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Separazione per disturbo bipolare

16 Aprile 2019
Separazione per disturbo bipolare

Coniuge con disturbi psichiatrici: si può chiedere la separazione o si rischia l’addebito?

Immagina una coppia sposata che, dopo un breve periodo di normale convivenza coniugale, allietata dalla nascita di una figlia, subisca un grave lutto: muore la madre della moglie. Quest’ultima, affranta per il dolore, inizia a tenere una condotta irregolare e bizzarra, fino a cadere in una vera e propria depressione. Le viene diagnosticato un disturbo bipolare dell’umore e della personalità. Di tanto la donna accusa il marito in quanto, a suo dire, non l’avrebbe sorretta e confortata in un momento di particolare fragilità. L’uomo ammette di essere stato assente, non però per indifferenza, ma per la sua incapacità a trattare la patologia del coniuge e i suoi umori cangianti. Anzi, è lo stesso marito che, in tale frangente, decide di rivolgersi al tribunale per ottenere la separazione. Tuttavia, prima di agire, si chiede se tale sua richiesta gli si possa ripercuotere contro: non vorrebbe infatti che il giudice vedesse in ciò una forma di abbandono della moglie e, quindi, ne traesse argomento e prova per addebitargli la fine del matrimonio. Ebbene, in caso di separazione per disturbo bipolare, cosa rischia il coniuge “sano” che ammette la propria incapacità a gestire la situazione e che, proprio per ciò, vuol mettere fine al matrimonio?

Se è vero che, tra i doveri del matrimonio, vi è anche quello di assistersi e accudirsi reciprocamente, in salute o in malattia, e che obbligo del coniuge è quello di prestare il supporto non solo morale ma anche materiale all’altro che, per ragioni di salute, non può badare a se stesso, chi chiede la separazione dal coniuge con un disturbo bipolare può subire l’addebito? Tirarsi indietro e voler il divorzio proprio a causa di una grave patologia è un comportamento colpevole?

La questione è stata più volte affrontata dalla giurisprudenza con alterne vicende, influenzate in gran parte dai fatti concreti. Vediamo quali sono stati i precedenti più interessanti sul caso e quali sono le conseguenze in caso di separazione per disturbo bipolare non solo in merito al cosiddetto «addebito» ma anche per quanto attiene all’affidamento dei figli.

Coniuge con disturbo bipolare: si può chiedere la separazione?

Secondo una sentenza del tribunale di Milano [1], in particolare, se da un lato non si può certo ritenere responsabile della separazione la moglie per via delle sue condotte imprevedibili, in quanto non volute e causate da una patologia seria, dall’altro lato proprio la criticità di tale patologia – non facile da fronteggiare per la sua durata e gravità – e le scarse capacità empatiche del marito non consentono di addebitare a quest’ultimo la separazione. L’aridità dell’uomo nel trattare il disturbo bipolare della moglie non è causa di responsabilità.

Come chiarito da altra giurisprudenza [2], la condotta di un coniuge infermo di mente, qualora si manifesti in atteggiamenti pesanti e difficili da sopportare, giustifica la reazione dell’altro coniuge che, sebbene non esemplare né lodevole, va considerato con «umana comprensione» e non può giustificare una pronuncia di separazione con addebito.

Insomma, chiedere la separazione da un coniuge con un disturbo bipolare non ha alcuna ricaduta di tipo legale.

Ricordiamo, ad ogni modo, che l’addebito ha come unica conseguenza la perdita del diritto al mantenimento e dei diritti successori. Questo significa che la moglie che si separa dal marito malato di mente non perde l’assegno mensile, né lo perde l’uomo nell’ipotesi in cui sia lui il coniuge col reddito più basso.

La malattia psichica del genitore può incidere sull’affidamento dei figli?

Come abbiamo già spiegato trattando il tema della malattia psichica di un genitore, secondo il tribunale di Milano [3] non bisogna ritenere, in modo aprioristico, la malattia psichica come una causa di impossibilità a crescere un bambino e, quindi, impeditiva dell’affidamento condiviso. Bisogna, al contrario, valutare caso per caso, senza pregiudizi e timori.

Si è anche detto che, in caso di genitore con disturbi bipolari gravi, gli incontri tra lui e i figli possono essere disposti presso apposite strutture pubbliche [4]. Qualora tale percorso sia attuato in maniera continuativa e dia esito positivo, gli incontri tra il genitore affetto dal disturbo predetto e il figlio minorenne potranno – durante lo svolgimento del percorso programmato di cure – essere disposti in forma protetta presso apposite strutture pubbliche idonee e potranno essere nuovamente regolamentati nella prospettiva di ripristinare incontri diretti senza l’intermediazione di terze figure professionali.

Il disturbo bipolare del coniuge determina l’affidamento dei figli al genitore sano?

Pur se la separazione dei coniugi può fondarsi anche sul “disturbo bipolare” di uno di essi, quando tale patologia ha dato origine a condotte che abbiano reso intollerabile la prosecuzione della convivenza coniugale, il disturbo bipolare diagnosticato a carico di uno dei coniugi non è necessariamente, da solo, sufficiente a fondare una pronuncia di affidamento esclusivo del figlio minore in tenera età al genitore sano [4]. È tuttavia necessario che, all’esito di una perizia commissionata dal giudice e svolta in maniera particolarmente approfondita (e comprensiva dell’introduzione di un percorso programmato di cura e della individuazione delle strutture più idonee alla prosecuzione dello stesso), risulti che il genitore affetto dalla predetta patologia è in grado di raggiungere un “buon compenso psichico” a condizione che prosegua costantemente un articolato ed ampio percorso programmato di cura composto da idonea terapia farmacologica da personalizzare e da ricalibrare costantemente, associata ad uno specifico programma psicoterapeutico.


note

[1] Trib. Milano, sent. del 2.04.2014.

[2] Cfr. Galuppi, Lo psicologo giudiziario e la Babele di teorie e lingue nelle perizie psicologiche; un prospetto per il confronto in funzione giudiziaria delle varie valutazioni di personalità, infra, 1617 ss.; American Psychiatric Association, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi di personalità, tradiz. It. Mason, Milano; 1999; Sperry L., I disturbi di personalità: dalla diagnosi alla terapia, trad. it. Mc.Graw-Hill, 2004; Fornari, Trattato di psichiatria forense, Torino, 2002, 130-131.

Cfr. altresì Trib. Piacenza 31 maggio 2002 n. 769, in Riv. penale, 05/2004, 561 ss.

Cfr., infine, Trib. Firenze 25 ottobre 1980, in questa Rivista, 1981, 541; Trib. Genova 16 giugno 1980, ibidem, 1981, 778; Cass. 7 giugno 1982 n. 3437, ibidem, 1982, 836; Cass. 21 febbraio 1983 n. 1304, ibidem, 1983, 492; Cass. 11 maggio 1983 n. 3452, ibidem, 1983, 944; Trib. Torino 7 giugno 1982, ibidem 1983, 1014: «Ai fini della pronuncia di separazione con addebito non è sufficiente il comportamento di un coniuge oggettivamente contrario ai doveri matrimoniali, occorrendo anche che tale comportamento sia a lui soggettivamente imputabile e che, quindi, non sussista, a giustificarlo, alcuna indebita condotta, anche solo oggettiva, dell’altro coniuge. La condotta di un coniuge infermo di mente, qualora si estrinsechi in atteggiamenti pesanti e difficili da sopportarsi, giustifica il contegno reattivo dell’altro coniuge, che, sebbene non esemplare, né lodevole, va considerato con umana comprensione e non può giustificare una pronuncia di separazione con addebito: è, perciò, irrilevante la prova dei fatti reciprocamente imputati da ciascun coniuge all’altro, a sostegno della propria domanda di addebito”; App. Catania 29 maggio 1984, ibidem, 1984, 969: “Se deriva da insofferenza verso la routine matrimoniale ed i sacrifici e le rinunce reciproche al vincolo nuziale collegati, e non sussista causa giustificativa in qualche modo provocata dalla condotta riprovevole del coniuge, il rifiuto di proseguire la convivenza costituisce comportamento contrario ai doveri derivanti dal matrimonio e addebitabile ex art. 151, comma 2, c.c., come causa della crisi coniugale”; Casa 16 settembre 1983 n. 5593, ibidem, 1984, 47; Cass. 6 settembre 1985 n. 4639, ibidem, 1985, 936; Cass. 29 novembre 1985 n. 5948, ibidem, 1986, 94; Cass. 10 gennaio 1986 n. 67, ibidem, 1986, 487; Trib. Monza 16 aprile 1986, ibidem, 1986, 649: “L’intollerabilità della convivenza legittima, di per sé, la pronuncia di separazione, ovviamente senza addebito, anche quando trovi causa in fatti indipendenti dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, come, ad es., in una malattia neurologica di uno di essi, poiché l’obbligo di prestare assistenza spirituale e materiale, sancito dall’art. 143 c.c., non sussiste fino al punto da imporre al coniuge una resistenza ed una tolleranza eccezionali, specie allorché la base affettiva sia sovrastata da reazioni di invincibile paura e la possibilità di recupero dell’infermo appaia insicura e comunque condizionata a terapie molto lunghe, difficili ed incerte”. ; App. Perugia 23 settembre 1989, ibidem, 1991, 146, con nota di Galoppini, Note in tema di infermità mentale e addebito della separazione; Cass. 8 agosto 1990 n. 8013, ibidem 1991, 511; Cass. 10 giugno 1992 n. 7148, ibidem, 1993, 68; Trib. Catania 8 giugno 1994, ibidem, 1995, 222; Trib. Lecce 14 ottobre 1994, ibidem, 2007, 1647; Cass. 19 marzo 2009 n. 6697, ibidem, 2009, 1663, con nota di Canestrelli, Note sul libero convincimento del giudice nell’utilizzo delle prove testimoniali; Trib. Varese 11 gennaio 2011, ibidem, 2011, 1282; Cass. 29 marzo 2011 n. 7125, ibidem, 2011, 1650; Cass. 16 febbraio 2012 n. 2274, ibidem, 2012, 691; Cass. 1 ottobre 2012 n. 16661, ibidem 2013, 63.

[3] Trib. Milano, ord. del 27.11.13.

[4] Trib. Massa sent. del 12.04.2016.

Autore immagine: donna con due maschere. Di Axel Bueckert


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