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Dire Ti rovino è reato?

19 Aprile 2019
Dire Ti rovino è reato?

Si può dire che vi sia reato di minaccia nel voler tacitamente far riferimento alla volontà di adire le vie legali per chiedere un risarcimento sino a mettere sul lastrico la controparte?

Immagina di avere un’accesa discussione con un’altra persona che ti deve dei soldi. Magari si tratta del tuo dentista che ha sbagliato cura e dal quale pretendi il risarcimento oppure di un cliente che aveva promesso di pagarti una fattura e che non l’ha mai fatto. Immagina che il discorso, inizialmente partito con toni civili nel tentativo di trovare una soluzione bonaria, sia poi degenerato fino a sfociare in reciproci insulti. Non vedendo una via d’uscita alla questione e ritenendo che ormai solo un giudice potrebbe darti giustizia, gli gridi in faccia: «Io ora ti rovino… Vedrai». Con ciò intendi riferirti al fatto che gli farai causa, chiederai al tribunale un congruo risarcimento e lo ridurrai al lastrico senza alcuna pietà. Lui però la prende male: crede – o finge di credere – che volessi riferito all’uso della forza, a una possibile ritorsione fisica. Così, cogliendo la palla al balzo, ti denuncia per minaccia.

Si apre così il processo penale a tuo carico. Dinanzi al giudice offri subito le tue giustificazioni: gli fai comprendere qual era l’intenzione della frase. Il tuo avversario dice però che non conta lo spirito con cui viene detta una parola, ma il suo obiettivo significato. Chi di voi ha ragione? Dire Ti rovino è reato? La questione è stata decisa dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

Il reato di minaccia

Per prima cosa dobbiamo stabilire quando c’è minaccia ossia quando scatta il reato. Il codice penale individua il reato tutte le volte in cui una persona minaccia ad altri un danno “ingiusto”. Non è “ingiusto” agire in giudizio perché il ricorso al giudice rientra nei diritti garantiti dall’ordinamento e dalla costituzione. Il che significa che dire «Ti faccio causa» non può mai essere reato.

Inoltre il reato si configura non tanto sulla base del significato oggettivo delle parole, ma di quello che assumono nel contesto specifico. Il danno minacciato peraltro deve essere credibile e possibile. Dire «Ti faccio una fattura e morirai» non può mai essere illegale perché la morte da maleficio non dipende dalle facoltà umane. Dire «Ti spedisco sulla luna» non può neanche essere reato perché non si tratta di un male credibile.

Sarebbe certo una minaccia dire «Non immagini neanche cosa ti faccio…» lasciando intendere ovviamente una violenza fisica; lo è ancora di più dire «Ti ammazzo» o, come ha spiegato la Cassazione qualche giorno fa [3], «Ti riduco su una sedia a rotelle». Per i magistrati, difatti, è indiscutibile «il carattere minatorio delle espressioni rivolte alla persona offesa». Ciò alla luce di una semplice considerazione: «secondo ogni logica e per il comune sentire, la prospettiva di essere ridotto su una sedia a rotelle è causa di patema al massimo grado», quasi come «la prospettiva di essere aggredito nel bene della vita», specificano i giudici.

Assolutamente irrilevanti, invece, i motivi per cui è stata «lanciata la minaccia».

La minaccia implicita

La minaccia può essere implicita, nelle parole o nei gesti. Pensa al gesto di un mafioso che si passa il pollice lungo il collo, come a dire «Ti sgozzo». Pensa all’ostentazione di un bastone o di una pistola agli occhi di un’altra persona, per farle capire che quell’arma sarà utilizzata contro di lei.

Ti rovino è una minaccia?

A questo punto bisogna comprendere che significato – implicito o esplicito – dare alla parola ti rovino, se cioè va inteso nel senso di «ti rovino legalmente», tramite cioè il ricorso alle azioni legali, oppure «ti rovino illegalmente» nel senso che “ti sfregio”, “ti deturpo”, “ti taglio le gambe” e amenità del genere.

La Cassazione, lungi dal voler dare giudizi validi sempre e comunque, nel basarsi sul caso concreto, ritiene che si debba verificare prima il tono con cui è stato espresso il pensiero. Nel caso di specie – riguardante un paziente pregiudicato da un pessimo intervento ai denti –  l’imputato «si riferiva alla volontà di adire il giudice civile per vedersi risarcire il danno patito, a suo dire, a seguito delle cure somministratele dalla sua dentista», una volta preso atto che «il tentativo di accordo transattivo non stava andando a buon fine».

La frase incriminata va quindi contestualizzata; nel caso in esame essa si è inserita all’interno delle proteste della paziente, «lamentatasi, ancora una volta, per il fatto che la dentista le avesse procurato, nel corso di una cura, un grave danno».

Di conseguenza, aggiungono ancora dalla Cassazione, è logico ritenere che «frase e conversazione» siano catalogabili come «un legittimo tentativo, seppur realizzato con toni concitati, di spingere la controparte, cioè la dottoressa, ad una bonaria composizione della controversia».

E questa prospettiva non può essere modificata neanche dal richiamo a una presunta intenzione della donna di «denunciare i fatti alle forze dell’ordine, all’Ordine dei medici» e di «propagarli per via giornalistica». Impossibile, comunque, concludono i giudici, «affermare che fosse stato prospettato un male ingiusto» nei confronti della dentista, poiché emerge che la donna ha manifestato solo l’intenzione di «denunciare quanto effettivamente subito, cioè una cura» da lei ritenuta «inappropriata».


note

[1] Cass. sent. n. 17159/2019 del 18.04.2019.

[2] Art. 612 cod. pen.

[3] Cass. sent. n. 9853/2019 del 6.03.2019.

Autore immagine teschio telematico di bit. Di jiris

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 20 marzo – 18 aprile 2019, n. 17159

Presidente Sabeone – Relatore Stanislao

Ritenuto in fatto

1 – Con sentenza del 14 novembre 2017, il Tribunale di Forli, in riforma della sentenza del locale Giudice di pace, assolveva Sa. Mo. dal delitto di minaccia ascrittole, consumato il 28 giugno 2011, perché il fatto non sussiste.

Il Tribunale osservava che l’espressione proferita dall’imputata “Il mio incubo finisce qui, ora inizia il vostro, vi rovino, voglio la vostra testa” si riferiva alla volontà di adire il giudice civile per vedersi risarcire il danno a suo dire patito a seguito delle cure somministratele dalla sua dentista, la persona offesa Ra. Ba., posto che il tentativo di accordo transattivo non stava andando a buon fine.

2 – Propone ricorso la parte civile Ra. Ba., a mezzo del suo difensore, deducendo, con l’unico motivo, la violazione di legge ed il difetto di motivazione in quanto la frase riportata nell’imputazione, attestata dalla registrazione della conversazione telefonica operata dalla persona offesa, era stata pronunciata in tono intimidatorio, così come emergeva da altri stralci della medesima; non poteva pertanto affermarsi che la Mo. si fosse limitata a prospettare un’azione civile di risarcimento dei danni.

Costei, infatti, aveva anche minacciato di rivolgersi ai carabinieri del Nas, all’Ordine dei medici ed alla stampa locale, così da esercitare un’illegittima ed intimidatoria pressione sulla Ba..

3 – Il difensore dell’imputata ha presentato memoria con la quale chiede l’inammissibilità o il rigetto del ricorso in quanto versato in fatto e volto a fornire una tesi alternativa a quella ritenuta dal giudice in assenza di manifesta illogicità della motivazione.

Considerato in diritto

Il ricorso presentato nell’interesse della parte civile non merita accoglimento.

1 – La Corte territoriale aveva ricondotto la frase pronunciata dall’imputato al contesto che l’aveva provocata rilevando come la stessa fosse parte di una conversazione telefonica in cui la paziente, l’imputata, si era lamentata, ancora una volta, del fatto che la persona offesa, il suo medico dentista, le avesse procurato, nel corso di una cura, un grave danno, l’avulsione ingiustificata di un dente.

La conversazione, ed in particolare la frase indicata in imputazione – nel ricorso, invero, se ne citano anche altre, senza però allegare, ai fini della necessaria autosufficienza del ricorso, l’integrale trascrizione della stessa – si spiegava come un legittimo tentativo, seppure realizzato con toni concitati, di spingere la controparte ad una bonaria composizione della controversia.

Una osservazione, quella testé riportata, della Corte di merito, che può considerarsi affetta da manifesti vizi logici.

Si deve anche aggiungere che, anche se, poi, fossero state realmente proferite le ulteriori frasi menzionate nel ricorso – circa la volontà di denunciare i fatti alle forze dell’ordine, all’Ordine dei medici e propagarli per via giornalistica (di cui però non si è avuta compiuta contezza) – non si potrebbe ugualmente affermare che fosse stato prospettato alla persona offesa un male ingiusto posto che, anche in tal caso, si deve fondatamente ritenere che l’imputata avrebbe denunciato quanto effettivamente (secondo il suo punto di vista) subito, l’inappropriata cura.

2 – Ne deriva che, con la sentenza impugnata, la Corte di merito ha correttamente applicato i principi di diritto formulati da questa Corte, secondo i quali:

– elemento essenziale del delitto di minaccia è la limitazione della libertà psichica mediante la prospettazione del pericolo che un male ingiusto possa essere cagionato dall’autore alla vittima, efficacia intimidatoria che deve essere valutata nel contesto nel quale si colloca la condotta (Sez. 5, n. 45502 del 22/04/2014, Scognamillo, Rv. 261678; Sez. 5, n. 31693 del 07/06/2001, Tretter, Rv. 219851);

– il reato di minaccia si concretizza con la prospettazione di un male ingiusto, idoneo, in considerazione delle concrete circostanze di tempo e di luogo, ad ingenerare timore in chi risulti esserne il destinatario, male che non può essere costituito dalla prospettazione di una legittima azione giudiziaria civile e dalla diffusione di notizie relative all’inadempimento negoziale commesso nei confronti dell’agente (Sez. 5, n. 51246 del 30/09/2014, Marotta, Rv. 261357).

3 – Al rigetto del ricorso segue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.


Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 8 novembre 2018 – 6 marzo 2019, n. 9853

Presidente Vessichelli – Relatore Settembre

Ritenuto in fatto

1. Il Tribunale di Bari ha, con la sentenza impugnata, confermato la condanna di Dr. Gi. – pronunciata dal Giudice di pace – per il reato di minaccia in danno di Pa. An. ed ha assolto il medesimo Dr. dal reato di ingiuria, perché non più previsto come reato; tuttavia ha confermato per intero le statuizioni penali (Euro 300 di multa) e quelle civili (Euro 1.000 di risarcimento).

2. Ricorre per cassazione il difensore dell’imputato, lamentando:

a) l’errata applicazione dell’art. 612 cod. pen., giacché l’imputato “non aveva alcuna intenzione…di minacciare di un male ingiusto Pa. An.”, in quanto intendeva solo evidenziare il comportamento illegittimo di quest’ultimo, che aveva avviato nei suoi confronti un’azione civile, pretendendo di essere pagato nuovamente per una fornitura di merce già saldata;

b) la violazione delle norme in tema di valutazione probatoria, essendo stata attribuita credibilità a soggetto portatore di interessi civili;

c) la violazione dell’art. 62, comma 2, cod. pen., “avendo Dr. reagito in stato d’ira a fronte del comportamento provocatorio della persona offesa”, che aveva tentato di ottenere un pagamento non dovuto;

d) la violazione dell’art. 81, cpv, cod. pen., per essere stata confermata, in appello, la condanna ad Euro 300 di multa, sebbene fosse intervenuta l’assoluzione per l’ingiuria;

e) la violazione dell’art. 133 cod. pen., per essere stata applicata una pena eccessiva, tenuto conto della “grossolanità e inverosimiglianza della condotta delittuosa”.

Infine, si duole della commisurazione del risarcimento, ritenuto “sproporzionato ed eccessivo”, nonché della liquidazione delle spese legali, che sarebbe stata effettuata in violazione dei limiti tariffari.

Considerato in diritto

Il ricorso merita parziale accoglimento. Seguendo l’ordine delle doglianze si rileva quanto segue:

a) destituita di ogni fondamento è la contestazione del carattere minatorio delle espressioni rivolte alla persona offesa, giacché, secondo ogni logica e per il comune sentire, la prospettiva di essere ridotto su una sedia a rotelle è causa di patema al massimo grado, quasi come la prospettiva di essere aggredito nel bene della vita. A nulla rilevano i motivi per cui Dr. si sia indotto a lanciare la minaccia, dal momento che l’art. 612 cod. pen. contempla un reato a dolo generico;

b) per costante giurisprudenza, le dichiarazioni della persona offesa possono porsi a base di un giudizio di condanna, ove attentamente valutate. Nella specie, nemmeno il ricorrente contesta di aver rivolto a Pa. le minacce che gli vengono contestate, sicché non è dato comprendere quale criticità presentino le dichiarazioni di quest’ultimo e quale vizio affligga la motivazione esibita dal giudicante (escluso, in ogni caso, che costituisca violazione di legge l’utilizzo, in chiave accusatoria, delle dichiarazioni della parte civile);

c) i rapporti di dare ed avere, intercorrenti tra le parti, costituiscono oggetto di un giudizio civile pendente. Del tutto assertiva è la deduzione che le pretese economiche di Pa. fossero infondate, atteso che pende controversia tra le parti e che non può essere il giudice penale a dirimere la controversia.

Manifestamente infondata, quindi, è la censura rivolta al diniego dell’attenuante della provocazione;

d) è fondata, invece, la censura relativa all’ammontare della sanzione, dal momento che, avendo assolto l’imputato per l’ingiuria, il giudice avrebbe dovuto ridurre adeguatamente la multa. La fondatezza di questo motivo di doglianza rende ammissibile il ricorso, sicché assume rilievo il tempo trascorso dalla commissione del reato. Al riguardo, si rileva che la minaccia, commessa il 25/10/2008, si è prescritta, tenuto conto delle sospensioni nel frattempo intervenute (per giorni 246), in data 27/12/2016. La sentenza va pertanto annullata agli effetti penali per intervenuta estinzione del reato (il che consente di soprassedere all’esame del motivo concernente la misura della sanzione).

E’ fondata, infine, anche la doglianza relativa alle statuizioni civili, che erano state commisurate alla pronuncia di condanna per l’ingiuria e la minaccia.

L’assoluzione per l’ingiuria avrebbe dovuto comportare, quindi, anche la riduzione del risarcimento. A tanto può provvedere direttamente questa Corte, in applicazione del criterio proporzionale adottato dal giudice di merito.

Inammissibile, invece, perché generica, è la doglianza relativa alla misura delle spese legali.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata agli effetti penali per essere il reato estinto per prescrizione. Annulla altresì la stessa sentenza agli effetti civili, senza rinvio, limitatamente all’entità del danno liquidato, che ridetermina in Euro cinquecento. Rigetta nel resto il ricorso agli effetti civili.


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