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Le immissioni

21 Aprile 2019 | Autore:
Le immissioni

Immissioni di calore, rumore, fumi e scuotimento: la tutela della proprietà dal vicino molesto.

La disciplina delle immissioni è prevista dall’art. 844 c.c., che detta i criteri per regolare eventuali conflitti tra usi incompatibili di fondi vicini determinati dalla propagazione di fattori disturbanti causati dall’opera dell’uomo. Secondo quanto dispone la norma citata: «Il proprietario di un fondo non può impedire le immissioni di fumo o di calore, le esalazioni, i rumori, gli scuotimenti e simili propagazioni derivanti dal fondo del vicino, se non superano la normale tollerabilità, avuto anche riguardo alla condizione dei luoghi. Nell’applicare questa norma l’autorità giudiziaria deve contemperare le esigenze della produzione con le ragioni della proprietà. Può tener conto della priorità di un determinato uso».

Indice

Fondamento dell’art. 844 c.c.

Da una prima lettura dell’articolo, può dirsi che esso offre una soluzione di compromesso diretta a garantire,in caso di conflitti tra vicini, la maggiore libertà di esercizio del proprio diritto, con il minore danno reciproco.

Quali tipi di immissioni sono disciplinate dall’art. 844 c.c.?

Procediamo, dunque, all’analisi della norma, iniziando a delimitarne l’ambito di operatività: come visto, l’art.844 c.c. fa riferimento alle immissioni di fumo o di calore, alle esalazioni, ai rumori, agli scuotimenti e a simili propagazioni.

Dunque, tradizionalmente, si ritiene che le immissioni debbano essere materiali;secondo quanto più volte specificato dalla giurisprudenza, esse devono,cioè, ricadere «sotto i sensi dell’uomo» e generare sostanze fisicamente misurabili (1).

Immissioni elettromagnetiche: rinvio

L’elenco, tuttavia, non è tassativo, in quanto l’evoluzione delle conoscenze scientifiche impone un continuo aggiornamento dell’ambito di operatività della norma in esame che, anche con riguardo alla tutela alla salute, non va più riferito esclusivamente alle immissioni concretamente percepibili, comprendendo anche quelle non percepibili, ma strumentalmente rilevabili(appunto, materiali), in quanto idonee, anche in termini di semplice rischio,ad influire in modo lesivo sull’organismo umano: in questo senso, rilevano, ad esempio, le immissioni elettromagnetiche.

Provenienza dal fondo del vicino

La legge richiede, poi, che le suddette immissioni siano indirette o mediate (2), che siano, cioè, il risultato di un’attività lecita svolta, in modo continuato o periodico (3), nel fondo del vicino (4): questo significa che l’immissione diretta nel fondo altrui è sempre illecita.

Attualità della situazione di intollerabilità

È necessaria, poi, l’attualità della situazione di intollerabilità: non deve, cioè, essere meramente potenziale.

I criteri di accertamento della liceità delle immissioni:caratteri generali

Come abbiamo visto nel riportare il testo dell’art. 844 c.c., ai fini della valutazione della liceità delle immissioni, la norma enuncia tre diversi criteri (5):quello della normale tollerabilità; quello del contemperamento delle esigenze della produzione con le ragioni della proprietà; quello della priorità dell’uso.

Si tenga presente, però, che mentre i primi due criteri — normale tollerabilità e contemperamento delle esigenze della produzione e ragioni della proprietà— sono obbligatori, in quanto il giudice, nella valutazione della liceità o illiceità di un’immissione, non può prescindere da essi, l’ultimo criterio

citato è facoltativo e sussidiario; in altri termini, la priorità di un determinato uso può essere valutata e presa in considerazione, caso per caso, solo se ritenuto opportuno.

La valutazione della normale tollerabilità

Il limite della normale tollerabilità costituisce il criterio principale per accertare se un’immissione sia lecita o illecita. Come vedremo, la casistica in materia è molto ampia, in quanto la giurisprudenza si è trovata a dover decidere, in generale e nel caso concreto, da cosa debba essere desunta la normale tollerabilità di un’immissione.

Criterio della relatività

Nella legge, infatti, manca una misura in base alla quale stabilire, con criteri automatici, il limite della tollerabilità delle immissioni: vale, dunque, il criterio della relatività e del«caso per caso» (6).

Tale limite, cioè, deve essere determinato, di volta involta, dal giudice — tramite il consulente tecnico (7) da questo nominato — in relazione al caso concreto, avuto riguardo (8):

  1. a) alla condizione dei luoghi;
  2. b) alla tollerabilità per chi deve subire l’immissione.

Condizione dei luoghi

Il criterio della condizione dei luoghi, a cui l’art. 844 c.c.fa espresso riferimento, trova fondamento nell’esigenza di non creare ostacoli allo sfruttamento del suolo secondo le destinazioni connesse a determinate zone del territorio.

Tollerabilità per chi deve subire l’immissione

Per quanto riguarda la normalità dell’attività svolta,l’orientamento più risalente della dottrina e della giurisprudenza affermava che dovevano ritenersi tollerabili le immissioni derivanti dall’uso normale della cosa.

In seguito, si è però precisato che il limite non è costituito dalla normalità dell’esercizio di una certa attività in generale, ma in particolare dalla tollerabilità per chi deve subire l’immissione: in questo senso, si pensi alle differenze tra una zona urbanizzata, una zona agricola, una zona industriale e una zona turistica.

Regole di comune esperienza

Il giudice, nell’accertamento della normale tollerabilità di un’immissione, può anche avvalersi di regole di comune esperienza: si pensi al caso in cui si debba stabilire se le immissioni notturne di rumori provocate da un bar siano insopportabili in quanto idonee a provocare un danno alla salute, perché ad esempio impediscano il riposo delle persone che abitano vicino.

Bilanciamento delle opposte esigenze dei proprietari

Il giudice, in questi casi, è chiamato a bilanciare le opposte esigenze dei proprietari e può anche disporre una modifica dei luoghi o delle opere: ad esempio, può ordinare di insonorizzare l’ambiente dal quale provengono i rumori.

Distanze per fabbriche e depositi nocivi: non applicabilità dell’art. 844 c.c.

Secondo la giurisprudenza di legittimità (9), il criterio della normale tollerabilità e la relatività dello stesso sono previsti dall’art. 844 c.c. esclusivamente con riguardo alle immissioni e non possono, quindi, trovare applicazione in tema di distanze per fabbriche e depositi nocivi, che sono invece disciplinate dall’art. 890 c.c. (10).

Installazione di una caldaia a gas metano

Dunque, ad esempio, per stabilire se l’installazione di una caldaia a gas metano per il riscaldamento domestico provoca danni alla proprietà vicina, deve applicarsi il cit. art. 890 c.c., per l’insita potenziale pericolosità e nocività del combustibile. Pertanto, occorre prima escludere che vi sia pericolo per la salubrità e per la sicurezza della proprietà altrui e poi accertare, ai sensi dell’art. 844 c.c., se le immissioni arrechino disagi o molestie intollerabili (11).

Il contemperamento tra le esigenze della produzione e le ragioni della proprietà: casistica giurisprudenziale

(Art. 844, co. 2, c.c.)

Secondo parte della dottrina (12) e l’orientamento prevalente della giurisprudenza (13), il secondo comma dell’art.844 c.c., prima riportato, detta una disciplina speciale per le immissioni connesse all’espletamento di attività produttive. In particolare, quest’orientamento ritiene che il dovere del giudice di contemperare le esigenze della produzione con le ragioni proprietarie consentirebbe di elevare la soglia di tollerabilità delle immissioni.

Ambito di operatività

Pertanto, il comma in esame riguarderebbe una fase successiva all’accertamento della tollerabilità delle immissioni; una fase nella quale, cioè, il giudice, dopo aver valutato la tollerabilità medesima, deve decidere se far prevalere le ragioni della proprietà oppure,al contrario, riconoscere preminenza alle esigenze della produzione e adottare provvedimenti che consentano la prosecuzione dell’attività industriale (14), anche se dannosa.

Per esempio, questo accade quando le immissioni potrebbero essere eliminate o ridotte soltanto con misure tecniche eccessivamente onerose,cioè in ipotesi nelle quali la cessazione dell’attività produttiva causerebbe alla collettività un danno più grave del sacrificio inflitto ai proprietari dei fondi vicini.

La giurisprudenza di legittimità (15) ha, però, più volte precisato che il criterio del contemperamento tra esigenze della produzione e ragioni della proprietà di cui all’art. 844, co. 2, c.c. non implica che, nelle zone a prevalente vocazione industriale, tutte le immissioni prodotte dall’esercizio delle industrie debbano considerarsi lecite e tollerabili per il solo fatto della destinazione dell’area interessata al fenomeno immissivo, ma ciò può rilevare in funzione dell’individuazione del contenuto della sanzione da applicare,nel senso, cioè, di attribuire al giudice il potere di astenersi, nella riconosciuta preminenza dell’interesse delle imprese, dall’adozione di misure inibitorie e di far luogo, invece, a statuizioni che consentano la prosecuzione dell’attività industriale inquinante.

La tutela giurisdizionale contro le immissioni: principi generali

Dalle osservazioni fino ad ora svolte, deduciamo che le ipotesi che si possono in concreto verificare sono le seguenti:

  1. a) immissioni tollerabili;
  2. b) immissioni intollerabili.

Immissioni tollerabili

Le immissioni considerate tollerabili sono lecite: in questa ipotesi, al proprietario che subisce l’immissione non è dovuto alcunché.

Immissioni intollerabili

Più complessa è l’ipotesi delle immissioni intollerabili;infatti, occorre distinguere (1) tra:

  1. a) le immissioni intollerabili lecite, la cui prosecuzione, cioè, sia autorizzata dal giudice — pur se dannose — , in quanto, nel contemperamento tra esigenze della produzione e ragioni della proprietà, il giudice medesimo abbia ritenuto prevalenti le prime. In questo caso, al proprietario del fondo danneggiato spetta un indennizzo;
  2. b) le immissioni intollerabili illecite, delle quali non sia, invece, autorizzatala prosecuzione in quanto, nel contemperamento fra esigenze della produzione e ragioni della proprietà, il giudice abbia considerato prevalenti queste ultime. In questa ipotesi, a favore del soggetto danneggiato, l’ordinamento prevede una tutela inibitoria — volta a far cessare le cause dell’immissione — e una tutela risarcitoria del danno subito a causa dell’immissione medesima (2).

A cosa serve l’indennizzo?

L’indennizzo rappresenta un mezzo di contemperamento tra le esigenze della produzione con le ragioni della proprietà (3) e serve a compensare il pregiudizio subito dal fondo, a causa dell’immissione, in termini di minore produttività, di minore o impossibile utilizzazione, di minor valore. L’indennizzo, quindi,è finalizzato a ripristinare l’originaria entità del patrimonio leso dalle immissioni (4).

Differenza tra domanda di indennizzo e domanda di risarcimento

Dunque, la domanda di indennizzo è del tutto diversa dalla domanda di risarcimento del danno in quanto (5):

  • la domanda di indennizzo si fonda sull’art. 844 c.c., dunque ha natura reale e mira ad un indennizzo da attività lecita, che compensi il pregiudizio subito dal fondo a causa delle immissioni;
  • la domanda di risarcimento del danno, fondata, come vedremo, sull’art. 2043 c.c. (se il danno è patrimoniale) o sull’art. 2059 c.c. (se il danno ènon patrimoniale), ha natura personale, essendo volta nei confronti del soggetto danneggiante, per risarcire il proprietario del fondo vicino dei danni subiti a causa delle immissioni.

Nell’art. 844 c.c. non vi è, però, alcun riferimento all’indennizzo nelle ipotesi sopra considerate: il riconoscimento dello stesso si deve soltanto alla prassi giurisprudenziale.

Liquidazione dell’indennizzo

L’indennizzo deve essere liquidato dal giudice in via equitativa e non deve essere commisurato rigidamente all’entità delle lesioni del diritto di proprietà (6).

La tutela inibitoria e il risarcimento del danno: differenze

Secondo la giurisprudenza, l’azione inibitoria e l’azione risarcitoria hanno undiverso ambito operativo.

Differenza tra tutela inibitoria e tutela risarcitoria

L’azione inibitoria è un’azione reale volta, come detto, ad eliminare le cause delle immissioni illecite (7); l’azione per il risarcimento del danno è, invece, un’azione personale, diretta a riequilibrare i sacrifici delle parti. Dunque, si tratta di due azioni distinte e cumulabili tra loro, ma la tutela risarcitoria necessita di una domanda espressa, in quanto non la si può ritenere compresa in quella inibitoria (8).

L’azione inibitoria trova fondamento nell’art. 844 c.c. e può essere inquadrata, secondo la giurisprudenza (9), nel più ampio genus dell’azione negatoria di cui all’art. 949 c.c. Tuttavia, si ricorda l’orientamento giurisprudenziale che, in caso immissioni illecite, riconosce la possibilità anche della tutela in via possessoria, in particolare la possibilità di esperire l’azione di manutenzione di cui all’art. 1170 c.c. (10).

L’azione risarcitoria, invece, trova fondamento nell’art. 2043 c.c., se si chiede il risarcimento di un danno patrimoniale; nell’art. 2059 c.c., se si chiede il risarcimento di un danno non patrimoniale (11). Tuttavia, si tenga presente che,in caso di immissioni intollerabili che cagionino un danno alla salute, parte della giurisprudenza ha ritenuto esperibile anche l’art. 844 c.c., ritenendone necessaria una rilettura alla luce dei valori costituzionali: come strumento di tutela, cioè, non solo del diritto di proprietà ma anche di diritti strettamente personali dei proprietari, come il diritto alla salute. In riferimento,in particolare, al secondo comma del cit. art. 844 c.c., si è dunque ritenuto che il limite della salute sia ormai intrinseco nell’attività di produzione. Ciò significa che, secondo questa interpretazione, il giudice può inibire una determinata

attività produttiva non solo quando, sulla base del contemperamento tra questa e le ragioni della proprietà, risultino prevalenti queste ultime, ma anche quando una determinata attività produttiva sia nociva alla salute dei vicini.

Danni risarcibili

Il danno di natura patrimoniale derivante da immissioni illecite può, ad esempio, consistere nel diminuito valore del fondo danneggiato. Nella valutazione del danno, il giudice dovrà tenere conto sia della perdita subita (danno emergente), sia del mancato guadagno (lucro cessante) (12). Se poi il danno non può essere provato nelsuo preciso ammontare, sarà liquidato dal giudice con valutazione equitativa(art. 1226 c.c.). Tuttavia, limite all’entità del danno risarcibile è rappresentato dalla compensatio lucri cum damno, istituto relativo alle ipotesiin cui il fatto produttivo di danno, nella specie l’immissione, sia al contempo produttivo di un vantaggio (incremento patrimoniale) nella sfera giuridicadel danneggiato. La giurisprudenza, però, ha chiarito che tale istituto opera solo nell’ipotesi in cui l’incremento patrimoniale sia conseguenza immediata e diretta del comportamento illecito, non quindi quando derivi da circostanze oggettive estranee allo stesso (13).

Il danno di natura non patrimoniale può, ad esempio, consistere in un dannoalla salute (danno biologico) o anche in un danno derivante dalla lesione del dirittoal normale svolgimento della vita familiare (cd.danno esistenziale) (14).

Cass. civ., Sez. Un.,2611/2017

Infatti, la Cassazione, a Sezioni Unite, con sent.2611/2017 (confermata da Cass. 1-10-2018, n.23754), ha ritenuto che l’assenza di un danno biologico non osta al riconoscimento di un danno non patrimoniale,quando siano stati comunque lesi il diritto al normale svolgimento della vita familiare all’interno della propria abitazione e il diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita quotidiana, quali diritti costituzionalmente garantiti, nonché tutelati dall’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (15).

Imprescrittibilità dell’azione ex art. 844 c.c.

L’azione inibitoria (attesa la sua natura reale) è imprescrittibile,mentre l’azione per il risarcimento

dei danni, pur essendo prescrittibile, secondo la giurisprudenza (16), può sempre essere proposta, se le immissioni — che costituiscono il fatto generatore del danno — perdurano al momento della proposizione della domanda, rinnovandosi di momento in momento.

Chi può agire con l’azione inibitoria?

Ma chi può agire con l’azione inibitoria? La legittimazione attiva inerente alla tutela inibitoria spetta:

  • al proprietario del fondo danneggiato;
  • al titolare di un diritto reale di godimento (es. titolare di un diritto di usufrutto);
  • al conduttore (17). Tuttavia, la legittimazione attiva del conduttore è esclusa nel caso in cui gli accorgimenti tecnici, occorrenti per ricondurre le immissioni nei limiti della normale tollerabilità, comportino la necessità di modifiche strutturali dell’immobile (18) che il conduttore,in quanto non proprietario, non può chiedere.

Che succede se il fondo è venduto nel corso del giudizio diretto ad ottenere il risarcimento dei danni?

Il proprietario del fondo danneggiato, come detto, può poi agire per chiedere il risarcimento del danno subito. Ma che succede se il fondo è venduto nel corso del giudizio? In questa ipotesi, secondo la giurisprudenza, l’originario proprietario non perde la legittimazione attiva a proseguire tale giudizio, almeno limitatamente ai danni prodotti all’immobile prima del suo trasferimento, sempre che non risulti che sia stato ceduto all’acquirente anche il diritto di credito al ristoro dei danni (19).

Contro chi può essere proposta l’azione inibitoria?

Per quanto riguarda la legittimazione passiva, l’azione inibitoria può essere proposta:

  • contro il proprietario del fondo dal quale derivano le immissioni;
  • contro l’autore materiale dell’immissione, che non sia proprietario dell’immobile da cui la stessa derivi, come ad esempio il conduttore,quando però sia stata chiesta dall’attore soltanto la cessazione delle immissioni (20) oppure quando solo l’autore materiale debba fare o non fare qualcosa che, in caso di rifiuto, sia suscettibile di esecuzione forzata (21). La legittimazione passiva del conduttore è esclusa quando siano richieste modifiche strutturali dell’immobile necessarie per far cessare le immissioni (22).

Le immissioni nel condominio: è applicabile l’art. 844 c.c.?

Qualora un condomino, nel godimento della propria unità immobiliare o delle parti comuni, dia luogo ad immissioni moleste o dannose nella proprietà di altri condomini, la giurisprudenza ha ritenuto applicabile l’art. 844 c.c. Tuttavia, si è precisato che, nell’applicazione della norma,per desumere, in particolare, il criterio di valutazione della normale tollerabilità delle immissioni, deve aversi riguardo alla peculiarità dei rapporti condominiali e alla destinazione assegnata all’edificio (anche da parte dei proprietari).

La casistica giurisprudenziale in materia è molto ampia: in questo paragrafo proviamo a schematizzare le ipotesi che si verificano più di frequente.

Immissioni provenienti da attività domestica

La convivenza quotidiana nell’ambito degli edifici condominiali è spesso teatro di conflitti e discussioni. Si pensi alle immissioni provenienti, ad esempio, dallo sbattimento di tappeti o dallo scuotimento di tovaglie etc.; dalla caduta costante di fogliame dalle piante ubicate al piano superiore; dallo sciorinamento della biancheria (es. lenzuola; coperte) nel balcone del piano superiore.

Come si risolvono tali questioni? Si tratta sempre di immissioni illecite? Vediamo come risponde la giurisprudenza.

Sbattimento di tappeti e scuotimento di tovaglie

Per quanto riguarda le immissioni derivanti dallo sbattimento dei tappeti e dallo scuotimento di tovaglie, la giurisprudenza ha ritenuto che, pur derivando da tali attività delle molestie, tuttavia, si tratta di molestie di modesta entità qualora le suddette attività siano svolte nell’arco di poche ore al giorno.

In questo caso, cioè, tali attività possono essere ricomprese nell’ambito della normale attività domestica, rientrante nell’uso comune e legittimo della propria abitazione e devono quindi essere tollerate dal vicino in quanto non rientranti nell’ambito di operatività dell’art. 844 c.c. (23).

note

(1) Secondo parte della dottrina, in caso immissioni immateriali, derivanti cioè dall’esercizio, nel fondo vicino,di attività che, ad esempio, arrechino offesa al decoro o alla morale, non si applicherà la disciplina di

cui all’art. 844 c.c., ma vi sarà soltanto l’obbligo del risarcimento dei danni ai vicini.

(2) In pratica, un’immissione può essere indiretta perché trasportata da elementi naturali, come il vento. Si

pensi alle esalazioni provenienti da un ristorante vicino ad un condominio.

(3) Non deve, quindi, trattarsi di attività svolta in modo accidentale.

(4) La legge richiede la vicinanza dei fondi, che non significa, però, contiguità. Si tenga presente, inoltre,

che la legge, richiedendo la provenienza da un fondo, esclude le immissioni determinate da circostanze

ambientali.

(5) Cass. civ. 6534/1985.

(6) Cass. civ., Sez. Un., 4156/1957.

(7) «In tema di immissioni (nella specie di rumori ed esalazioni provocati dallo svolgimento di attività diofficina), i mezzi di prova esperibili per accertare il livello di normale tollerabilità ex art. 844 c.c. costituisconotipicamente accertamenti di natura tecnica che, di regola, vengono compiuti mediante appositaconsulenza d’ufficio con funzione percipiente, in quanto soltanto un esperto è in grado di accertare, permezzo delle conoscenze e degli strumenti di cui dispone, l’intensità dei suoni o delle emissioni di vapori ogas, nonché il loro grado di sopportabilità per le persone, potendosi in tale materia ricorrere alla prova testimonialesoltanto quando essa verta su fatti caduti sotto la diretta percezione sensoriale dei deponenti enon si riveli espressione di giudizi valutativi» (Cass. civ. 1606/2017).

(8) Cass. civ. 6534/1985; Cass. civ. 10588/1995.

(9) Cass. civ. 780/1987.

(10) Secondo quanto dispone l’art. 890 c.c. (cfr. capitoli successivi): «Chi presso il confine, anche se su

questo si trova un muro divisorio, vuole fabbricare forni, camini, magazzini di sale, stalle e simili, o vuol

collocare materie umide o esplodenti o in altro modo nocive, ovvero impiantare macchinari, per i quali può

sorgere pericolo di danni, deve osservare le distanze stabilite dai regolamenti e, in mancanza, quelle necessarie

a preservare i fondi vicini da ogni danno alla solidità, salubrità e sicurezza».

(11) Cass. civ. 7143/1997.

(12) DE MARTINO.

(13) Cfr., ex multis, Cass. civ. 1226/1993.

(14) Cass. civ. 1334/1999; Cass. civ. 5697/2001.

(15) Ex multis, cfr. Cass. civ. 1226/1993.

(1) Trib. Firenze 6-3-2017.

(2) La Cassazione, nella sentenza 18422/2013, ha osservato che, in tema di azione diretta alla cessazionedelle immissioni, qualora, nel corso del processo, vi siano fatti sopravvenuti, come l’adozione di accorgimentitecnici idonei a ridurre le immissioni, incidendo sul livello di tollerabilità delle immissioni stesse e,

quindi, su una condizione dell’azione, essi devono essere presi in considerazione dal giudice al momentodella decisione. Dunque, qualora la consulenza tecnica non ne abbia tenuto conto, il giudice, a fronte dispecifiche e circostanziate critiche mosse dalla stessa, deve disporre una nuova consulenza, anche al finedi valutare l’idoneità dell’adozione di misure meno afflittive di quelle già disposte.

(3) Cass. civ. 1796/1976.

(4) Cass. civ. 184/1986.

(5) Cass. civ. 7545/2000.

(6) Cass. civ. 1593/1980.

(7) La tutela prevista dall’art. 844 c.c. riguardaanche i fondi rustici, in quanto possono comunque essere

adibiti ad uso abitativo di chi coltiva il fondo (Cass. civ. 16074/2016).

(8) Ex multis, Cass. civ. 1796/1976; Cass. civ. 3921/1989; Cass. civ. 16407/2017.

(9) Ex multis, Cass. civ. 740/1977; Cass. civ., Sez. Un., 10186/1998.

(10) Cass. civ. 8829/1997. Nella specie, è stata riconosciuta la tutela possessoria manutentiva nei confronti

delle immissioni di fumi, vapori e odori provenienti da un ristorante.

In caso di immissioni future, si ritiene esperibile anche l’azione ex art. 1171 c.c. (Denunzia di nuova opera).

(11) Cass. civ. 23283/2014.

(12) Il lucro cessante è valutato dal giudice con equo apprezzamento delle circostanze del caso (art. 2056,co. 2, c.c.).

(13) Cass. civ. 13334/1999. Nella sentenza si è sostenuto che l’eventuale maggiore valore, acquisito da unimmobile interessato da immissioni industriali, per essersi venuto a trovare in una zona di sviluppo industriale,non è da prendersi in considerazione ai fini di una sua detrazione dall’entità economica del dannoprodotto dalle suddette immissioni.

(14) Si tenga presente che, secondo gran parte della giurisprudenza (a partire dalla sent. 26972/2008 delleSezioni Unite della Cassazione), non è ammissibile un’autonoma categoria di «danno esistenziale», nella misurain cui il danno non patrimoniale costituisce una categoria generale unitaria, all’interno della quale è possibileritagliare ulteriori sottocategorie (danno morale, danno biologico, danno esistenziale) soltanto a fini descrittivi,cioè soltanto al fine di indicare il tipo di pregiudizio preso in considerazione dal giudice in sede di liquidazione,per evitare di risarcire due volte il medesimo pregiudizio (solo perché formalmente denominato in modo diverso).

In altri termini, alla luce dell’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c. (inaugurata

dalle sentenze n. 8827 e n. 8828 del 2003 della Cassazione e confermata dalla giurisprudenza successiva),rientrano, nell’ambito dell’art. 2059 c.c. in esame, tutti i danni non patrimoniali derivanti da una grave lesionedi interessi aventi rango costituzionale, che abbiano cagionato un danno non futile (un danno che nonconsista, cioè, in un «mero disagio» o in «mero fastidio», o nella lesione di diritti del tutto immaginari come,ad esempio, il diritto alla «qualità della vita» o alla «felicità»).

(15) In particolare, la Cassazione ha confermato la decisione di merito, che aveva riconosciuto sussistenteuna turbativa della vita domestica degli originari attori, conseguente alle immissioni sonore e luminoseprovenienti da un palco che era stato montato, per i festeggiamenti del Santo Patrono, ad un metro di distanzadalla loro abitazione e, successivamente, non era stato rimosso.

(16) Cass. civ. 1404/1979.

(17) Cass. civ. 1653/1994. Cfr. anche art. 1585, co. 2, c.c., secondo il quale il conduttore ha facoltà di

agire in nome proprio contro molestie di terzi che non pretendano di avere diritti sulla cosa.

(18) Cass. civ. 1233/1992; Cass. civ. 13069/1995.

(19) Cass. civ. 13334/1999.

(20) Cass. civ. 740/1977.

(21) Cass. civ. 4086/1997; Cass. civ. 15392/2000; Cass. civ. 8999/2005.

(22) Cass. civ. 13069/1995; Cass. civ. 2598/1996; Cass. civ. 8999/2005.

(23) Trib. di Napoli 31-5-2005.

Autore immagine: immissioni di Iakov Filimonov


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