Diritto e Fisco | Articoli

Divorzio: se l’ex moglie non lavora che fare?

19 Aprile 2019
Divorzio: se l’ex moglie non lavora che fare?

Assegno di mantenimento dopo il divorzio: cosa fare se l’ex moglie è disoccupata ma non cerca un posto di lavoro? 

La ex moglie non vuol lavorare? Dopo la separazione e il divorzio, non vuol cercare un posto per mantenersi da sola, rassicurata dal fatto che tu stai provvedendo al suo mantenimento? Se davvero le cose stanno così e il suo stato di disoccupazione non dipende piuttosto da fattori estranei alla sua volontà – l’età, le condizioni fisiche, la lontananza per molto tempo dal mondo del lavoro, l’assenza di formazione, ecc. – allora l’assegno di mantenimento può essere tolto. A dirlo è ormai più di una sentenza della Cassazione, l’ultima delle quali di qualche giorno fa [1].

Da quando la Suprema Corte ha mandato in soffitta il criterio del “tenore di vita” nel calcolo degli alimenti dovuti all’ex e ha detto che tale contributo serve solo ad aiutare colei che, non per propria colpa, non può mantenersi, ai giudici non basta più accertare la differenza di reddito tra marito e moglie per attribuire a quest’ultima il mantenimento dopo il divorzio: serve anche la “certificazione” che abbia tentato di trovare un posto. Ma come? E come fa l’ex marito a dimostrare che la donna se ne sta in panciolle a casa? Cerchiamo di capirlo qui di seguito. Seguendo le stesse istruzioni fornite dalla Cassazione, proveremo a suggerire, in caso di divorzio, che fare se l’ex moglie non lavora. Ma procediamo con ordine.

Quando la moglie disoccupata ha diritto al mantenimento 

Giovane, abile e con un titolo di studi: chi mai crederebbe che una donna con tali prerogative non riesce a trovare, nell’arco di un’anno, anche un semplice part-time? Sì, è vero: c’è la crisi e le difficoltà occupazionali. Nelle zone del Sud, una persona su tre è disoccupata (e di queste gran parte è donna). Ma evidentemente queste generalizzazioni alla Cassazione non interessano. La Corte vuole prove concrete che lo stato di disoccupazione sia incolpevole. Solo a questa condizione riconosce l’assegno di mantenimento. È anche possibile pensare che una ragazza di appena 30 anni non riesca a trovare lavoro – sostengono i giudici – ma cosa ha fatto davvero per cercarlo? Questo lo deve dimostrare lei se vuole ottenere gli “alimenti” dopo il divorzio.

Ecco il punto: la donna ha diritto ad essere mantenuta solo se il suo stato di disoccupazione è incolpevole. Che significa? Che tale disoccupazione non deve dipendere da lei ma da fattori esterni come:

  • lo stato di salute: sarà quindi l’ex moglie a dover dimostrare di avere una patologia che le impedisce di lavorare;
  • l’età: non ci vuole molto a immaginare che una donna che ha superato i cinquant’anni venga più difficilmente assunta, da una azienda, rispetto alla giovane aitante e più motivata ventenne o trentenne. L’avere una “certa età” è sicuramente una difficoltà a volte invalicabile nella ricerca di un posto;
  • la lontananza dal lavoro per molto tempo: sarà sempre la donna a dover provare, al giudice del divorzio, di aver fatto – d’accordo col marito – la casalinga per molti anni e che tale situazione l’ha tenuta fuori dal mercato del lavoro, impedendole di aggiornarsi, di fare carriera, di specializzarsi, ecc.;
  • la crisi occupazionale: sarà ancora una volta l’ex moglie a dover dimostrare – se davvero vuol ottenere l’assegno di mantenimento – che la sua disoccupazione dipende dal mercato. Il che significa che non le basta genericamente appellarsi alle statistiche dell’Istat che danno sempre in crescita il numero degli inoccupati, ma dovrà produrre le prove di aver cercato un posto. Quali sono queste prove? Non basta l’iscrizione alle liste di collocamento, ma anche l’invio del curriculum alle varie aziende, la richiesta di colloqui di lavoro, la partecipazione a bandi e concorsi nel pubblico e nel privato, ecc.

Cosa fare se la moglie non vuole lavorare?

Come avevamo già detto in Separazione con moglie che non lavora, se nel corso del processo di separazione è più facile per la donna ottenere l’assegno di mantenimento, essendo questo orientato a eliminare le disparità di reddito tra i due ex coniugi e garantire a quello più povero (di solito la donna) lo stesso tenore di vita che aveva col matrimonio, con il divorzio tutto cambia. Qui è la donna che deve dimostrare di non essere in grado di mantenersi da sola e di non avere un reddito sufficiente a garantirle l’autosufficienza. Situazione quest’ultima che, come detto, non basta: è necessario anche integrarla con la prova dell’incolpevole stato di disoccupazione.

Qui l’importante novità: non spetta al marito dimostrare che l’ex moglie, dopo la separazione, se n’è stata sul divano. È piuttosto quest’ultima, se non vuol perdere gli alimenti, a dover provare che si è data pena – e non c’è riuscita – nel cercare un’occupazione. Per come abbiamo detto nel paragrafo precedente, l’onere della prova ai fini dell’attribuzione del mantenimento ricade sulla donna. L’uomo non deve fare nulla se non limitarsi ad eccepire che il mantenimento non è dovuto per causa dell’inerzia nel cercare un’occupazione.

Ecco perché, nella sentenza in commento, i giudici hanno ritenuto di negare l’assegno mensile alla moglie per via della sua «capacità lavorativa e reddituale» (legata alla giovane età e alla formazione professionale), capacità che però lei «non ha messo a frutto». Insufficiente la giustificazione della donna basata sul fatto di «essersi iscritta nelle liste di collocamento senza ricevere risposta» e di «essersi dedicata, all’epoca della separazione, all’accudimento dei figli in tenera età»: tutto ciò non è più sufficiente.

Si può revocare il mantenimento? 

E se anche il giudice, in sede di divorzio, dovesse riconoscere all’ex moglie un assegno divorzile, non finisce qua: se il marito dovesse raccogliere, nel futuro, le prove dell’inerzia della donna nella ricerca del lavoro, potrebbe di nuovo chiedere una modifica delle condizioni economiche e quindi dell’ammontare dell’assegno. In verità, la legge dice che tale modifica è concessa solo quando cambiano le condizioni di reddito di uno dei due coniugi, cosa che potrà essere dimostrata ad esempio con una riduzione in busta paga o con l’aumento di spesa collegata all’insorgere di una nuova famiglia o di un nuovo figlio. Quindi, per l’ex moglie, non è mai detta l’ultima parola.

Guarda il video


note

[1] Cass. ord. n. 10782/19 del 17.04.2019.

Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza 4 febbraio – 17 aprile 2019, n. 10782

Presidente Valitutti – Relatore Lamorgese

Fatti di causa

Il Tribunale di Milano, con sentenza del 19 giugno 2012, poneva a carico di L.C. un contributo di mantenimento per i due figli (nati il 14 aprile 1998 e il 4 luglio 2000) pari a Euro 2.200,00 mensili, oltre a tutte le spese straordinarie, e un assegno divorzile di Euro 1.800,00 mensili a favore di M.R..

Il L. proponeva appello, chiedendo l’eliminazione o, in subordine, la riduzione dell’assegno divorzile e la riduzione del contributo per i figli.

Con sentenza del 21 luglio 2014, la Corte d’appello di Milano, in parziale riforma della sentenza impugnata, riduceva l’assegno divorzile a Euro 1.000,00 e il contributo per i figli a Euro 2000,00.

La M. propone ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi, illustrati da memoria, cui si oppone il L..

Ragioni della decisione

Con il primo motivo la ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione dell’art. 5, comma 6, della legge n. 898 del 1970, succ. mod., imputa alla Corte di merito di avere ridotto l’assegno divorzile (da Euro 1800,00 a Euro 1000,00), in considerazione del fatto che godeva della casa coniugale e che non si era attivata a cercare un’occupazione lavorativa, in tal modo erroneamente applicando un criterio – circa la possibilità per l’ex coniuge richiedente l’assegno di procurarsi mezzi adeguati, in relazione alla propria capacità lavorativa – pertinente ai soli fini dell’an e non del quantum debeatur; di avere valutato solo in astratto la possibilità di procurarsi mezzi adeguati alla conservazione del tenore di vita matrimoniale, omettendo di valutare che non le era possibile reperire un lavoro, pur essendo iscritta nelle liste di collocamento; di non avere considerato che l’assegnazione della casa coniugale era destinata a cessare con il venir meno della convivenza con i figli.

Al predetto motivo è connesso il terzo, con il quale la M. denuncia omesso esame di fatti che si assume decisivi: di essersi iscritta nelle liste di collocamento dal 2005 senza ricevere risposte e dedicata, all’epoca della separazione, all’accudimento di figli in tenera età, ciò dimostrando lo stato di disoccupazione e l’impossibilità oggettiva di procurarsi mezzi adeguati; di avere quantificato l’assegno, in considerazione del suo onere di attivarsi per trovare un’occupazione, circostanza tuttavia già valutata dal Tribunale per la quantificazione dello stesso in misura che la Corte d’appello poi aveva ridotto.

Entrambi i motivi sono infondati.

E’ innanzitutto infondato l’argomento riguardante la commistione tra i criteri attributivi e quantificativi dell’assegno divorzile, che corrisponde, in realtà, all’interpretazione dell’art. 5, comma 6, della legge n. 898 del 1970 seguita dalle Sezioni Unite (n. 18287 del 2018), secondo le quali al predetto assegno deve attribuirsi una funzione assistenziale, compensativa e perequativa, essendo il giudice di merito tenuto ad applicare i criteri di cui alla prima parte della norma (condizioni delle parti, redditi ed età di entrambi, contributo fornito da ciascuno alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, durata del matrimonio), i quali costituiscono il parametro cui occorre attenersi per decidere sia sulla attribuzione sia sulla quantificazione dell’assegno. La sentenza impugnata, nel quantificare l’assegno, correttamente ha tenuto conto di quei criteri e, in particolare, della capacità lavorativa e reddituale della M., già evidenziata dal primo giudice che aveva giustificato il maggiore importo dell’assegno in via provvisoria, nell’attesa che quella capacità venisse messa a frutto.

La Corte di merito, con statuizione non impugnata in via incidentale dal L.. ha attribuito l’assegno alla M., all’esito di una valutazione della disparità economica tra le parti e dei redditi reali (superiori a quelli dichiarati) dell’ex marito, questi ultimi già accertati dal Tribunale con statuizione non impugnata in appello, essendosi consolidato l’accertamento delle maggiori capacità economiche dell’ex coniuge obbligato, cui è parametrato il giudizio sulla quantificazione dell’assegno, unitamente agli altri criteri indicati dalla legge.

Infondata è la doglianza riguardante l’omessa considerazione della funzione ripristinatrice del tenore di vita matrimoniale, ai fini del quantum debeatur, atteso che la funzione dell’assegno non è quella di ricostituire il tenore di vita coniugale (in tal senso S.U. n. 18287 del 2018; sez. I, n. 11504 del 2017), ma principalmente di assistere il coniuge privo incolpevolmente di mezzi adeguati e, poi, di riequilibrare le condizioni economiche degli ex coniugi, nei casi in cui vi sia la prova – di cui è onerato il coniuge richiedente l’assegno, trattandosi di fatto costitutivo del diritto azionato – che la sperequazione reddituale in essere all’epoca del divorzio sia direttamente causata dalle scelte comuni di vita degli ex coniugi, per effetto delle quali un coniuge abbia sacrificato le proprie realistiche aspettative professionali e reddituali per dedicarsi interamente alla famiglia, in tal modo contribuendo decisivamente alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune.

La Corte di Milano, come si è detto, ha riconosciuto l’assegno e lo ha determinato in misura non irrisoria, sulla base dei criteri indicati nell’art. 5, comma 6, della legge n. 898 del 1970, avendo positivamente accertato le insufficienti disponibilità economiche della M., in comparazione con quelle del L..

La ricorrente si è limitata a dedurre, da un lato, l’insufficienza dell’importo liquidato a farle conservare il tenore di vita matrimoniale, ma la censura è infondata per le ragioni già esposte e, dall’altro, la propria incapacità economica e lavorativa, in relazione al dedotto stato di disoccupazione, fatti tutti valutati nell’ambito di un apprezzamento discrezionale operato dalla medesima Corte, ai fini della quantificazione concreta dell’assegno, incensurabile in sede di legittimità se – come nella specie – immune da omissioni valutative decisive, a norma dell’art. 360, n. 5, c.p.c. (Cass. n. 8057 del 1996).

Con riguardo al contributo dato dalla M. alla conduzione familiare, già il Tribunale e implicitamente la Corte d’appello ne hanno tenuto conto, fermo restando che quello che assume rilevanza è -come si è detto – il contributo derivante dalla scelta, concordata con il coniuge, di dedicarsi interamente alla famiglia, che abbia comportato il sacrificio delle proprie realistiche aspettative professionali e, di conseguenza, la sperequazione economica e patrimoniale rivelatasi al momento del divorzio. Nella specie, la ricorrente si è limitata, solo nella memoria di cui all’art. 378 c.p.c. a riferire del tutto genericamente di avere tralasciato le proprie aspirazioni professionali, senza neppure indicarle, fermo restando che l’assegno le è stato riconosciuto, sicché la prioritaria funzione assistenziale dell’assegno è stata realizzata, unitamente a quella compensativa.

Infondato è il profilo concernente il godimento della casa familiare da parte della ricorrente, trattandosi di una utilità suscettibile di valutazione economica che, rientrando nella consistenza patrimoniale di ciascuno dei coniugi, il giudice di merito è tenuto ad accertare, valutabile in misura pari al risparmio di spesa che occorrerebbe sostenere per godere dell’immobile a titolo di locazione (Cass. n. 26197 del 2010, n. 4203 del 2006).

Il secondo e quarto motivo riguardano la riduzione, da Euro 2200,00 a Euro 2000,00, del contributo di mantenimento dei figli posto a carico di L., che si assume operata omettendo l’esame di fatti decisivi per il giudizio e senza tenere conto dei criteri indicati dall’art. 337 ter c.c. (esigenze dei figli aumentate nel tempo, tempi prevalenti di permanenza presso la madre, alto tenore di vita della famiglia).

Entrambi i motivi sono fondati, non essendo la riduzione della misura del contributo di mantenimento dei figli (ormai divenuti maggiorenni) supportata da alcuna comprensibile motivazione -risultando quindi al di sotto del minimo costituzionale (Cass. S.U. n. 8053 del 2014) -, tale non potendo ritenersi il cenno alla “stesse ragioni” esposte con riguardo alla riduzione dell’assegno divorzile.

In conclusione, in relazione ai motivi accolti, la sentenza impugnata è cassata con rinvio alla Corte d’appello di Milano, in diversa composizione, anche per le spese della presente fase.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo e terzo motivo, accoglie gli altri motivi, in relazione ai quali cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’appello di Milano, in diversa composizione, anche per le spese.


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube