Diritto e Fisco | Articoli

Foto di minori su internet: fino a che età decidono i genitori?

19 Aprile 2019
Foto di minori su internet: fino a che età decidono i genitori?

A partire da quale età il consenso prestato dal bambino alla pubblicazione della propria foto sui social network, su Facebook e Instagram, può essere ritenuto valido?

Da quando esistono social network come Facebook e Instagram si è posto subito il problema dell’eventuale possibilità di pubblicare le foto di minorenni senza il consenso dei genitori. E si è arrivati a sostenere l’illegittimità di tale comportamento se la riproduzione non è stata espressamente autorizzata dai genitori. I problemi si sono poi posti nell’individuare l’esatta età a partire dalla quale il giovane può autonomamente decidere di postare una propria immagine su internet o dare il consenso ad altri di farlo. Non è un problema da poco visto che spesso tale consenso è implicito nel posare dinanzi a uno smartphone in modalità fotocamera: il file viene quasi contestualmente caricato online sulla bacheca dei profili, con tanto di tag e menzioni di tutti i soggetti ivi immortalati. Ebbene, fino a quando i genitori hanno voce in capitolo e, nonostante il comportamento del figlio, possono dire “no” alla pubblicazione su internet delle sue fotografie? Si pensi a una coppia separata con una figlia: la madre va a vivere con un nuovo compagno il quale è solito scattare foto alla bambina e a pubblicarle sul proprio profilo Facebook. Il padre si ribella e ne chiede la rimozione. Può farlo? In caso di foto di minori su internet, fino a che età decidono i genitori? Ecco la soluzione fornita dal Tribunale di Rieti a questa interessante questione [1].

La pronuncia è particolarmente interessante perché tocca il tema del trattamento dei dati dei minorenni per come disciplinato dopo l’entrata in vigore del nuovo regolamento europeo sulla privacy (meglio noto come Gdpr), regolamento che – come noto – tocca diversi temi delicati della vita quotidiana, tra cui appunto quello dell’età del consenso all’apertura di account sui social da parte di giovani con meno di 18 anni.

Il consenso al trattamento dei dati di minori 

Vediamo subito cosa dicono le leggi europee e quelle italiane in merito al trattamento dei dati personali dei minorenni, leggi peraltro in linea con la Convenzione di New York sui Diritti del Fanciullo [2]. In buona sostanza il principio è il seguente: il consenso al trattamento dei dati spetta ai genitori fino a quando i figli hanno 13 anni. Da 14 anni in su è il ragazzo – anche se ancora non ha compiuto 18 anni – a decidere in merito alle autorizzazioni da rilasciare a terzi. Il che significa anche che un bambino, fino a 13 anni, non può aprire da solo un account su un social network se non ha dietro un genitore che accetta le condizioni generali di contratto con la piattaforma e gestisce l’utilizzo del profilo. Solo a partire da 14 anni il bambino può iniziare a scegliere da sé cosa pubblicare e cosa no. Il pregiudizio è insito nella pubblicazione di foto di minori sui social, date la caratteristiche proprie di internet, il quale consente a chiunque di avvicinarsi ai bambini dopo avere visto le loro foto online e anche, mediante operazioni di fotomontaggio, di produrne e far circolare materiale pedopornografico, come più volte rilevato dalle forze di polizia.

Il consenso alla pubblicazione su internet di foto dei minori 

Le fotografie sono anch’esse dati personali e, quindi, la loro pubblicazione può avvenire solo dietro consenso dei genitori se il bambino non ha più di 13 anni. Quindi chiunque voglia pubblicare la foto di un minore di 14 anni deve prima chiedere il permesso al padre e alla madre. Lo stesso vale anche per i nuovi partner, quando i genitori si separano: questi dovranno prima raccogliere il consenso dell’altro genitore separato. 

Fotografare minori è reato?

Per fotografare un minore c’è bisogno del consenso dei genitori. E ciò perché “raccogliere l’immagine” nella propria fotocamera costituisce un trattamento di dati. Ancor di più c’è bisogno del consenso del padre e della madre per pubblicare gli scatti così effettuati. Chi posta su internet o su qualsiasi altro mezzo di diffusione una foto di un minore di 14 anni senza il consenso dei genitori commette un illecito civile che espone il colpevole al rischio di un risarcimento del danno. Se la pubblicazione della foto avviene poi per fini di lucro scatta anche il reato di illecito trattamento dei dati personali che è punito con il carcere fino a 3 anni. Per maggiori informazioni sull’argomento leggi: Fotografare bambini è reato?

Foto di bambini su internet: quale tutela

I genitori, anche uno solo di questi, che vede pubblicare le foto del proprio bambino infratredicenne sul web può agire dinanzi al tribunale con un ricorso d’urgenza per chiedere la rimozione dell’immagine non autorizzata. Con un altro giudizio poi potrà chiedere il relativo risarcimento del danno.

Infatti la pubblicazione di foto di minori social network costituisce in sé un potenziale pregiudizio, determinando la diffusione di immagini presso un numero indeterminato di persone, tra le quali vi può essere chi voglia avvicinarsi ai bambini con cattive intenzioni o montare le loro immagini al fine di produrre materiale pedopornografico da diffondere in internet.

Le nuove norme europee in materia di privacy introdotte dal Gdpr, entrato in vigore il 25.05.2018, prevedono una tutela specifica per i dati personali dei minori, i quali possono non essere consapevoli dei rischi che corrono, ed ammette il trattamento dei dati personali nella società dell’informazione dei minori di anni sedici solo dietro consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale. Tuttavia tale regolamento prevede che gli stati membri possano abbassare detto limite di età, ma non oltre i tredici anni. In Italia [4] abbiamo deciso di fissare, come limite di età per il consenso al trattamento dei dati dei minori, i 14 anni: dunque, il trattamento dei dati personali inerenti i minori di anni quattordici, come anche la pubblicazione delle foto, è soggetto al consenso di chi esercita la potestà genitoriale.

In ogni caso bisogna osservare anche le regole della legge sul diritto d’autore [5] in base alla quale la diffusione delle immagini ritraenti le persone deve avvenire nel rispetto dell’onore, del decoro e della reputazione.

Le foto di figli di coppie divorziate o separate

Nell’eventuale separazione o divorzio consensuale i genitori possono inserire una apposita “clausola” in cui subordinano la pubblicazione delle foto dei figli al consenso di entrambi. Oppure, in caso di separazione o divorzio giudiziale, si può chiedere direttamente al giudice di inserire tale previsione nella sentenza. 


note

[1] Trib. Rieti, sent. del 7.03.2019.

[2] Artt. artt. 10 cod. civ., e 4, 7, 8 e 145 d.lgs. n. 196/2003, in materia di tutela dei dati personali e art. 97 l. n. 633/1941; regolamento UE n. 679/2016 entrato in vigore il 25.05.2018 e norme italiane di adeguamento del codice della privacy contenute nel d.lgs. n. 101/2018.

[3] Artt. 1 e 16, comma 1 della Convenzione di New York sui Diritti del Fanciullo

[4] D.lgs. n. 101/2018, art. 2, comma 2-quinques.

[5] Ex art. 97, L. n. 633/1941.

Autore immagine: bambino con smartphone. Di Patryk Kosmider

Tribunale di Rieti, sez. Civile, sentenza 6 – 7 marzo 2019

Giudice Sbarra

Considerato che

in data 10.06.2000 contraeva matrimonio con Da. Ia..

Dall’unione nascevano i figli Ma., il 17.03.2007, e La., il 06.12.2010. I coniugi si separavano con separazione consensuale omologata il 19.12.2012 e successivamente divorziavano con sentenza del Tribunale di Roma del 16.11.2018. I figli erano affidati congiuntamente ai genitori con collocazione presso la madre; 2. Che già prima del divorzio l’attuale compagna di Da. Ia., Ga. Fr., era solita pubblicare, sul suo profilo Facebook e su altri social networks, le foto dei figli minorenni della ricorrente e dell’ex marito nonchè dei commenti indirizzati, seppure senza farne il nome, alla prima; 3. Che, quindi, essendo risultati vani gli inviti per le vie brevi effettuati dalla Lo. sia alla medesima che allo Ia., la ricorrente inoltrava formale diffida a mezzo di lettera raccomandata del 24.01.2018, solo a seguito della quale la Ga. rimuoveva le foto e i commenti; 4. Che, tuttavia, in un secondo momento, la pubblicazione delle foto dei minori riprendeva, seppur con il viso coperto, seguita da commenti offensivi sia della Ga. sia delle cognate della medesima; 5. Che, quindi, in sede di divorzio congiunto la ricorrente pretendeva l’inserimento della seguente condizione: “la pubblicazione di fotografie dei figli minori sui social network sarà consentita esclusivamente ai genitori e non a terze persone, salvo consenso congiunto di entrambi”; 6. Che, tuttavia, dopo il divorzio la pubblicazione riprendeva, sia su Facebook sia su Instagram, senza alcun oscuramento nemmeno del viso; 7. Che, dunque, la pubblicazione senza scopo di lucro di immagini dei minori integrebbe la violazione dell’art. 10 c.c., nonché degli artt. 4, 7, 8 e 145 del D.lgs. 196/2003, e degli artt. 1 e 16, 1° comma, della Convenzione di New York sui Diritti del Fanciullo; 8. Che il pregiudizio per un minore sarebbe insito nella diffusione della sua immagine, in quanto l’inserimento di foto di minori sui social network costituisce comportamento potenzialmente pregiudizievole per essi, determinando la diffusione delle immagini fra un numero indeterminato di persone, conosciute e non, le quali possono essere malintenzionate e avvicinarsi ai bambini, non potendosi trascurare il pericolo che qualcuno, con procedimenti di fotomontaggi ne tragga materiale pedopornografico da far circolare in rete; 9. Che il periculum in mora deriverebbe dal tempo occorrente per far valere il diritto in via ordinaria, potendo comportare, per i minori, un pregiudizio imminente ed irreparabile.

Preso atto che

che con la propria comparsa di costituzione e di risposta Ga. Fr. assumeva:

– che il periculum deve essere presente non solo al momento della proposizione del ricorso ma anche in corso di causa, dovendosi reputare insussistente in caso di tardiva proposizione della domanda cautelare, ossia quando il ricorrente invochi la tutela d’urgenza ex art. 700 c.p.c. dopo che sia trascorso (dall’evento lesivo) un periodo di tempo pari a quello che sarebbe stato occorrente per tutelare il diritto controverso per mezzo di un ordinario giudizio di merito;

– che, quanto alla pubblicazione delle foto, la medesima Lo. sosterrebbe che le foto dei minori sono state rimosse sin dal gennaio 2018, in seguito a diffida inoltrata alla resistente. Ne discenderebbe l’insussistenza del periculum, stante la condotta adempiente della Ga., confermata ufficialmente dalla stessa difesa della ricorrente;

– che, quanto ai commenti, trattasi di presunti commenti offensivi da parte di soggetti terzi, sui quali la Ga. non poteva e non può avere alcun preventivo controllo, peraltro in assenza di un espresso riferimento alla ricorrente;

– che, dunque, la fattispecie in esame denoterebbe la totale assenza di qualsivoglia elemento (quantomeno il periculum) che giustifichi il ricorso alla tutela in via d’urgenza, atteso che dal gennaio 2018 la Ga. spontaneamente dava seguito alle richieste della ricorrente spiegate in via di diffida, come affermato dalla difesa della stessa Lo. in sede di ricorso introduttivo.

Alla prima udienza del 19.02.2019, il Giudice concedeva temine per note di replica a parte ricorrente, riservando all’esito la decisione.

Osserva

In via preliminare, deve rilevarsi l’ammissibilità ed utilizzabilità della documentazione fotografica depositata da parte ricorrente, in uno alle note autorizzate. In primo luogo, tale documentazione è la medesima già prodotta in sede di ricorso introduttivo (sub. All. nn. 7 e 8 fascicolo di parte ricorrente), con l’unica differenza che le copie prodotte in sede di note recano evidenziata la data della pubblicazione dei posts sui relativi social networks. Tali coordinate temporali risultano, peraltro, già indicate in sede di ricorso introduttivo, laddove a pagina 2 si legge “dopo il divorzio (quindi, dopo la data del 16.11.2018) la pubblicazione è ripresa sia su Facebook sia su Instagram senza alcun oscuramento nemmeno degli occhi (doc. n/ri 7 e 8)”. In secondo luogo, si osserva brevemente come, in sede cautelare, l’istruzione probatoria della causa sia sommaria e semplificata, essendo rimessa al giudice la possibilità di ammettere le prove senza rispettare le forme ed i limiti imposti dalla legge per la cognizione piena, purchè rilevanti e funzionali allo scopo, in coerenza con le esigenze di speditezza tipiche dei procedimenti cautelari (cfr. Tribunale di Bologna, 04.10.2005; Tribunale di Arezzo, 15.03.2002).

Ciò premesso, si osserva, in via generale, come la concessione del provvedimento d’urgenza presuppone una cognizione necessariamente semplificata rispetto a quella del giudizio di merito, pur nella necessaria ricorrenza dei requisiti fumus boni iuris e del periculum in mora. Nella fattispecie, il c.d. fumus boni iuris è la “probabile sussistenza del diritto soggettivo” di cui il ricorrente chiede la tutela, in quanto teme che un pregiudizio possa incidere negativamente nella propria sfera giuridica.

Quanto, poi, al secondo requisito, ai fini della concessione del provvedimento occorre che il diritto del ricorrente sia seriamente soggetto al rischio di subire, per il tempo occorrente a farlo valere in via ordinaria, un danno grave capace di arrecare un pregiudizio definitivo tale da rendere inutile la successiva sentenza che ne accertasse la sussistenza, laddove detto pregiudizio non deve essere solo “grave ed irreparabile” ma anche “imminente”, cioè concretamente incombente al momento della presentazione della istanza e tale da richiedere un intervento preventivo immediato (cfr. Trib. Milano 28.2.96, Trib. Pistoia 22.4.00, Trib. Nola 26.2.03).

Tutto ciò chiarito quanto ai presupposti della tutela d’urgenza, si osserva che, dalla documentazione prodotta in atti e dalle allegazioni delle parti, le prospettazioni della ricorrente appaiono fondate, stante l’abbondante documentazione fotografica allegata – con specifico riguardo agli all. nn. 3, 4 (laddove è dimostrata la pubblicazione di immagini dei bambini – seppure con il volto coperto – successivamente alla diffida, nell’agosto dello scorso anno), 7, 8 del ricorso e le medesime immagini depositate con le note autorizzate (dalle quali risulta la pubblicazione di ulteriori posts, contenenti immagini dei bambini senza il volto coperto, nel dicembre dello scorso anno, successivamente alla sentenza di divorzio). A fronte delle allegazioni e della produzione documentale della ricorrente, la difesa resistente si è limitata ad insistere in ordine alla insussistenza del requisito del periculum, stante il fatto che – come affermato dalla medesima ricorrente – in seguito alla diffida la Ga. spontaneamente dava seguito alle richieste della Lo..

Tuttavia, parte resistente non ha specificamente contestato le ulteriori circostanze evidenziate nell’atto introduttivo, ovvero che: (i) successivamente alla diffida ed alla rimozione delle immagini, la Ga. riprendeva la pubblicazione sui propri profili social, seppure coprendo il volto dei minori (cfr. all. n. 4 al ricorso); (ii) per tale motivo, la Lo. pretendeva l’inserimento, tra le condizioni di divorzio, del previo consenso di entrambi i genitori per la pubblicazione, a mezzo social networks, di fotografie ritraenti i minori (cfr. all. nn. 5 e 6 al ricorso); (iii) in seguito al divorzio, la Ga. riprendeva a pubblicare foto dei bambini, senza neanche coprirne il viso (cfr. all. n. 8 al ricorso e foto allegate alle note). Né parte resistente ha provveduto a contestare le immagini depositate in atti sopra indicate (ovvero la relativa contestualizzazione temporale) e richiamate nella narrazione dei fatti contenuta nel ricorso medesimo, limitandosi a richiedere lo stralcio della documentazione prodotta in sede di note autorizzate.

Di talché le eccezioni della difesa resistente – in ordine alla insussistenza del requisito del periculum in mora, stante la risalenza nel tempo della condotta lamentata e la non attualità della lesione – non possono essere accolte.

Passando, quindi, all’esame del merito della questione, onde verificare la sussistenza dei presupposti dello strumento cautelare nel particolare ambito della pubblicazione e divulgazione, a mezzo social networks, di immagini e dati afferenti soggetti minori. Con la necessaria premessa che i requisiti del fumus e del periculum andranno valutati tenendo conto di elementi quali l’a – territorialità della rete, che consente agli utenti di entrare in contatto ovunque, con chiunque, spesso anche attraverso immagini e conversazioni simultanee, nonché la possibilità, insita nello strumento, di condividere dati con un pubblico potenzialmente mondiale e globalizzato, per un tempo non circoscrivibile.

Al riguardo, si osserva che la tutela della vita privata e dell’immagine dei minori ha trovato tradizionalmente cittadinanza, nel nostro ordinamento, nell’art. 10 c.c. (concernente la tutela dell’immagine); nel combinato disposto degli artt. 4,7,8 e 145 del D.Lgs. 30.06.2003 n. 196 (riguardanti la tutela della riservatezza dei dati personali) nonché negli artt. 1 e 16 I co. della Convenzione di New York del 20-11-1989, ratificata dall’Italia con legge 27-5-1991 n. 176 (laddove, in particolare, l’art. 16 stabilisce che: “1. Nessun fanciullo sarà oggetto di interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nel suo domicilio o nella sua corrispondenza e neppure di affronti illegali al suo onore e alla sua reputazione. 2. Il fanciullo ha diritto alla protezione della legge contro tali interferenze o tali affronti”).

Con l’evoluzione dei sistemi di diffusione delle immagini legate allo sviluppo del web, lo scenario normativo è mutato, adattandosi alle nuove realtà digitali, laddove: Il Considerando n. 38 del regolamento UE n. 679/2016 del 27.04.2016 (entrato in vigore il 25.05.2018) dispone che: “i minori meritano una specifica protezione relativamente ai loro dati personali, in quanto possono essere meno consapevoli dei rischi, delle conseguenze e delle misure di salvaguardia interessate nonché dei loro diritti in relazione al trattamento dei dati personali(…)”; L’ art. 8 del citato regolamento – rubricato Condizioni applicabili al consenso dei minori in relazione ai servizi della società dell’informazione – prevede che “qualora si applichi l’articolo 6, paragrafo 1, lettera a) (il consenso), per quanto riguarda l’offerta diretta di servizi della società dell’informazione ai minori, il trattamento di dati personali del minore è lecito ove il minore abbia almeno 16 anni.

Ove il minore abbia un’età inferiore ai 16 anni, tale trattamento è lecito soltanto se e nella misura in cui tale consenso è prestato o autorizzato dal titolare della responsabilità genitoriale. Gli Stati membri possono stabilire per legge un’età inferiore a tali fini purché non inferiore ai 13 anni.” Pertanto, riprendendo la distinzione fra i c.d. petite enfantes e grands enfantes, già esistente nel diritto francese, la nuova disciplina comunitaria impone che il consenso necessario ai fini del trattamento dei dati personali del minore, e dunque anche per le immagini che possano identificarlo, nel caso di minori di anni sedici, sia prestato dai soggetti esercenti la responsabilità genitoriale, in vece dei propri figli, concordemente fra loro e senza arrecare pregiudizio all’onore, al decoro e alla reputazione dell’immagine del minore (art. 97 L.n. 633/41).

In tale prospettiva, il legislatore italiano, col decreto di adeguamento del Codice Privacy (D.Lgs. 101/18 art. 2 quinquies), ha fissato il limite di età da applicare in Italia a 14 anni, espressamente prevedendo che, con riguardo ai servizi della società dell’informazione, il trattamento dei dati personali del minore di età inferiore a quattordici anni è lecito a condizione che sia prestato da chi esercita la responsabilità genitoriale.

Tali considerazioni in punto di fumus boni iuris della domanda cautelare in avanzata sono, peraltro, ulteriormente rafforzate dalla circostanza che, in sede di divorzio congiunto, Ilario Lo. e Da. Ia. hanno espressamente stabilito che “la pubblicazione di fotografie dei figli minori sui social network sarà consentita esclusivamente ai genitori e non a terze persone, salvo consenso congiunto di entrambi”.

Con tale previsione, dunque, i medesimi ex coniugi hanno inteso regolamentare – nell’interesse della prole – le modalità di diffusione delle relative immagini sul web, subordinandola al consenso congiunto di entrambi.

Ciò chiarito in ordine al fumus boni iuris, si osserva la sussistenza, altresì, del periculum in mora – atteso che l’inserimento di foto di minori sui social network deve considerarsi un’attività in sé pregiudizievole in ragione delle caratteristiche proprie della rete internet. Il web, infatti, consente la diffusione dati personali e di immagini ad alta rapidità, rendendo difficoltose ed inefficaci le forme di controllo dei flussi informativi ex post. In questo senso, la più recente giurisprudenza ha evidenziato che “l’inserimento di foto di minori sui social network costituisce comportamento potenzialmente pregiudizievole per essi in quanto ciò determina la diffusione delle immagini fra un numero indeterminato di persone, conosciute e non, le quali possono essere malintenzionate e avvicinarsi ai bambini dopo averli visti più volte in foto on-line, non potendo inoltre andare sottaciuto l’ulteriore pericolo costituito dalla condotta di soggetti che “taggano” le foto on-line dei minori e, con procedimenti di fotomontaggio, ne traggono materiale pedopornografico da far circolare fra gli interessati, come ripetutamente evidenziato dagli organi di polizia (…) il pregiudizio per il minore è dunque insito nella diffusione della sua immagine sui social network” (cfr. Tribunale di Mantova, 19 settembre 2017; in senso conforme, Tribunale di Roma – Sez. I Civ. del 23 dicembre 2017).

Alla luce della considerazioni sopra svolte, quindi, ritenuta la domanda sorretta dai requisiti del fumus boni iuris e del periculum in mora, il ricorso deve essere accolto, con conseguente condanna della resistente alla rimozione – dai propri profili social – delle immagini relative ai minori Ma. e La. Ia. ed alla contestuale inibitoria dalla futura diffusione di tali immagini, in assenza del consenso di entrambi i genitori.

Parimenti, merita accoglimento la richiesta di condanna ex art. 614 bis c.p.c..

Al riguardo, si rileva come la misura prevista dalla richiamata norma sia funzionale, innanzitutto, a favorire la conformazione a diritto della condotta della parte inadempiente e di qui ad evitare la produzione del danno ovvero a ridurre l’entità del possibile pregiudizio, assicurando anche in sede cautelare l’esigenza di garantire un serio ristoro di fronte al perdurare dell’inadempimento, in funzione deflattiva del possibile contenzioso successivo, limitato all’eventualità che si produca un danno non integralmente soddisfatto dalla statuizione giudiziale (cfr. sul punto in termini Trib. Cagliari ord. 19 ottobre 2009).

Nella presente vicenda, l’applicazione dell’astreinte è pienamente giustificata dall’esigenza di tutelare l’integrità dei minori e l’interesse ad evitare la diffusione delle proprie immagini a mezzo web nonchè, in quanto collegato a questo, dell’interesse del genitore a cui spetta pretendere il rispetto degli obblighi sopra sanciti.

P.Q.M.

Il Tribunale di Rieti, definitivamente pronunciando sulla causa civile iscritta a R.G. n. 2008/2018, e vertente tra le parti di cui in epigrafe, così provvede:

– Accoglie il ricorso;

– Per l’effetto, dispone che Ga. Fr. provveda, entro il 31 marzo 2019, alla rimozione di immagini, informazioni, dati relativi ai minori Ma. e La. Ia. inseriti su social networks, comunque denominati;

– Inibisce dal momento della comunicazione del presente provvedimento a Ga. Fr. la diffusione in social networks, comunque denominati, e nei mass media delle immagini, delle informazioni e di ogni dato relativo ai minori Ma. e La. Ia., in assenza del consenso di entrambi i genitori;

– Determina ex art. 614-bis c.p.c., nella misura di Euro 50,00, la somma dovuta da Ga. Fr., per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione dell’ordine di rimozione nonché per ogni episodio di violazione dell’inibitoria, in favore dei minori in solido tra loro, da versarsi su conto corrente intestato ai minori medesimi;

– Condanna Ga. Fr. a rifondere alla ricorrente Lo. Il. le spese del presente giudizio, che liquida nella somma di Euro 1.500,00 per compensi, Euro  316,37 per esborsi, oltre rimborso forfetario per spese generali, IVA e CPA come per legge.

Si comunichi.


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube