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Aumento Iva: ecco cosa cambia

17 Aprile 2019
Aumento Iva: ecco cosa cambia

Quanto aumenteranno i prezzi e quanto si ridurranno i consumi con l’aumento dell’Iva al 26,5%?

A leggere i principali quotidiani economici ci si fa un’idea di come l’aumento dell’Iva, sia una questione da non prendere sottogamba. Anzi, a parere di alcuni tecnici, tra cui lo stesso Tria, l’imposta sul valore aggiunto aumenterà entro gennaio 2020. E questo per trovare non solo la quadra sulle ultime spese fatte dal Governo senza una copertura, ma anche per riuscire ad evitare le sanzioni europee con la prossima manovra di bilancio. 

Neutralizzata dall’ultima legislatura e reintrodotta dall’attuale governo con le clausole di salvaguardia inserite nella legge di Bilancio per il 2019, l’aumento dell’Iva è, se non scontato, molto probabile. Ma è anche vero che potrebbe avere effetti sui consumi non tanto devastanti per come si potrebbe pensare. A dirlo è l’Istat secondo cui l’aumento dei prezzi, che ricadrà sul consumatore finale – unico contribuente che non può scaricare l’Iva – dovrebbe avere un effetto depressivo sui consumi dello 0,2%. 

La vera storia dell’aumento dell’Iva

A leggere i numeri c’è poco da stare allegri: il Governo giallo-verde ha incrementato le aliquote che inizialmente Monti – sottoforma di “clausole di salvaguardia” – aveva introdotto nell’ormai lontano 2011. Il famoso decreto “Salva-Italia”, approvato proprio nel mese di dicembre 2011, sostituì il futuro taglio delle agevolazioni fiscali sul reddito con l’aumento dell’aliquota ordinaria Iva dal 21 al 23% (e dell’aliquota ridotta dal 10 all’11%), a decorrere dal 1° ottobre del 2012. Il resto è storia: le clausole di salvaguardia sono state a lungo rinviate di anno in anno, con le varie finanziarie, pesando come una spada di Damocle sulla nostra economia. Solo l’ultimo governo era riuscito a cancellarle completamente. Ma ciò che esce dalla porta rientra, prima o poi, dalla finestra. E l’esecutivo Conte, per evitare le sanzioni Ue, ha riscritto le clausole di salvaguardia in modo ancora più forte della precedente versione portando l’aliquota ordinaria al 26,5%. A meno che non vengano reperiti circa 23,1 miliardi di euro, cosa al momento piuttosto improbabile atteso il flop dell’ultima rottamazione (fonte: Sole24Ore).

Cosa cambia con l’aumento dell’Iva

L’incremento dell’Iva è quello previsto di 3,2 punti percentuali per l’aliquota ordinaria (che passerà dal 22% al 25,2%) e di 3 punti per quella ridotta (dal 10% al 13%). È poi previsto un ulteriore aumento dell’aliquota ordinaria (che salirebbe al 26,5%) annunciato per l’inizio del 2021. Nonostante le rassicurazioni (verbali) della politica, questo scenario è stato già incorporato nel Def: nel Documento di Economia e Finanza già si prende atto dell’aumento dell’Iva e si fanno i conti di conseguenza. 

L’ipotesi però al vaglio del Governo è quello di limitare gli effetti negativi di un aumento generalizzato dell’Iva spostando alcune categorie di beni dall’Iva ordinaria a quella ridotta e viceversa. Si parla già quindi di un aumento selettivo e ponderato dell’Iva e contestuale rimodulazione di alcuni beni da un’aliquota all’altra. 

Anche se, in campagna elettorale per le europee è più che probabile che si dica il contrario o che, nella migliore delle ipotesi, nessuno parli dell’aumento dell’Iva, il tabù è stato già infranto dal ministro dell’Economia Giovanni Tria quando parla di “soluzione bilanciata” sul nodo dell’Iva. Argomento ad alto impatto politico, che dribblato l’appuntamento elettorale del 26 maggio tornerà a imporsi come prioritario subito dopo. 

La trattativa con l’Ue

Come scrive Il Sole 24 Ore stamattina in edicola, «Tria è favorevole all’ipotesi di trasferire gradualmente il prelievo dai fattori di produzione verso settori meno penalizzanti per la crescita. È quella che i tecnici definiscono una “svalutazione interna”, che si traduce in un aumento dell’Iva sui beni importati, sui beni di consumo, favorendo in tal modo le esportazioni e dunque le imprese. Il punto di partenza è nella struttura attuale dell’Iva che da noi si articola su tre livelli: un’aliquota ordinaria al 22% e due ridotte al 4 e 10%. L’aliquota minima si applica alle vendite di generi di prima necessità tra cui gli alimentari, ed è per sua natura difficilmente manovrabile. Margini si aprono per l’aliquota ordinaria e per quella ridotta, riservata ai servizi turistici, e a determinati prodotti alimentari e particolari operazioni di recupero edilizio. Spostare beni da un’aliquota all’altra è dunque possibile». 

Si dovrà comunque aprire una trattativa con l’Europa visto che l’Iva è un’imposta comunitaria decisa insieme a Bruxelles.

note

Autore immagine: barca che affonda. Di nuvolanevicata


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