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La mediazione familiare

21 Aprile 2019 | Autore:
La mediazione familiare

Chi è il mediatore familiare? Quali sono le sue funzioni? Quali sono i titoli abilitanti per l’esercizio di questa professione? I centri di mediazione familiare rientrano della categoria dei servizi sociali.

L’art. 342 ter c.c. in materia di ordini di protezione prevede la possibilità, per il giudice, di disporre, se necessario, l’intervento dei servizi sociali o di un centro di mediazione familiare. Inoltre, l’art. 337octies, comma 2, c.c., stabilisce che «qualora ne ravvisi l’opportunità, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso, può rinviare l’adozione dei provvedimenti di cui all’articolo 337ter per consentire che i coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo, con particolare riferimento alla tutela dell’interesse morale e materiale dei figli».

Assenza di una normativa ad hoc

Nonostante questi riferimenti alla figura del «mediatore familiare», non esiste ancora una normativa ad hoc che disciplini i compiti e le funzioni di tale figura professionale, sebbene l’argomento formi oggetto di varie proposte di legge.

I referenti normativi di questa figura sono stati individuati, in mancanza di una normativa specifica, nella legge sui consultori familiari (L. 405/1975), che si occupano, tra l’altro, di prestare «assistenza psicologica e sociale ai problemi della coppia e della famiglia» (art. 1).

In giurisprudenza si è affermato che i centri di mediazione familiare appartengono all’ampia categoria dei servizi sociali, che assistono il giudice in qualità di esperti nella negoziazione della crisi coniugale e che, pertanto, sono idonei al compimento, ex art. 68 c.p.c. di atti (ricomposizione del conflitto) che egli non è nelle condizioni oggettive di compiere (1).

Mediazione familiare: cosa dice la legge regionale 26/2008?

Con la L. reg. 26/2008, la Regione Lazio aveva regolamentato la mediazione familiare, individuata — secondo la definizione che ne dava l’art. 1 — come il «percorso che sostiene e facilita la riorganizzazione della relazione genitoriale nell’ambito di un procedimento di separazione della famiglia e della coppia alla quale può conseguire una modifica delle relazioni personali tra le parti», e si proponeva come obiettivi (art. 2) la tutela della «famiglia e della coppia con prole come principale nucleo di socializzazione», il sostegno alla genitorialità, il mantenimento, in caso di separazione, dell’affidamento dei figli «a entrambi i genitori, mediante l’assunzione di accordi liberamente sottoscritti dalle parti che tengano conto della necessità di tutelare l’interesse morale e materiale dei figli».

In questo quadro, la Regione:

  • aveva individuato nel mediatore familiare colui che, «sollecitato dalle parti o su invito del giudice o dei servizi sociali comunali o dei consultori o del garante dell’infanzia e dell’adolescenza, si adopera, nella garanzia della riservatezza e in autonomia dall’ambito giudiziario, affinché i genitori elaborino personalmente un programma di separazione soddisfacente per loro e per i figli, nel quale siano specificati i termini della cura, dell’educazione e della responsabilità verso i figli minori»;
  • aveva istituito, presso ogni azienda sanitaria locale, «la figura del coordinatore per la mediazione familiare avente la qualifica di mediatore familiare», con il compito di «acquisire dati relativi alla condizione familiare attraverso indagini, studi e ricerche presso gli enti locali, i tribunali, i servizi sociali, le associazioni di volontariato, le forze dell’ordine, le scuole e i consultori», di coadiuvare la regione «nella progettazione di politiche efficaci di tutela della vita della famiglia e della coppia e di sostegno alla genitorialità responsabile», di «costituire un punto di riferimento prioritario per i tribunali», di avviare un dialogo con tutti coloro, compresi i magistrati, che «si occupano di situazioni di separazione «disfunzionali» che vedano il coinvolgimento di figli minori»;
  • aveva stabilito le finalità del coordinatore per la mediazione familiare («rispondere alle esigenze di ascolto e di aiuto che provengono dalle famiglie e dalle coppie»; offrire un punto di riferimento «per la risoluzione dei conflitti relazionali, con particolare riferimento alle fasi della separazione, del divorzio e della cessazione della convivenza»; «raccordarsi con le istituzioni presenti sul territorio»; «garantire un supporto alla progettazione di interventi e servizi sul territorio»; «identificare le aree a rischio»; «attuare azioni positive per la promozione della pariteticità»);
  • aveva istituito, «presso l’assessorato regionale competente in materia di politiche sociali, l’elenco regionale dei mediatori professionali», stabilendo che a esso «possono iscriversi coloro che sono in possesso di laurea specialistica in discipline pedagogiche psicologiche, sociali o giuridiche nonché di idoneo titolo universitario, quale master, specializzazione o perfezionamento, di durata biennale, di mediatore familiare oppure di specializzazione professionale conseguita a seguito della partecipazione ad un corso, riconosciuto dalla regione Lazio, della durata minima di cinquecento ore»; «coloro che, in possesso della laurea specialistica in discipline pedagogiche psicologiche, sociali o giuridiche alla data di entrata in vigore della … legge, abbiano svolto per almeno due anni, nel quinquennio antecedente l’entrata in vigore della legge, attività di mediazione familiare da comprovare sulla base di idonea documentazione».

L’impianto complessivo, lo scopo e il contenuto precipuo delle disposizioni impugnate rendevano palese che l’oggetto di esse rientrava nella materia concorrente delle «professioni» (art. 117, comma 3, Cost.).

Nell’esame delle disposizioni legislative regionali aventi ad oggetto la regolamentazione di attività di tipo professionale, la Corte costituzionale ha ripetutamente affermato che «la potestà legislativa regionale nella materia concorrente delle professioni deve rispettare il principio secondo cui l’individuazione delle figure professionali, con i relativi profili e titoli abilitanti, è riservata, per il suo carattere necessariamente unitario, allo Stato, rientrando nella competenza delle regioni la disciplina di quegli aspetti che presentano uno specifico collegamento con la realtà regionale. Tale principio, al di là della particolare attuazione ad opera di singoli precetti normativi, si configura infatti quale limite di ordine generale, invalicabile dalla legge regionale» (2).

Ha, altresì, precisato che l’«istituzione di un registro professionale e la previsione delle condizioni per l’iscrizione in esso hanno già, di per sé, una funzione individuatrice della professione, preclusa alla competenza regionale» (3).

Mediazione familiare: come raggiungere un accordo

Ora, la legislazione statale, con l’art. 337 octies c.c., accenna soltanto all’attività di mediazione familiare, senza prevedere alcuna specifica professione, stabilendo che «qualora ne ravvisi l’opportunità, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso, può rinviare l’adozione dei provvedimenti di cui all’art. 337 ter per consentire che i coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo, con particolare riferimento alla tutela dell’interesse morale e materiale dei figli», ma, a tutt’oggi, non ha introdotto la figura professionale del mediatore familiare, né ha stabilito i requisiti per l’esercizio dell’attività.

Le disposizioni della legge regionale del Lazio davano una definizione della mediazione familiare, disciplinando le caratteristiche del mediatore familiare e stabilivano gli specifici requisiti per l’esercizio dell’attività, con la previsione di un apposito elenco e delle condizioni per la iscrizione in esso. Ma, così facendo, invadevano una competenza sicuramente statale.

Infatti, attraverso la predetta disciplina, erano stati individuati i titoli abilitanti per lo svolgimento, in ambito regionale, della professione di mediatore familiare, in tal modo travalicando gli ambiti di competenza legislativa regionale in materia di professioni.

Non rileva la circostanza che il mediatore familiare, individuato dalla legge regionale, non fosse un professionista autonomo, ma una figura professionale legata alla Regione, alla quale sarebbero stati affidati compiti e funzioni di rilievo pubblicistico.

Per un verso, infatti, la competenza dello Stato a individuare i profili professionali e i requisiti necessari per il relativo esercizio spetta anche quando l’attività professionale è destinata a svolgersi in forma di lavoro dipendente (art. 1, comma 3, e 2, comma 3, D.Lgs. 30/2006); per l’altro, «l’individuazione di una specifica area caratterizzante la «professione» è ininfluente ai fini della regolamentazione delle competenze derivante dall’applicazione nella materia in esame del 3° comma dell’art. 117 Cost.» (4).

Per questi motivi, la Corte costituzionale (5) ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della L. reg. Lazio 26/2008, la quale prevedeva le nuove figure professionali di mediatore familiare e di coordinatore per la mediazione familiare, istituendone gli elenchi e individuando le condizioni necessarie per l’iscrizione negli stessi.


note

(1) Trib. Bari 21-11-2000, in Fam. dir., 2001, 1, 72.

(2) Corte cost. 11-12-2009, n. 328; 8-5-2009, n. 138.

(3) Corte cost. 11-4-2008, n. 93.

(4) Corte cost. 8-2-2006, n. 40.

(5) Corte cost. 15-4-2010, n. 131.

Autore immagine: mediazione familiare di Photographee.eu


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