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Haters: rischi legali

17 Aprile 2019
Haters: rischi legali

Tutti i reati che commettono gli odiatori o i leoni da tastiera: come si denuncia una diffamazione sul web.

Chi non ha mai sentito parlare degli haters o dei cosiddetti «leoni da tastiera»! Si tratta di un neologismo, dal chiaro tono dispregiativo, utilizzato per indicare alcuni utenti del web abituati a scrivere e commentare in modo aggressivo, violento e offensivo. Sono persone inclini alle minacce, alle vendette e all’odio, specie quello di classe. Dove si nascondono questi impavidi critici quando si tratta di contrastare, coi fatti e non con i post, un abuso o una illegalità? L’hater non è capace di difendere dei principi, spesso non ha neanche proprie idee, sa solo demolire quelle degli altri. La realtà ci lascia sospettare, alla fine, che gli haters siano solo dei timidi e insicuri personaggi, intimamente frustrati e tuttavia rassicurati dalla intermediazione di una connessione senza cavi. Figli di un dio minore – il web – senza il quale non sarebbero nulla, gli haters si inseriscono in quel filone di persone brave a criticare, molto meno abili invece a proporre soluzioni.

La legge non prevede sconti per chi diffonde l’odio: per gli haters, i rischi legali sono tutt’altro che lievi. E non sarà certo un account anonimo a salvarli. Il codice penale prevede, nei loro confronti, una serie di incriminazioni. I reati di cui comunemente si macchia l’hater vanno dalla diffamazione aggravata alla sostituzione di persona, dalle minacce alle molestie e, per finire, dall’incitamento all’odio razziale allo stalking. Bene che va, l’hater si becca, per il solo fatto di aver scritto un post diffamatorio, dai sei mesi a tre anni di reclusione oppure una multa non inferiore a 516 euro.

Di tanto parleremo qui di seguito. Spiegheremo cioè cosa rischia un hater, quali reati può commettere e quali sono le sanzioni previste dalla legge.

I reati commessi dagli haters: diffamazione aggravata

L’hater utilizza un linguaggio dispregiativo: per lui, non è tanto importante esprimere proprie opinioni, ma mortificare chi ha manifestato le proprie. Le sue invettive colpiscono non l’oggetto delle altrui affermazioni ma la morale e la dignità del suo autore (il che è un vero paradosso: abusano della libertà di espressione per limitare la libertà altrui). Tale comportamento rientra, perciò, nei canoni del reato di diffamazione. Non una diffamazione qualsiasi, ma aggravata dall’uso di internet (considerato, dalla legge, un mezzo di pubblicità).

L’hater può essere denunciato dinanzi alla polizia postale o ai carabinieri entro tre mesi dall’avvenuta conoscenza dell’offesa. Oppure con un esposto alla Procura della Repubblica. La prova della diffamazione da produrre contro l’hater sarà lo screenshot dello schermo e, probabilmente, un video e/o una testimonianza di chi ha potuto leggere il contenuto del suo messaggio diffamatorio. Leggi Diffamazione: come difendersi.

Affinché però si configuri la diffamazione è necessario che il post dell’hater o il commento da lui lasciato a un post altrui sia pubblico: deve cioè poter essere letto da almeno due o più persone. In questo senso l’offesa può essere pubblicata anche in una chat privata o in un profilo social “chiuso”.

Per la diffamazione aggravata la pena è da sei mesi a tre anni oppure la multa non inferiore a 516 euro. Il colpevole può sperare – se il giudice ritiene che le conseguenze prodotte dal suo comportamento non siano gravi – in una assoluzione per «particolare tenuità del fatto». Resta però la possibilità per la vittima di chiedere il risarcimento del danno in via civile.

Altri reati commessi dagli haters: le minacce

Un altro reato in cui facilmente cade l’hater è la minaccia. Se l’hater dovesse prospettare ad altri l’eventualità di una propria azione pericolosa e tale azione è credibile (“Ti uccido”, “ti vengo a prendere”, “ti prenderò in giro per sempre”, “ti farò fare una brutta figura davanti a tutti”) rischia una multa fino a 1.032 euro.

Anche qui la vittima può difendersi con una querela accompagnata dalla stampa della schermata con il post minaccioso e con la testimonianza di chi l’abbia letto.

Sostituzione di persona

Utilizzare un account anonimo non salva l’hater. La polizia postale conosce facili sistemi per scoprire l’ID di un profilo falso su un social network, risalire alla connessione internet e, così, individuare il colpevole. Peraltro la Cassazione ha più volte affermato che l’utilizzo di un account anonimo costituisce il reato di sostituzione di persona se utilizzato per commettere illeciti o molestare gli altri utenti. La pena è la reclusione fino ad un anno. Leggi sul punto Il profilo falso su Facebook è reato se utilizzato per…

Reato di molestie

Il reato di molestie punisce le condotte volte a importunare gli altri in luogo pubblico o aperto al pubblico o tramite il telefono; pertanto si può configurare anche sul social network trattandosi di luogo virtuale ove è consentito l’accesso di chiunque utilizzi la rete; si tratterebbe quindi di «luogo aperto al pubblico». Questo è l’indirizzo della Cassazione che quindi ritene plausibile l’incriminazione nei confronti dell’hater che, anche con le semplici critiche espresse in forma pacata e quindi lecite, è divenuto assillante e ripetitivo.

Quando le molestie però portano la vittima a temere per sé stessa o a modificare le proprie abitudini di vita scatta il più grave reato di stalking.

I crimini d’odio: incitamento all’odio razziale

Quando si parla di crimini d’odio ci si riferisce a tutti quei reati realizzati sulla base di un sentimento di intolleranza nelle quali la vittima è colpita in ragione della sua “identità di gruppo” (ossia, l’identità legata alla razza, all’etnia, all’origine nazionale, alla religione).

Una normativa approvata il 1° marzo 2018  punisce la condotta di chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi e di chi, in qualsiasi modo, istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Vieta, altresì, ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, punendo chi partecipa a tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alla loro attività e coloro che promuovono o dirigono tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi.



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