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Diffamazione: quando si configura il reato

17 Aprile 2019
Diffamazione: quando si configura il reato

Il confine tra la diffamazione e il diritto di critica: quando le offese diventano reato.

Nell’elenco dei reati più frequenti, oltre a quelli tipici di ogni tempo – il furto, la rapina, la violenza, ecc. – si è inserita, negli ultimi anni, la diffamazione. Complice l’utilizzo dei social network e una ingiustificata disinvoltura nell’utilizzo di un linguaggio offensivo e oltraggioso, divenire vittima di insulti è purtroppo ricorrente. Cosa si deve fare in questi casi? Nel momento in cui si raccolgono le prove della diffamazione, si può denunciare: il comportamento è infatti tutt’ora considerato un reato (la depenalizzazione del 2016 ha infatti riguardato solo l’ingiuria, ossia l’offesa fatta a quattr’occhi e in assenza di altre persone). La denuncia viene raccolta dalla polizia postale nel caso di offese su internet. Negli altri casi si può anche andare dai carabinieri. In alcune ipotesi è possibile ricorrere anche al Garante della Privacy per l’illegittima pubblicazione di una notizia che, seppur vera, è tuttavia obsoleta e non più attuale.

Il vero nocciolo della questione però è stabilire, nell’era dell’informazione e della comunicazione, qual è il confine tra una normale critica e un’offesa. Posto che, nel momento stesso in cui si riporta un fatto si è indirettamente portati a qualificarlo – e solo i più abili giornalisti di professione riescono a darne una descrizione asettica – bisogna ben comprendere quando si configura il reato di diffamazione e, quindi, si può agire per la tutela della propria reputazione.

Forse una delle più chiare sentenze in proposito, tra le varie pronunce con cui la giurisprudenza ha stabilito cos’è la diffamazione e quando c’è diffamazione, è proprio quella pubblicata dalla Cassazione un paio di mesi fa [1]: a febbraio di quest’anno la Corte si è infatti prodigata nel definire quando si può parlare di diritto di critica e quando si configura diffamazione. Vediamo cosa è stato detto in questa occasione.

L’informazione deve essere asettica e neutrale?

Quando si pensa al giornalismo, spesso si immagina una forma espositiva asettica e neutrale, lontana da giudizi sia pur velati. Non è così. Il giornalista – così come ogni altra persona che intende fare informazione (un blogger, un utente di un social, l’autore di un articolo) può esprimere il proprio giudizio, purché non travalichi determinati limiti. Entro tali confini la sua manifestazione del pensiero rientra nel diritto di critica e di espressione; al di fuori di essi, invece, si configura la diffamazione.

Del resto, quando la Costituzione parla della libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.) si riferisce proprio a questo, ossia ai pareri soggettivi: quale bisogno ci sarebbe stato, altrimenti, nel riconoscere il diritto a riportare un fatto per come è avvenuto? È chiaro che la libertà riconosciuta dal nostro ordinamento si estende anche ai giudizi, alle valutazioni personali.

L’articolo 21 della Costituzione, così come l’articolo 10 della Carta Europea dei diritti dell’uomo (Cedu) non tutela solo le idee favorevoli, inoffensive o indifferenti ma anche la libertà delle opinioni che «urtano, scuotono o inquietano»; tali opinioni pertanto, se espresse in forma pacata e con giudizi che non mirano a screditare il prossimo, rientrano nel normale diritto di critica [2].

Cos’è un’opinione?

Quando si parla del confine tra diffamazione e diritto di critica occorre distinguere tra i «fatti» puri e semplici – ossia la rappresentazione del dato storico – e i «giudizi di valore» in cui si sostanza l’opinione dell’autore.

La rappresentazione dei fatti, per essere lecita, deve riferirsi a situazioni reali: chi si esprime non può certo inventare un fatto che può pregiudicare l’onore e la reputazione altrui. Invece, quando si parla di giudizi di valore, il metro della legalità non può certo essere la verità, essendo questi delle opinioni soggettive, non dimostrabili; si tratta quindi di congetture che non possono, per definizione, essere rigorosamente obiettive e asettiche.

Oltre quali limiti non può spingersi la critica?

Rispondere alla domanda quando c’è diffamazione equivale a chiedersi fino a dove c’è diritto di critica? La ragione è semplice: dove finisce l’una, inizia l’altra. Ebbene, secondo la Cassazione i limiti alla critica sono costituiti:

  • dalla rilevanza sociale dell’argomento: in buona sostanza l’argomento deve essere di interesse pubblico; non si può mettere alla berlina una persona che esce di casa in pantofole richiamandosi al diritto di cronaca. Il fatto non ha un rilievo pubblico e, pertanto, anche se vero, la sua esposizione costituisce diffamazione. La giurisprudenza ha esteso i confini dell’interesse pubblico anche alle notizie di gossip;
  • la correttezza dell’espressione: è questo il limite più difficile da comprendere. L’esposizione del giudizio non deve trascendere in gratuiti attacchi personali, pur potendosi ammettere toni anche aspri e forti, purché pertinenti al tema in discussione. Quindi ben venga dire che i conteggi fatti dall’amministratore di condominio sono completamente sbagliati e frutto di una mancata conoscenza delle leggi; sarebbe invece reato dire che l’amministratore è un corrotto che, nel distribuire male le spese, ha voluto favorire solo alcuni amici.

I giudizi personali sono legittimi?

Secondo la giurisprudenziale, in tema di diffamazione, condizioni indispensabili per il corretto esercizio del diritto di critica sono:

  • la verità del fatto assunto come presupposto delle espressioni di critica. Anche se la realtà può essere percepita in modo differente e che vi possono ben essere due narrazioni differenti dello stesso fatto, è illecito attribuire a un soggetto specifici comportamenti dallo stesso mai tenuti o espressioni mai pronunciate, per poi esporlo a critica. Se i fatti sono falsi, il giornalista è esente da responsabilità solo se dimostra di aver fatto un controllo approfondito delle proprie fonti di notizia e che l’errore non dipende da sua negligenza, imperizia o, comunque, di colpa non scusabile;
  • l’interesse pubblico alla conoscenza dei fatti: di tanto abbiamo parlato sopra;
  • la continenza ossia l’esposizione pacata e serena, che non deve trascendere in invettive personali, rivolte solo a screditare l’altrui moralità. C’è quindi diffamazione quando le espressioni sono pretestuosamente denigratorie e sovrabbondanti rispetto al fine della cronaca del fatto e della sua critica. I termini adoperati devono essere proporzionati rispetto all’esigenza di evidenziare la gravità dell’accaduto, quando questo presenti oggettivi profili di interesse pubblico.

La critica può essere aspra?

Una volta che il giornalista ha riferito un fatto vero (un avvenimento, una condotta, un’opinione, ecc.) nei suoi esatti termini, egli è libero di esprimere il proprio giudizio critico, anche con toni aspri, corrosivi, distruttivi, radicali e impietosi, sempre, si intende, che ricorrano gli ulteriori requisiti della rilevanza sociale e della continenza espressiva.

Il diritto all’oblio

Quando il fatto, seppur vero ed espresso in forma pacata, non è più di interesse pubblico, scatta il diritto dell’interessato alla cancellazione della notizia: il cosiddetto diritto all’oblio.

Ad esempio, la notizia di un crimine deve essere cancellata quando è passato un ragionevole tempo dall’evento. Questo significa che la carta stampata non ha più il potere di pubblicare un fatto non attuale mentre il giornale online deve cancellare o de-indicizzare il contenuto. De-indicizzare significa togliere il contenuto dal risultato dei motori di ricerca.

Per ripulire la reputazione online, il metodo più sicuro e semplice è diffidare il titolare della testata giornalistica. Si può interessare lo stesso Google, titolare del trattamento dei dati, anche se le segnalazioni vengono puntualmente disattese. L’ultimo modo per chiedere la rimozione dai risultati del motore di ricerca è il ricorso al Garante privacy.

Come fare il ricorso al Garante Privacy per diritto all’oblio

Il regolamento UE sulla Privacy [3] stabilisce un apposita norma dedicata al diritto all’oblio.

L’interessato ha il diritto di ottenere dal titolare del trattamento la cancellazione dei dati personali che lo riguardano senza ingiustificato ritardo e il titolare del trattamento ha l’obbligo di cancellarli senza ingiustificato ritardo se non sono più necessari rispetto alle finalità per le quali sono stati raccolti o altrimenti trattati.

Il titolare del trattamento è tenuto a cancellare qualsiasi link, copia o riproduzione dei dati personali del richiedente tenendo conto della tecnologia disponibile e dei costi di attuazione adotta le misure ragionevoli, anche tecniche.

note

[1] Cass. sent. n. 7340 del 18.02.2019.

[2] Cass. sent. n. 25138 del 21.02.2007.

[3] Art. 17 Regolamento 2016/679 UE del 27 aprile 2016.

Autore immagine: haters. Di Leremy

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SABEONE Gerardo – Presidente

Dott. DE GREGORIO Eduardo – Consigliere

Dott. BELMONTE Maria Teresa – Consigliere

Dott. TUDINO A. – rel. Consigliere

Dott. SCORDAMAGLIA Irene – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 12/09/2016 della CORTE APPELLO di NAPOLI;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. ALESSANDRINA TUDINO;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dott. CESQUI Elisabetta, che ha concluso chiedendo;

Il Proc. Gen. conclude per l’inammissibilita’;

udito il difensore:

Il difensore presente chiede l’accoglimento del ricorso. RITENUTO IN FATTO

1.Con sentenza del 12 settembre 2016, la Corte d’appello di Napoli ha, in riforma della decisione del tribunale di Santa Maria Capua Vetere del 28 gennaio 2013, con la quale e’ stata affermata la responsabilita’ penale di (OMISSIS) in ordine al reato di diffamazione aggravata, dichiarato l’estinzione del reato per prescrizione.

I fatti riguardano la diffusione di un volantino, poi trasfuso in una pubblicazione sul quotidiano “(OMISSIS)”, contenente affermazioni lesive della reputazione di (OMISSIS), Presidente provinciale della (OMISSIS), profferite nell’ambito di un risalente contrasto, acuitosi nel corso della campagna elettorale per il rinnovo della carica, e relative a fatti che avevano dato luogo al commissariamento dell’ente.

2. Avverso la sentenza ha proposto ricorso l’imputato, per il tramite del difensore, Avv. (OMISSIS), articolando tre motivi.

2.1. Con il primo, censura la sentenza impugnata in riferimento all’esclusione della causa di giustificazione del diritto di critica, in presenza di manifestazioni di censura legittimate dalla condotta del (OMISSIS), successivamente destituito dalla carica ed anche indagato, ritenute invece penalmente rilevanti dalla corte territoriale in violazione dei principi enunciati dalla giurisprudenza di legittimita’.

2.2. Con il secondo motivo, denuncia vizio della motivazione sotto forma di travisamento della prova per avere la corte d’appello escluso il ruolo di avversario politico rivestito, in ambito associativo, dal (OMISSIS), come risulta dalle deposizioni testimoniali ( (OMISSIS), dirigente nazionale della (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS)).

2.3. Il terzo motivo censura mancata assunzione di prova decisiva, non avendo la corte d’appello ammesso la acquisizione documentale comprovante lo scontro politico e giudiziario intercorso tra la persona offesa e la CIA nella sue articolazioni regionale e nazionale.

CONDIDERATO IN DIRITTO 1. Il ricorso e’ fondato.

2.Alla disamina dei motivi d’impugnazione va premesso come nel giudizio di cassazione, l’obbligo di dichiarare una piu’ favorevole causa di proscioglimento ex articolo 129 cod. proc. pen., ove risulti l’esistenza della causa estintiva della prescrizione, opera nei limiti del controllo del provvedimento impugnato, in conformita’ ai limiti di deducibilita’ del vizio di motivazione, la quale, a norma dell’articolo 606 cod. proc. pen., deve risultare dal testo del provvedimento impugnato (Sez. 6, n.48461 del 28/11/2013, P.G., Fontana e altri, Rv. 258169, N. 9944 del 2000 Rv. 217255, N. 10216 del 2003 Rv. 223575, N. 27944 del 2008 Rv. 240955, N. 35627 del 2012 Rv. 253458).

3.Nella delineata prospettiva ed alla stregua dei parametri declinati dall’articolo 129 cod. proc. pen., s’appalesa evidente l’erronea valutazione della causa di giustificazione operata dalla corte territoriale.

3.1. Risulta, invero, dal testo del provvedimento impugnato che le espressioni censurate sono state profferite nell’ambito di una accesa contestazione, insorta in ambito confederativo, verso il Presidente provinciale della (OMISSIS) (OMISSIS), a cui venivano addebitati comportamenti scorretti che avevano dato luogo al commissariamento dell’ente e persino all’iscrizione del medesimo nel registro degli indagati per reati commessi nell’esercizio del mandato.

Siffatta contrapposizione si era, poi, acuita nel corso della campagna elettorale per il rinnovo della carica, nel cui ambito le rilevate criticita’ erano state agitate per rimarcare l’inaffidabilita’ del presidente uscente.

Ed e’, pertanto, in un contesto competitivo cosi’ connotato che risultano formulate le espressioni riportate nell’imputazione, riferite a vigliaccheria del (OMISSIS) nell’evitare il confronto ed affrontare le critiche relative alla criticabile gestione, ed al declino inarrestabile del personaggio.

3.2. Ebbene, e’ evidente dallo stesso tenore del testo del comunicato come il (OMISSIS) – in qualita’ di iscritto alla confederazione e dunque legittimato dal suo ruolo politico ed amministrativo nello specifico settore abbia voluto offrire all’attenzione della pubblica opinione il proprio punto di vista sulla figura del presidente ricandidatosi e provocare una approfondita riflessione su di un tema di rilevante interesse pubblico, quale la credibilita’ di un aspirante al ruolo di vertice che aveva, invece, dimostrato nel corso del mandato di non saper gestire la confederazione, tanto da essere commissariata; tema vieppiu’ di interesse del contesto ambientale di riferimento, essendo stato il (OMISSIS) denunciato per reati commessi nell’espletamento del mandato.

Di guisa che si tratta, all’evidenza, di una questione di interesse della pubblica opinione in genere e degli iscritti alla confederazione in particolare.

3.3. Il volantino risulta, dunque, riguardare un tema di interesse pubblico, specificatamente inerente la sostanziale legittimazione del (OMISSIS) alla presidenza ed avente ad oggetto una vicenda non solo potenzialmente suscettibile di approfondimento, ma effettivamente nota all’opinione pubblica e portata all’attenzione anche dell’autorita’ giudiziaria.

4. Cosi’ ricostruite le coordinate fattuali dell’imputazione, va, in punto di diritto, premesso come la sussistenza dell’esimente del diritto di critica presupponga, per sua stessa natura, la manifestazione di espressioni oggettivamente lesive della reputazione altrui, la cui offensivita’ possa, tuttavia, trovare giustificazione nella sussistenza dello stesso diritto (Sez. 5, n. 3047 del 13/12/2010 – dep. 27/01/2011, Belotti, Rv. 249708).

L’esercizio di siffatto diritto consente il ricorso anche ad espressioni forti e persino suggestive al fine di potenziare l’efficacia del discorso o del testo e richiamare l’attenzione dell’interlocutore destinatario.

4.1. In via generale, in tema di esimenti del diritto di critica e di cronaca, la giurisprudenza di questa Corte si esprime ormai in termini consolidati in riferimento ai requisiti caratterizzanti il necessario bilanciamento degli interessi in conflitto, individuati nell’interesse sociale all’informazione, nella continenza del linguaggio e nella verita’ del fatto narrato.

In tal senso, e’ stato evocato anche il parametro dell’attualita’ della notizia, nel senso che una delle ragioni fondanti della esclusione della antigiuridicita’ della condotta lesiva della altrui reputazione deve essere ravvisata nell’interesse generale alla conoscenza del fatto nel momento storico, e dunque nell’attitudine della informazione a contribuire alla formazione della pubblica opinione, in modo che il cittadino possa liberamente orientare le proprie scelte nel campo della formazione sociale, culturale e scientifica (tra le tante, Sez. 5, n. 39503 del 11/05/2012, Clemente, Rv. 254789).

4.2 Con specifico riferimento al diritto di critica politica, il rispetto del principio di verita’ si declina peculiarmente, assumendo limitato rilievo, necessariamente affievolito rispetto alla diversa incidenza che il medesimo dispiega sul versante del diritto di cronaca, in quanto la critica, quale espressione di opinione meramente soggettiva, ha per sua natura carattere congetturale che non puo’, per definizione, pretendersi rigorosamente obiettiva ed asettica (Sez. 5, n.25518 del 26/09/2016, Rv. 270284, Sez. 5, n.7715 del 04/11/2014 – dep. 2015 Rv. 264064, Sez. 5, n. 4938 del 28/10/2010 – dep. 2011, Rv. 249239).

4.3 Siffatta impostazione si pone in linea con la giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo, secondo cui la incriminazione della diffamazione costituisce una interferenza con la liberta’ di espressione e quindi contrasta, in principio, con l’articolo 10 CEDU, a meno che non sia “prescritta dalla legge”, non persegua uno o piu’ degli obiettivi legittimi ex articolo 10 par. 2 e non sia “necessaria in una societa’ democratica”.

In riferimento agli enunciati limiti, la Corte EDU ha, in varie pronunce, sviluppato il principio inerente la verita’ del fatto narrato per ritenere giustificabile la divulgazione lesiva dell’onore e della reputazione: ed ha declinato l’argomento in una duplice prospettiva, distinguendo tra dichiarazioni relative a fatti e dichiarazioni che contengano un giudizio di valore, sottolineando come anche in quest’ultimo sia comunque sempre contenuto un nucleo fattuale che deve essere sia veritiero che oggettivamente sufficiente per permettere di trarvi il giudizio, versandosi, altrimenti, in affermazione offensiva eccessiva, non scriminabile perche’ assolutamente priva di fondamento o di concreti riferimenti fattuali.

In tal senso, la Corte Europea si riferisce principalmente al diritto di critica, politica, etica o di costume e, in generale, a quel diritto strettamente contiguo, sempre correlato con il diritto alla libera espressione del pensiero, che e’ il diritto di opinione, indicando quali siano i limiti da non travalicare nel caso di critica politica.

Nella delineata prospettiva si pone la sentenza CEDU Mengi vs. Turkey, del 27.2.2013, che costituisce la piu’ avanzata ricognizione della posizione della Corte in materia di articolo 10 della Carta nella distinzione tra diritto di critica e diritto di cronaca, distinguendo tra statement of facts (oggetto di prova) e value judgements (non suscettibili di dimostrazione), rilevando come nel secondo caso il potenziale offensivo dell’articolo o dello scritto, nel quale e’ tollerabile – data la sua natura – exaggeration or even provocation, sia neutralizzato dal fatto che lo scritto si basi su di un nucleo fattuale (veritiero e rigorosamente controllabile) sufficiente per poter trarre il giudizio di valore negativo; se il nucleo fattuale e’ insufficiente, il giudizio e’ gratuito e pertanto ingiustificato e diffamatorio.

4.4. Nel quadro cosi’ sommariamente delineato, ove il giudice pervenga, attraverso l’esame globale del contesto espositivo, a qualificare quest’ultimo come prevalentemente valutativo, i limiti dell’esimente sono costituiti dalla rilevanza sociale dell’argomento e dalla correttezza di espressione (Sez. 5, n. 2247 del 02/07/2004, Rv. 231269; Sez. 1, n. 23805 del 10/06/2005, Rv. 231764).

Il limite immanente all’esercizio del diritto di critica e’, pertanto, costituito dal fatto che la questione trattata sia di interesse pubblico e che, comunque, non si trascenda in gratuiti attacchi personali (Sez. 5, n. 8824 del 01/12/2010, Rv. 250218; Sez. 5, n. 38448 del 25/09/2001, Rv. 219998).

4.5 In un quadro di valori di riferimento cosi’ peculiarmente connotato, va poi considerato il depotenziamento della carica semantica di talune espressioni in riferimento al contesto in cui vengono utilizzate, quale quello politico, in cui la critica assume spesso toni aspri e vibrati, ed il rilievo secondo cui la critica puo’ assumere forme tanto piu’ incisive e penetranti quanto piu’ rilevante sia la posizione pubblica del destinatario (Sez. 5, n. 27339 del 13/06/2007, Rv. 237260). Di guisa che il livello e l’intensita’, pur notevoli, delle censure indirizzate sotto forma di critica a coloro che occupano posizioni di tutto rilievo nella vita pubblica, non escludono l’operativita’ della scriminante, poiche’ nell’ambito politico risulta preminente l’interesse generale al libero svolgimento della vita democratica (Sez. 5, n. 15236 del 28/01/2005, 232125).

Di conseguenza quanto maggiore e’ il potere esercitato, tanto maggiore e’ l’esposizione alla critica, perche’ chi esercita poteri pubblici deve essere sottoposto ad un rigido controllo sia da parte dell’opposizione politica che dei cittadini (Sez. 5, n. 11662 del 06/02/2007, Rv. 236362).

5. Applicando gli enunciati principi al caso in esame, si appalesa evidente l’erronea applicazione dell’articolo 51 cod. pen.. e la manifesta illogicita’ della motivazione della sentenza impugnata in ordine alla sussistenza della scriminante.

L’imputato si e’ limitato ad evidenziare il declino politico di un presidente al centro di aspre contestazioni, risalenti al 2004 (v. f. 5 sent. imp., in cui e’ contenuto un erroneo e determinante riferimento alla “gestione del (OMISSIS)”) in un contesto prodromico alla sua candidatura a ricoprire nuovamente una carica di vertice non solo criticata, ma che aveva addirittura determinato il commissariamento dell’ente e l’approfondimento in sede giudiziale della rilevanza penale delle contestate condotte, formulando valutazioni espresse con un linguaggio del tutto consono alla sede e congruo in riferimento ai fatti rappresentati.

Non puo’ infatti ritenersi che il (OMISSIS) abbia posto in essere una gratuita aggressione alla persona del querelante, che peraltro rivestiva una posizione di notorieta’ nel locale contesto proprio per la carica rivestita e le polemiche che aveva generato.

5.1 In tema di diffamazione, nella valutazione del requisito della continenza, necessario ai fini del legittimo esercizio del diritto di critica, si deve tenere conto del complessivo contesto dialettico in cui si realizza la condotta e verificare se i toni utilizzati dall’agente, pur aspri e forti, non siano gravemente infamanti e gratuiti, ma siano, invece, comunque pertinenti al tema in discussione (Sez. 5, n.4853 del 18/11/2016 – dep.2017 Rv. 269093, N. 13735 del 2006 Rv. 233986, N. 48712 del 2014 Rv. 261489, N. 5695 del 2015 Rv. 262531, N. 7244 del 2015 Rv. 267137, N. 7715 del 2015 Rv. 264064, N. 4298 del 2016 Rv. 266026, N. 37397 del 2016 Rv. 267866, N. 41414 del 2016 Rv. 267865).

Di guisa che va senz’altro riconosciuto nel testo del volantino – e della successiva pubblicazione – il requisito della continenza con riferimento all’articolo 51 cod. pen., cosi’ come declinato nella giurisprudenza di questa corte nell’accezione di “…proporzione, misura e continenti sono quei termini che non hanno equivalenti e non sono sproporzionati rispetto ai fini del concetto da esprimere e alla controllata forza emotiva suscitata dalla polemica su cui si vuole instaurare un lecito rapporto dialogico e dialettico. La continenza formale non equivale a obbligo di utilizzare un linguaggio grigio e anodino, ma consente il ricorso a parole sferzanti, nella misura in cui siano correlate al livello della polemica, ai fatti narrati e rievocati” (Sez. 5, n. 3356 del 27/10/2010).

E siffatta valutazione e’ tanto piu’ appropriata ove si consideri che la prospettazione del declino del presidente e’ stata formulata non gia’ quale critica decontestualizzata al (OMISSIS), bensi’ quale indicatore della mancanza di rappresentativita’ del medesimo in seno alla Confederazione, con ulteriore depotenziamento di una pretesa offensivita’ ad hominem, apparendo all’evidenza l’interesse del (OMISSIS) finalizzato alla tutela della credibilita’ dell’ente e non all’indiscriminata lesione della reputazione del querelante.

5.2 Il tenore delle espressioni adoperate, peraltro non esorbitante dal taglio proprio connesso al ruolo di iscritto del propalante, rende, peraltro, comunque ultroneo richiamare, in questa sede, anche il limite allargato del principio di continenza che comunque ricorre in presenza di modalita’ espressive ironiche, irridenti o sarcastiche, quali manifestazioni di legittima polemica in ordine a contrapposte opinioni e comportamenti comunque di interesse pubblico (Sez. 5, n. 13563 del 20/10/1998, Senesi, Rv. 212994). Si e’ sottolineato, infatti, che l’articolo 21 Cost., analogamente

all’articolo 10 Cedu, non tutela unicamente le idee favorevoli o inoffensive o indifferenti, essendo al contrario principalmente rivolto a garantire la liberta’ proprio delle opinioni che “urtano, scuotono o inquietano”, con la conseguenza che di esse non puo’ predicarsi un controllo se non nei limiti della continenza espositiva, che, una volta riscontrata, integra l’esimente del diritto di critica. (Sez. 5, n. 25138 del 21/02/2007, Rv. 237248).

6. Le conclusioni cui e’ pervenuta la Corte d’appello di Napoli non sono, dunque, condivisibili, poiche’ la critica e’ stata formulata con modalita’ che costituiscono espressione della liberta’ di manifestazione del pensiero, che mediante prospettazione di una obiettiva situazione di contrasto finalizzata alla rivendicazione della correttezza dell’azione della Confederazione – rientra nella scriminante dell’esercizio del diritto tutelato dall’articolo 21 Cost. e articolo 51 cod. pen..

6. La sentenza impugnata deve essere, pertanto, annullata senza rinvio perche’ il fatto non costituisce reato, con conseguente revoca delle statuizioni civili in essa contenute.

P .Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata agli effetti penali perche’ il fatto non costituisce reato; revoca le statuizioni civili.


2 Commenti

  1. In teoria tutto sembra ok, ma in pratica sembra abbastanza relativo, se si pensa che i criteri che distinguono diffamazione da diritto di cronaca o critica sono spesso suscettibili di interpretazione soggettiva. Come mostrano anche siti specializzati se il criterio della verità del fatto raccontato è (abbastanza) oggettivo, la sua rilevanza sociale e la continenza nel linguaggio (gli altri due requisiti del diritto di cronaca) hanno contorni molto più sfumati.

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