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Lei non partecipa alle spese di casa: come comportarsi?

17 Aprile 2019
Lei non partecipa alle spese di casa: come comportarsi?

Violazione del dovere di contribuzione da parte della moglie: addebito e reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare.

Se è vero che il matrimonio pone i coniugi sullo stesso piano e che le donne hanno finalmente conquistato la loro autonomia lavorativa e, quindi, reddituale è conseguenza naturale e necessaria che il loro contributo alla famiglia non si esplichi più solo con le attività domestiche. In termini più semplici e banali, la moglie non può aprire il portafogli soltanto quando fa shopping personale. Ma cosa succede e come comportarsi se lei non partecipa alle spese di casa? Cosa può fare il marito se la donna che ha sposato spende tutto il proprio stipendio per abiti, scarpe e borse mentre su di lui grava il peso della spesa, delle bollette, del mutuo o dell’affitto, dei bisogni primari dei figli e della stessa moglie? C’è una legge che gli consente, eventualmente, di pretendere che anche lei destini una parte della busta paga agli interessi comuni?

La risposta è alla portata di tutti perché contenuta in una di quelle norme del codice civile che il prete legge sull’altare quando, alla fine della funzione nuziale, informa i coniugi dei diritti e doveri nascenti dal matrimonio concordatario. Di tanto parleremo qui di seguito. Spiegheremo non solo cosa fare se lei non partecipa alle spese di casa, ma anche quali rischi corre e cosa può fare il coniuge costretto a provvedere, da solo, a tutto il resto.

Obbligo di contribuire alle spese familiari

In base al codice civile [1], ciascuno dei coniugi – quindi tanto il marito quanto la moglie – è tenuto a contribuire ai bisogni della famiglia. Tale dovere – meglio noto ai giuristi col termine di «dovere di contribuzione» – attua sul piano economico il principio di solidarietà ed eguaglianza tra i coniugi. Esso è inderogabile. Non è possibile, ad esempio, che la coppia, prima di sposarsi, concordi a voce o per iscritto che sia solo uno dei due a doversi prendere cura dell’altro lasciando quest’ultimo libero di spendere i propri soldi come meglio crede.

L’obbligo di contribuzione è diretto a soddisfare le comuni e reciproche esigenze dei coniugi, garantendo loro un unitario tenore di vita. Questo significa che il proprio reddito non deve essere in parte destinato solo ai bisogni dei figli o della famiglia in senso ampio ma anche dello stesso coniuge qualora abbia bisogno di assistenza. Ad esempio, se il marito dovesse rimanere disoccupato, dovrà essere la moglie a prendersi cura di lui e delle sue esigenze. E viceversa.

Quanta parte dello stipendio va destinata ai bisogni della famiglia?

La legge parla genericamente di «dovere di contribuzione» ma non specifica, in termini numerici o percentuali, a quanto debba ammontare il “sacrificio” patrimoniale di ciascun coniuge in favore dell’altro e della famiglia. Si dice solo che il contributo deve essere proporzionale alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo. Il che implica che:

  • il coniuge disoccupato o che non può lavorare deve comunque prestare un’assistenza materiale, provvedendo ai bisogni della casa o dei figli, in tal modo evitando all’altro di dover pagare una domestica o una colf;
  • il coniuge più benestante destinerà, ai bisogni del nucleo familiare, una parte del proprio reddito superiore a quella dell’altro coniuge, ma ciò non esonera quest’ultimo dal contribuire anch’egli in proporzione alle proprie possibilità;
  • chi ha un lavoro full time deve partecipare di più alle spese familiari rispetto a chi ha un semplice lavoro part time.

Per determinare l’entità della contribuzione occorre considerare le condizioni finanziarie dei coniugi, tenendo conto anche degli apporti effettuati da ciascun coniuge al momento delle nozze [2].

Come abbiamo anticipato, si può contribuire ai bisogni della famiglia non solo con l’attività lavorativa ma anche con quella casalinga (ma solo se c’è consenso di entrambi i coniugi) o mettendo a disposizione beni personali come la casa o l’auto. Ad esempio, se la moglie “porta in dote” al marito un’abitazione in cui vivere o un terreno su cui viene poi costruita la casa familiare ha già, in parte, contribuito ai bisogni della famiglia.

Secondo la Cassazione è considerata contribuzione ai bisogni familiari anche il consistente contributo economico della moglie nelle spese per la ristrutturazione della casa di proprietà del marito ma di uso familiare comune [3].

Cosa succede se non si partecipa alle spese della famiglia?

La violazione del dovere di contribuzione costituisce un atto contrario agli impegni del matrimonio. Pertanto, nel caso in cui tale comportamento – e non altro fatto – sia l’effettiva causa scatenante la crisi coniugale, determinando la volontà dei coniugi di separarsi, colui che ha provveduto da solo alle spese della famiglia può chiedere l’addebito a carico dell’altro. L’addebito altro non è che la dichiarazione di responsabilità pronunciata dal giudice della separazione o del divorzio. Chi subisce l’addebito non può ricevere l’assegno di mantenimento.

Questo significa che se lei non partecipa alle spese di casa e il marito, al momento della separazione, riesce a provare tale circostanza al giudice, dimostrando che è proprio a causa di ciò che è venuta meno l’unione coniugale, allora alla moglie non spettano più gli alimenti. Niente mantenimento insomma, proprio per via del suo egoismo.

In più quando l’omessa o insufficiente contribuzione ai bisogni della famiglia è volontaria e da ciò ne derivi uno stato di bisogno dell’altro coniuge, il responsabile di tale condotta può essere denunciato per il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare punito con la reclusione fino a un anno o la multa da 103 euro a 1.032 euro [4].


note

[1] Art. 143 cod. civ.

[2] Cass. 16 marzo 1977 n. 1047.

[3] Cass. n. 18749 del 17.09.2004.

[4] Art. 570 cod. pen.


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