi di intimazione per il pagamento di cartelle esattoriali che non risultavano notificate. Egli era riuscito a dimostrare che i precedenti atti erano stati consegnati a un familiare che, secondo quanto attestato nella relata di notifica redatta dall’agente postale, era convivente del contribuente. Tuttavia, nell’atto di ricorso, l’interessato è riuscito a dimostrare – con un certificato una diversa residenza anagrafica, regolarmente registrata nell’Anagrafe comunale in data anteriore rispetto alla notifica – di abitare, almeno formalmente, in un altro immobile.

La Cassazione ha ricordato che, in base alle regole del Codice di procedura civile, in caso di momentanea assenza del destinatario nell’abitazione nel Comune di residenza, la consegna della raccomandata può essere effettuata a persona di famiglia o addetta alla casa, all’ufficio o all’azienda. Tale possibilità è però limitata solo nell’abitazione dove è fissata anche la residenza del contribuente. 

Quindi, se la cartella viene consegnata al genitore, nella propria residenza che però è diversa da quella del contribuente, la notifica è nulla. Basta un certificato di residenza per smentire la stabile convivenza.

Il principio stabilito quindi dalla Cassazione è il seguente: ai fini della validità della notificazione, la parentela e la convivenza tra destinatario dell’atto e consegnatario (pur dichiaratosi familiare convivente) non possono presumersi dall’attestazione dell’agente postale. A tal fine è sufficiente il certificato di residenza ed il destinatario non è tenuto a nessuna ulteriore prova negativa sull’assenza cioè del rapporto di convivenza. 


note

[1] Cass. ord. n. 10543/19 del 15.04.2019.

Autore immagine: uomo in mezzo a tante carte. Di Vladimir Melnikov

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – T, ordinanza 7 febbraio – 15 aprile 2019, n. 10543

Presidente Greco – Relatore Dell’Orfano

Rilevato

che:

l’Agenzia delle Entrate propone ricorso, affidato a tre motivi, per la cassazione della sentenza indicata in epigrafe, con cui la Commissione Tributaria Regionale della Campania aveva accolto l’appello proposto da C.G. avverso la sentenza n. 7616/2016 della Commissione Tributaria Provinciale di Napoli in rigetto del ricorso proposto avverso avvisi di intimazione per il pagamento di cartelle esattoriali relative a IRPEF IRAP IVA Addi. e sanzioni per l’anno 2006;

il contribuente resiste con controricorso.

Considerato

che:

1.1. con il primo motivo di ricorso l’Agenzia lamenta “omesso esame di un fatto decisivo e oggetto di discussione tra le parti” per avere la CTR erroneamente affermato che la documentazione prodotta dal ricorrente fosse “non contestata” dall’Ufficio “laddove essa indicava mancata compilazione del quadro della dichiarazione dei redditi per il 2010 relativo al domicilio fiscale”, avendo invece l’Ufficio, in allegato alle memorie depositate in primo grado, prodotto e richiamato la “copia del frontespizio del modello unico pf 2010 per il periodo di imposta 2009 comprovante che il contribuente…(aveva)… dichiarato nello spazio “residenza anagrafica” l’indirizzo (OMISSIS) , documento contrario ed incompatibile rispetto alla copia dello stesso modello Unico non recante alcun indirizzo, prodotta dalla parte ricorrente;

1.2. l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia); ne consegue che, nel rigoroso rispetto delle previsioni degli artt. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie;

1.3. nel caso di specie la CTR ha esaminato il fatto – ed in particolare i documenti che ne costituivano il contenuto – giungendo alla conclusione che il documento prodotto dall’Agenzia, “ancorché esso risulti difforme da quello prodotto dal contribuente, non può comunque essere considerato idoneo ad attestare una dichiarazione di domicilio fiscale proveniente dal contribuente”;

1.4. il motivo di ricorso risulta quindi inammissibile;

2.1. con il secondo motivo di ricorso si lamenta motivazione “apodittica e… inesistente” da parte della CTR sul documento dianzi indicato, prodotto dall’Ufficio, lamentando mancanza di motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 4 “circa l’assoluto credito prestato al primo documento e la totale svalutazione del secondo”;

2.2. la doglianza va parimenti disattesa in quanto va esclusa la configurazione della fattispecie dell’apparente o inesistente motivazione della sentenza impugnata, che risulta, invece fondata su un adeguato percorso logico-argomentativo, mediante il quale la Corte territoriale ha preso in esame anche il fatto assunto come decisivo dedotto con la censura in esame, come dianzi illustrato, rilevando che la documentazione prodotta dall’Ufficio era priva di idonea valenza probatoria e che il contribuente aveva altresì dimostrato di aver trasferito sin dal 2008 la sua residenza anagrafica presso diverso indirizzo e che l’immobile di (OMISSIS) risultava assegnato, in sede di provvedimento di separazione personale, al coniuge del ricorrente, cosicché doveva escludersi che la cartella esattoriale fosse stata notificata ad un familiare convivente dello stesso, affermando inoltre la CTR che la parte aveva anche prodotto atti alla stessa indirizzati dall’Amministrazione finanziaria all’indirizzo di effettiva residenza anche prima della notifica della cartella;

3.1. va disatteso anche il terzo motivo di ricorso, con cuì l’Agenzia lamenta che la CTR non abbia attribuito alla relata di notifica della cartella, attestante la consegna a familiare convivente del contribuente, valore di atto dotato di pubblica fede e che non abbia inoltre valutato come il ricorrente sul punto non avesse mai prodotto prova contraria;

3.2. dall’esame della sentenza impugnata emerge che il contribuente aveva eccepito e documentato, fin dal primo grado del giudizio, che la sua residenza anagrafica, regolarmente registrata presso l’anagrafe comunale da data anteriore a quella della notifica dell’atto presupposto, era in luogo diverso da quello dell’indirizzo di (OMISSIS) , ove la notifica risultava ricevuta mediante consegna a familiare convivente;

3.3. ai sensi dell’art. 139 c.p.c., in assenza del destinatario nella casa di abitazione nel Comune di sua residenza, la consegna effettuata “a persona di famiglia o addetta alla casa, all’ufficio o all’azienda” (comma 2) deve ritenersi sufficiente, presuntivamente, ad integrare l’avvenuta consegna dell’atto; in tali casi, conseguentemente, l’onere della prova contraria fa carico a chi adduce di non aver ricevuto notifica e riguarda specificamente, sotto vari profili, la persona che ha ricevuto l’atto;

3.4. nel caso in questione, invece, la situazione di fatto era diversa, in quanto la notifica non era stata richiesta (ed effettuata) nel luogo di abitazione del destinatario nel suo Comune di residenza (come risultante dal certificato storico-anagrafico depositato), ma al precedente indirizzo di residenza anagrafica, immobile assegnato al coniuge in sede di separazione personale, ed ove la notifica risultava essere stata effettuata mediante consegna a familiare convivente;

3.5. si trattava allora di valutare se in tale situazione, a fronte della prova fornita dal ricorrente del diverso luogo di abitazione, fosse o meno applicabile la presunzione di ricezione, che, invece, l’art. 139 c.p.c., comma 2, colloca esclusivamente nel luogo di abitazione del destinatario, dovendosi ragionevolmente ritenere che le persone che per varie ragioni si trovino al suo interno (tranne specifiche ipotesi esaminate da questa Corte che qui non rilevano), specie se legate stretti rapporti di parentela (come in questo caso), consegnino a loro volta il plico o l’atto al suo destinatario;

3.6. ritiene il Collegio che, nel caso in questione, non possa operare tale presunzione, che presuppone che la notifica sia stata richiesta ed effettuata presso l’abitazione del destinatario; in tal senso, va citato il precedente di questa Corte (cfr. Cass. n. 3403/1996; in termini Cass. n. 7830/2015), nel quale è stata affermata la nullità della notifica consegnata al padre del destinatario, non nella abitazione di quest’ultimo ma nell’abitazione del padre; al riguardo, la Corte ha condivisibilmente affermato che “che non basta che la persona cui sia stata consegnata la copia sia in rapporti di parentela con il destinatario dell’atto dovendo, invece, trattarsi di persona di famiglia o addetta alla casa, di persona cioè a lui legata da un rapporto di convivenza che, per la costanza di quotidiani contatti, dà affidamento che l’atto sia portato a sua conoscenza”;

3.7. la Corte in tale occasione ha anche valutato la questione della convivenza, rilevando che la qualifica di convivente, che pur si legge nella relazione di notifica, è chiaramente superata dalla prova contraria fornita dal ricorrente che, dimostrando che alla data della relata già risiedeva in luogo diverso da quello in cui è stata eseguita la notificazione, ha nel contempo fornito la prova certa che egli non convivesse con coloro che risiedevano all’indirizzo di (OMISSIS) ;

3.8. la CTR quindi, in base alla motivazione dianzi illustrata, ha fatto corretta applicazione del principio secondo cui, ai fini della validità della notificazione, la parentela e la convivenza tra destinatario dell’atto e consegnatario (quest’ultimo dichiaratosi, nella specie, “familiare convivente”) non possono presumersi dall’attestazione dell’agente postale, che fa fede solo delle dichiarazioni a lui rese, non anche dell’intrinseca veridicità del relativo contenuto, sicché il destinatario, che abbia prodotto a confutazione di tale veridicità un certificato storico di residenza, non è tenuto ad un’ulteriore, impossibile, prova del fatto negativo circa l’assenza di ogni relazione di parentela e convivenza col consegnatario dell’atto (cfr. Cass. nn. 4095/2014, 3906/2012);

4. ne consegue il rigetto del ricorso e la condanna dell’Agenzia ricorrente al pagamento delle spese processuali, liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna l’Agenzia ricorrente a rifondere al controricorrente le spese di questo giudizio che liquida in Euro 5.600,00 per compensi ed Euro 200,00 per esborsi, oltre al rimborso delle spese forfettarie nella misura del 15% ed oltre agli accessori di legge.


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