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Figli e assegnazione casa familiare

13 Maggio 2019 | Autore:
Figli e assegnazione casa familiare

Questo articolo spiega i criteri in base ai quali, in caso di separazione o di divorzio, viene assegnata la casa in cui la famiglia viveva e come su tale decisione influisca l’esistenza o meno di figli.

Stai per separarti da tuo marito e, purtroppo, siete in disaccordo su tutto. Questo esclude che possiate ricorrere a una procedura di tipo consensuale: ti aspetta una causa che, presumibilmente, durerà a lungo. Avete due figli, un bambino e una ragazza da poco divenuta maggiorenne. Sei certa che resteranno con te, perché tuo marito non vuole occuparsene. La tua più grande preoccupazione riguarda la casa nella quale avete vissuto fino a oggi. Essa, infatti, appartiene a tuo marito e temi che ti venga tolta. Sei molto legata a questo luogo, del quale ti sei sempre occupata con molta dedizione, e in questo momento non sapresti proprio dove andare a vivere insieme ai ragazzi. Vuoi quindi informazioni su figli e assegnazione casa familiare. Leggendo questo articolo apprenderai tutto ciò che ti serve sapere. In caso di separazione o di divorzio, un nodo da sciogliere è costituito dall’assegnazione della casa familiare: si tratta infatti di uno degli aspetti sui quali le parti in causa litigano più frequentemente.

Cosa si intende per casa familiare?

Cosa si intende per casa familiare (o coniugale)? Si tratta del luogo in cui marito e moglie vivevano prima della separazione, insieme agli eventuali figli. Può essere un immobile di proprietà di entrambi i coniugi, oppure di uno soltanto di essi. e, ancora, può trattarsi di una casa in affitto, a nome di uno dei due o di entrambi. Essa comprende anche i mobili, gli elettrodomestici e in genere tutto l’arredo, ad eccezione delle cose strettamente personali di ognuno dei componenti della famiglia.

Non ha importanza che tutte le persone facenti parte del nucleo familiare avessero la loro residenza anagrafica in quell’immobile: conta è che la normale vita domestica della famiglia si svolgesse lì.

Ad esempio, può accadere che uno dei coniugi abbia la sua residenza in un’altra città per motivi di lavoro: ciò non toglie che la casa coniugale sia quella in cui trascorre la sua vita insieme all’altro coniuge e ai figli per tutto il tempo in cui il lavoro glielo consente. Ancora, è residenza familiare soltanto la casa in cui si svolge in maniera principale la vita della famiglia, non anche immobili diversi nei quali essa si reca per brevi periodi o comunque di proprietà di qualcuno dei componenti del nucleo familiare.

Casa familiare e figli: cosa prevede la legge?

La disciplina riguardante l’assegnazione della casa familiare,così come è stata delineata dal legislatore e completata nel tempo dalle varie pronunce dei giudici, è fondata su un unico principio, assolutamente indiscutibile: l’interesse dei figli.

Questi ultimi, infatti, soffrono a causa della separazione dei genitori, e si vuole che, almeno, non subiscano l’ulteriore trauma di un allontanamento dal luogo in cui hanno vissuto e al quale sono abituati.

Pertanto, il Codice civile [1] stabilisce che il giudice, nel disporre il godimento dell’abitazione familiare in favore dell’uno o dell’altro coniuge, dovrà tenere conto prioritariamente del loro interesse. Ne consegue che il diritto di continuare a vivere nella casa coniugale sarà attribuito al coniuge con il quale abiteranno i figli.

Ad esempio, se Tizio e Caia si separano, e i loro due bambini continueranno ad abitare con la mamma, il giudice assegnerà la casa familiare a quest’ultima. Questo vale non solo in caso di figli minori, ma anche qualora essi siano maggiorenni, ma non autosufficienti [2]. La norma vale non solo in caso di separazione, ma anche in quelli di divorzio, dichiarazione di nullità del matrimonio e separazione di coppie di fatto con figli.

Il provvedimento di assegnazione della casa familiare prescinde dal fatto che essa appartenga all’uno o all’altro coniuge. Potrebbe essere di proprietà di entrambi, del coniuge al quale viene assegnata o dell’altro. Il giudice, però, ne terrà conto nel disciplinare i rapporti economici tra i coniugi.

Esempio: Tizio e Caia hanno un bambino e si separano. La casa familiare è di proprietà di Tizio, ma il bambino continuerà a vivere con la madre; pertanto il giudice attribuisce il diritto di abitarla a Caia. Lo stesso giudice disporrà un assegno di mantenimento a carico di Tizio e a favore della moglie, ma nel farlo terrà conto di alcuni aspetti molto importanti; infatti prenderà in considerazione il fatto che Tizio ha dovuto lasciare la casa familiare di sua proprietà e dovrà, presumibilmente, spendere del denaro per abitare altrove, mentre Caia non avrà necessità di sostenere dei costi per pagare un affitto.

Il diritto di abitare la casa familiare viene meno, e il provvedimento se il coniuge a favore del quale è disposto:

  • di fatto non vi abita. Ad esempio, la casa familiare, di proprietà del marito, viene assegnata alla moglie, che durante la procedura di separazione aveva insistito per ottenere un provvedimento in suo favore. Dopo la separazione, tuttavia, la donna non utilizza la casa, che le evoca cattivi ricordi;
  • cessa di abitarvi e si trasferisce altrove. Si pensi al caso in cui il coniuge assegnatario, che ha un basso reddito, si trasferisca dai propri genitori per non sostenere le spese condominiali;
  • contragga nuovo matrimonio o cominci una convivenza con un’altra persona.

Se si verifica uno di questi casi, l’altro coniuge può rivolgersi al giudice, chiedendo la revoca del provvedimento di assegnazione.

Sia il provvedimento di assegnazione della casa familiare che quello di revoca possono essere trascritti nei pubblici registri immobiliari; questi ultimi sono dei registri, tenuti da un ufficio statale (la Conservatoria dei registri immobiliari), nei quali vengono annotate tutte le vicende riguardanti gli immobili. Queste annotazioni servono a far conoscere a terze persone, che possono avervi interesse, la situazione in cui l’immobile si trova dal punto di vista legale; così, se qualcuno vuole acquistare la casa familiare, ha la possibilità di conoscere la circostanza che essa è stata assegnata dal giudice a uno dei coniugi. Di conseguenza, dopo l’acquisto non potrà lamentarsene, né chiedere all’assegnatario di andar via, almeno finché non verranno meno le condizioni dell’assegnazione.

Assegnazione di casa familiare in affitto o in comodato

Se la casa familiare non appartiene a nessuno dei coniugi, ma è in affitto, il contratto continuerà in capo al coniuge al quale essa è stata assegnata; egli dovrà quindi pagare il canone di locazione, e di ciò il giudice terrà conto nel determinare l’entità di un eventuale assegno di mantenimento a carico dell’altro coniuge.

Se, invece, la casa era stata data in comodato (vale a dire prestata) a uno dei coniugi, non assegnatario, secondo le Sezioni Unite della Cassazione [3] occorre distinguere due ipotesi:

  • se l’immobile era stato concesso in comodato senza indicare una scadenza, e per ragioni completamente estranee alla vita del nucleo familiare, il proprietario può chiederne la restituzione. Ad esempio, Tizio e Caia si sposano e vanno a vivere in un appartamento che Tizio ha ricevuto in comodato da un vecchio amico per esercitarvi la sua professione. La coppia comincia ad utilizzare l’immobile non solo come studio di Tizio, ma anche come abitazione. I due mettono al mondo un bambino e successivamente si separano. La casa familiare viene assegnata a Caia, ma il proprietario può chiederne la restituzione, perché l’aveva prestata a Tizio con finalità ben diverse;
  • le cose cambiano se il contratto di comodato prevede un termine di scadenza o se questo è implicito per l’uso cui l’immobile è destinato. In tale ipotesi, il proprietario, per chiederne la restituzione, dovrà attendere la scadenza del termine. Facciamo, anche in questo caso, un esempio. Tizio e Caia si sposano e i genitori di Tizio mettono a disposizione della coppia di sposi un immobile di loro proprietà. Le parti non stabiliscono nessun termine per la restituzione della casa, ma è chiaro che, essendo essa destinata a soddisfare le esigenze abitative della famiglia, il comodato perdurerà finché sarà necessario. Gli sposini hanno un bambino; successivamente si separano e il giudice assegna a Caia il godimento della casa familiare. In questo caso, i genitori di Tizio non potranno pretenderne la restituzione, finché il figlio della coppia non sarà autosufficiente dal punto di vista economico.

Casa familiare e figli universitari

Abbiamo visto che la casa coniugale viene di preferenza assegnata al coniuge con il quale convivono i figli minorenni, o anche maggiorenni ma ancora economicamente non autonomi. Che dire nel caso in cui un figlio sia universitario, e per tale ragione viva in un’altra città?

Secondo il più recente orientamento della Cassazione [4], ciò che conta è che il figlio, pur vivendo in ina città diversa rispetto a quella in cui si trova la casa familiare, abbia mantenuto con essa un collegamento stabile, tornandovi di tanto in tanto per trascorrervi del tempo con il genitore che vi abita.

Facciamo un esempio: Tizio e Caia, che vivono a Chieti, si separano. La coppia ha un figlio, Martino, e il giudice, nel decidere sulla separazione, assegna la casa familiare a Caia, visto che il ragazzo vive con lei. Martino diventa maggiorenne, ma non è ancora autosufficiente dal punto di vista economico: si è iscritto infatti all’Università, ed ha scelto come sede Milano perchè lì si trova la facoltà che frequenta. A questo punto Tizio pretende la restituzione della casa, che è di sua proprietà. I giudici però rigettano la sua richiesta, infatti Martino, pur vivendo in un’altra città, in occasione delle feste e delle vacanze estive torna a vivere con la madre nella casa familiare che lo ha visto crescere. Pertanto, il diritto di abitarla continua a spettare alla madre.

Casa familiare coppie di fatto

Fin qui abbiamo considerato quello che la legge stabilisce, riguardo all’assegnazione della casa coniugale, nel caso di coppie regolarmente unite in matrimonio che si separano o divorziano. Ma che dire delle coppie di fatto, ovvero di quelle persone che convivono more uxorio (cioè come se fossero sposate) e formano una famiglia con dei figli? Cosa succede se, a un certo punto, si separano? A chi va la casa familiare?

Anche in questo caso, come ti ho già anticipato, viene considerato prioritario l’interesse dei figli. La norma che stabilisce il criterio di assegnazione della casa familiare [5] opera non solo in caso di separazione, divorzio o dichiarazione di nullità del matrimonio, ma anche nell’ipotesi in cui vi sia stata una convivenza e da essa siano nati dei figli. Pertanto, la casa nella quale la famiglia, sia pure di fatto, è vissuta spetta al genitore con il quale i figli continueranno ad abitare, anche se di proprietà dell’altro partner.

La differenza tra conviventi e coppie sposate che si separano consiste unicamente nella procedura che esse dovranno attivare per regolamentare i loro rapporti:

  • le coppie sposate che intendono separarsi, o divorziare, o veder dichiarare nullo il loro matrimonio, dovranno rivolgersi al giudice iniziando una procedura di separazione, di divorzio o di dichiarazione di nullità del matrimonio. Il giudice, nel dichiarare la separazione, il divorzio o la nullità emetterà anche altri provvedimenti, che riguarderanno i figli, vari aspetti economici e l’assegnazione della casa familiare;
  • le coppie di fatto che intendono separarsi non hanno necessità di intraprendere nessuna procedura: possono, semplicemente, decidere di porre fine al loro rapporto. Tuttavia, se vi sono figli e se vi è disaccordo su di essi, o su quale dei due partner debba continuare ad abitare nella casa familiare, essi dovranno rivolgersi al giudice perché si pronunci su tali importanti questioni.

Se la coppia che si è separata è omosessuale, alla luce dell’evoluzione sia della legge che della giurisprudenza, la situazione non cambia molto. Vi sono dei casi in cui un bambino nato da uno dei due partner può legalmente considerarsi figlio anche dell’altro, precisamente:

  • se il bambino, figlio di uno dei due conviventi, viene adottato dall’altro;
  • se il figlio di uno dei due partner, subito dopo la nascita, viene iscritto all’anagrafe come di entrambi. Dopo un periodo di incertezza, in cui alcuni Comuni ammettevano e altri negavano l’iscrizione all’anagrafe di bambini con due mamme o due papà, è intervenuta la Corte di Cassazione che ha stabilito che ciò è possibile [6].

Pertanto, se ricorre uno di questi casi la coppia omosessuale che si separa potrà rivolgersi al giudice per i provvedimenti relativi ai figli e all’assegnazione della casa familiare.

Ti ho detto tutto quello che ti serve sapere su figli e assegnazione della casa familiare. Potrai tenerne conto per far valere i tuoi diritti, ma soprattutto quelli dei tuoi figli che devono essere tutelati, prima di ogni altro.

note

[1] Art. 337-sexies cod. civ.

[2] Cass. sent. n.23591/2010.

[3] Cass. Sez. Un. sent. n. 20448/2014.

[4]  Cass. ord. n. 25604/2018.

[5] Art. 337-sexies cod. civ.

[6] Cass. sent. n.14878/2017.

Autore immagine: assegnazione casa familiare di Andrey_Popov


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