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Divorzio: condizioni relative ai figli

21 Aprile 2019 | Autore:
Divorzio: condizioni relative ai figli

Gli effetti del divorzio nei confronti dei figli sono sovrapponibili a quelli previsti in tema di separazione. 

In questa sede appare opportuno ricordare che sussiste il diritto del figlio maggiorenne di ricevere un contributo al mantenimento anche da parte del genitore con il quale egli non convive, o meglio, il diritto del genitore convivente di ricevere un assegno a tale titolo, qualora nonostante il raggiungimento della maggiore età la prole non abbia ancora raggiunto l’autonomia economica. La giurisprudenza è univoca nel ritenere che l’obbligo dei genitori di concorrere tra loro al mantenimento dei figli secondo le regole dell’art. 316bis c.c. non cessa ipso facto con il raggiungimento della maggiore età da parte di questi ultimi, ma perdura finché il genitore interessato alla declaratoria della cessazione dell’obbligo stesso non dia la prova che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica, ovvero è stato posto nelle concrete condizioni per poter essere economicamente autosufficiente, senza trarne utilmente profitto. E in particolare cessa all’atto del conseguimento, da parte del figlio, di uno status di autosufficienza economica consistente nella percezione di un reddito corrispondente alla professionalità acquisita in relazione alle normali e concrete condizioni di mercato poiché il fondamento del diritto del coniuge convivente a percepire l’assegno de quo risiede, oltre che nell’elemento oggettivo della convivenza (che lascia presumere il perdurare dell’onere del mantenimento), nel dovere di assicurare un’istruzione ed una formazione professionale rapportate alle capacità del figlio oltre che alle condizioni economiche e sociali dei genitori onde consentirgli una propria autonomia economica, dovere che cessa, pertanto, con l’inizio dell’attività lavorativa.

Spese straordinarie per i figli minori

Poiché l’art. 337quater, comma 3, c.c. (introdotto dal decreto attuativo della L. 219/2012, che ha sostituito l’art. 6, comma 4, L. 898/1970 consente al coniuge non affidatario di intervenire nell’interesse dei figli solo con riguardo alle «decisioni di maggiore interesse», non è configurabile, a carico del coniuge affidatario, un obbligo di concertazione preventiva con l’altro in ordine alla determinazione delle spese straordinarie (ad es., spese sostenute per il trattamento ortodontico del figlio), nei limiti in cui esse non implichino decisioni di maggior interesse per i figli; tuttavia tale principio non è inderogabile, essendo possibile che il giudice stabilisca, oltre che la misura, anche i modi (tra i quali la previa concertazione) in modo difforme da quanto previsto, in linea di principio, dalla legge (1).

L’assegno divorzile

L’art. 5, comma 6, L. 898/1970 prevede che, con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale dispone l’obbligo, per un coniuge, di somministrare periodicamente un assegno a favore dell’altro, quando quest’ultimo non abbia mezzi adeguati o comunque non possa procurarseli per ragioni oggettive, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio.

Verifica in astratto e determinazione in concreto dell’assegno

Secondo la tesi tradizionale, l’accertamento del diritto all’assegno divorzile si articola in due fasi:

  1. a) nella prima il giudice verifica l’esistenza del diritto in astratto (an debeatur), in relazione all’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente o all’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive;
  2. b) nella seconda si procede alla determinazione in concreto dell’ammontare dell’assegno (quantum debeatur), tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione e del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ognuno e di quello comune, nonché del reddito di entrambi, valutandosi tali elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio.

La norma non offre indicazioni applicative univoche in ordine all’esatta individuazione dei mezzi adeguati, non essendo espressamente precisato quale sia il parametro di riferimento cui ancorare il giudizio di adeguatezza.

La giurisprudenza è stata a lungo consolidata sui principi affermati dalle Sezioni Unite nel 1990 (2), secondo cui l’inadeguatezza dei mezzi deve riconoscersi quando il richiedente non abbia mezzi adeguati per conseguire un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di rapporto coniugale.

In particolare, l’astrattezza del criterio del tenore di vita, anche solo potenzialmente, tenuto durante la relazione matrimoniale è stata temperata tanto in funzione della durata del rapporto (3), per cui la estrema limitatezza temporale della relazione coniugale può determinare l’azzeramento del diritto all’assegno, quanto in funzione della creazione di un nuovo nucleo relazionale, caratterizzato dalla convivenza e dalla condivisione della vita quotidiana (cd. famiglia di fatto), essendo tale circostanza ritenuta (4) fattore definitivamente impeditivo del riconoscimento del diritto dell’assegno.

Il principio di autoresponsabilità secondo la Cassazione del 2017

La svolta in materia è intervenuta con la nota sentenza della Cass. 11504/2017 la quale, dopo trent’anni di consolidato orientamento, ha rettificato i presupposti dell’assegno divorzile, ritenendo non più attuale il richiamo al tenore di vita dei coniugi, poiché il parametro del «tenore di vita» — applicato nella fase dell’an debeatur — collide radicalmente con la natura stessa dell’istituto del divorzio e con i suoi effetti giuridici: infatti, con la sentenza di divorzio il rapporto matrimoniale si estingue sul piano non solo personale ma anche economico-patrimoniale — a differenza di quanto accade con la separazione personale —, sicché ogni riferimento a tale rapporto finisce illegittimamente con il ripristinarlo, sia pure limitatamente alla dimensione economica, in un’indebita prospettiva di «ultrattività» del vincolo matrimoniale.

Il diritto all’assegno di divorzio è eventualmente riconosciuto all’ex coniuge richiedente, nella fase dell’an debeatur, esclusivamente come «persona singola» e non già come (ancora) «parte» di un rapporto matrimoniale ormai estinto anche sul piano economico-patrimoniale, avendo il legislatore informato la disciplina dell’assegno di divorzio, sia pure per implicito, ma in modo inequivoco, al principio di auto responsabilità economica degli ex coniugi, ossia all’esigenza che ciascuno pensi a sé e accetti le conseguenze anche economiche del divorzio, salva la mancanza di mezzi adeguati o l’effettiva impossibilità di procurarseli.

Pertanto, il giudice del divorzio, richiesto dell’assegno, nel rispetto della distinzione del relativo giudizio in due fasi e dell’ordine progressivo tra le stesse stabilito da tale norma:

  • deve verificare, nella fase dell’an debeatur – informata al principio dell’autoresponsabilità economica di ciascuno degli ex coniugi quali persone singole ed il cui oggetto è costituito esclusivamente dall’accertamento del diritto all’assegno di divorzio:
    • se la domanda soddisfa le relative condizioni di legge (mancanza di mezzi adeguati o impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive), con esclusivo riferimento all’indipendenza o autosufficienza economica dello stesso, desunta dal possesso di redditi di qualsiasi specie, beni mobiliari e immobiliari, dalle capacità di lavoro personale (in relazione alla salute, all’età, al sesso e al mercato del lavoro), dalla stabile disponibilità di una casa di abitazione; ciò sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte dal richiedente medesimo, sul quale incombe il corrispondente onere probatorio, fermo il diritto all’eccezione ed alla prova contraria dell’altro ex coniuge;
  • deve tener conto, nella fase del quantum debeatur – informata al principio della solidarietà economica dell’ex coniuge obbligato alla prestazione dell’assegno nei confronti dell’altro in quanto persona economicamente più debole (artt. 2 e 23 Cost.)
    • di tutti gli elementi indicati dalla norma (condizioni dei coniugi, ragioni della decisione, contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, reddito di entrambi) e valutare tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, al fine di determinare in concreto la misura dell’assegno di divorzio; ciò sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte, secondo i normali canoni che disciplinano la distribuzione dell’onere della prova (art. 2697 c.c.).

La funzione compensativa introdotta dalle Sezioni Unite del 2018

A seguito di una recente sentenza delle Sezioni Unite (5), il diritto all’assegno di divorzio non dipende più soltanto dalla mancanza di autosufficienza economica in chi lo richiede o, come voleva una costante giurisprudenza, dall’esigenza di consentire al coniuge privo di mezzi adeguati il ripristino del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio: il diritto sorge anche quando si tratti di porre rimedio allo squilibrio esistente nella situazione economico-patrimoniale delle parti le cui cause risalgano al vissuto della coppia coniugale, dando in tal modo il giusto rilievo alle scelte e ai ruoli che hanno caratterizzato la vita familiare.

In sintesi, l’assegno diventa lo strumento che, adempiendo una funzione compensativa, consente al coniuge più debole di ricevere quanto ha dato durante il matrimonio.

Viene così offerta dalle Sezioni Unite una nuova lettura dell’art. 5, comma 6, legge div., che indica come applicare i criteri previsti dal legislatore per il riconoscimento dell’assegno divorzile in un’ottica che si discosta sia da quanto deciso dalla Cassazione nel 2017 sia dall’orientamento tradizionale.

L’assegno non viene più considerato un mezzo per consentire al coniuge il ripristino del tenore di vita goduto nel matrimonio e neppure uno strumento meramente assistenziale per assicurare al coniuge privo di mezzi un’esistenza libera e dignitosa, ma, pur senza perdere la propria funzione assistenziale, trova ora nella sentenza delle Sezioni Unite una dimensione che ne esalta la funzione compensativa volta a individuare nel diritto all’assegno e nella sua determinazione quantitativa il mezzo per dare al coniuge un concreto riconoscimento del suo contributo alla realizzazione della vita familiare.

La sentenza insiste molto su questo punto con argomenti che trovano la propria forza nei raccordi con il modello costituzionale del matrimonio fondato sui principi di eguaglianza e di pari dignità fra i coniugi. Si tratta di principi a cui il legislatore si è ispirato non soltanto per disciplinare, con quanto dispone l’art. 143 c.c., i rapporti fra i coniugi durante il matrimonio ma anche, come si legge nella motivazione, per definire gli effetti patrimoniali conseguenti allo scioglimento del matrimonio in attuazione del principio di solidarietà che trova il proprio fondamento nell’esigenza di salvaguardare la pari dignità fra i coniugi, un valore che rimane attuale anche con la dissoluzione del loro matrimonio.

Le Sezioni Unite prendono, su questo punto, una netta distanza da quanto recentemente deciso da Cass. 11504/2017, che ha subordinato il diritto all’assegno all’accertata carenza di autosufficienza economica nel richiedente. In questo modo, non soltanto il diritto all’assegno viene ancorato a un criterio non contemplato dal legislatore o, quantomeno, a un’interpretazione molto discutibile del riferimento normativo alla mancanza di «mezzi adeguati», ma viene anche ignorato il vissuto dell’esperienza coniugale.

Osserva la Corte che proprio questo profilo trova nella norma citata un’articolata considerazione là dove impone al giudice di tenere conto, oltre che delle condizioni dei coniugi e delle ragioni della decisione, anche del «contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno e di quello comune», una valutazione che dà all’assegno una marcata funzione compensativa. In questo modo, l’attribuzione dell’assegno non dipende più necessariamente dall’accertamento di uno stato di bisogno ma — come si legge in motivazione — «assicura tutela in chiave perequativa alle situazioni caratterizzate da un dislivello reddituale conseguente alle comuni determinazioni assunte dalle parti nella conduzione della vita familiare».

È un’interpretazione che valorizza la lettera di quanto dispone l’art. 5, legge div. e segna il superamento dell’orientamento — pressoché unanime — che distingueva il momento attributivo e quello determinativo del quantum. Il criterio attributivo e quello determinativo non sono più in netta separazione ma si coniugano nel cd. criterio assistenziale-compensativo: se si assume come punto di partenza il profilo assistenziale, valorizzando l’elemento testuale dell’adeguatezza dei mezzi e della capacità (incapacità) di procurarseli, questo criterio deve essere calato nel «contesto sociale» del richiedente, un contesto composito formato da condizioni strettamente individuali e da situazioni che sono conseguenza della relazione coniugale, specie se di lunga durata e specie se caratterizzata da uno squilibrio nella realizzazione personale e professionale fuori nel nucleo familiare.

Lo scioglimento del vincolo incide sullo status ma non cancella tutti gli effetti e le conseguenze delle scelte e delle modalità di realizzazione della vita familiare. Il profilo assistenziale deve, pertanto, essere contestualizzato con riferimento alla situazione effettiva nella quale s’inserisce la vita post matrimoniale, in particolare in chiave compensativa.

Alla luce delle considerazioni svolte, il riconoscimento dell’assegno di divorzio, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale e compensativa, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi o dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive attraverso l’applicazione dei criteri previsti dalla seconda parte della norma, i quali costituiscono il parametro di cui si deve tenere conto per la relativa attribuzione e determinazione, e in particolare alla luce del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e all’età dell’avente diritto.

Pertanto, la funzione equilibratrice dell’assegno non è finalizzata alla ricostituzione del tenore di vita coniugale ma soltanto al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall’ex coniuge economicamente più debole alla realizzazione della situazione comparativa attuale.

Le Sezioni Unite, peraltro, precisano che il giudice dovrà procedere a un accertamento probatorio rigoroso delle ragioni che hanno determinato la sperequazione che si intende eliminare con l’attribuzione dell’assegno post matrimoniale (6).

I beni ereditati dopo la cessazione della convivenza incidono sull’assegno di divorzio

Nei paragrafi precedenti abbiamo evidenziato che l’accertamento del diritto all’assegno di divorzio va effettuato verificando l’inadeguatezza dei mezzi (o l’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive), raffrontati a un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente e ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio, fissate al momento del divorzio.

Nell’individuazione di tali aspettative deve tenersi conto unicamente delle prospettive di miglioramenti economici maturate nel corso del matrimonio che trovino radice nell’attività all’epoca svolta, nel tipo di qualificazione professionale o nella collocazione sociale del coniuge onerato, ossia soltanto di quegli incrementi delle condizioni patrimoniali dell’ex coniuge che rappresentino un ragionevole sviluppo di situazioni e aspettative presenti al momento del divorzio.

Specificando ulteriormente questo aspetto, si può aggiungere che le aspettative ereditarie sono, fino al momento dell’apertura della successione, prive di incidenza sul tenore di vita matrimoniale e giuridicamente inidonee a fondare affidamenti economici, per cui, mentre le successioni ereditarie che si verifichino durante la convivenza coniugale incidono sul tenore di vita matrimoniale e concorrono, quindi, a determinare la quantificazione dell’assegno dovuto dal coniuge onerato, quelle che si verificano dopo non sono idonee a essere valutate secondo i principi sopra indicati (7).

note

(1) Cass. 27-4-2011, n. 9376.

(2) Cass. S.U. 29-11-1990, n. 11490.

(3) Cass. 22-3-2005, n. 7295.

(4) Cass. 5-2-2016, n. 2466.

(5) Cass. S.U. 11-7-2018, n. 18287

(6) TOMMASEO, Le Sezioni Unite danno una nuova lettura dell’art. 5, comma 6, della legge sul divorzio, in Il Quotidiano Giuridico – http://www.quotidianogiuridico.it/, 12-7-2018.

(7) Cass. 30-5-2007, n. 12687.

Autore immagine: divorzio figlio di Pixel-Shot


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