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Separazione e stalking

30 Aprile 2019 | Autore:
Separazione e stalking

> L’esperto Pubblicato il 30 Aprile 2019



Stalking; separazione e proposizione della richiesta di addebito; infedeltà del coniuge; percosse.

Una modalità particolarmente invasiva attraverso la quale si realizza il mobbing familiare è quella dello stalking, termine derivato dall’esperienza giuridica dei Paesi di common law e recepito dalla nostra dottrina negli ultimi anni — che indica un comportamento assillante e invasivo della vita altrui realizzato mediante la reiterazione insistente di condotte intrusive (telefonate, appostamenti, pedinamenti fino, nei casi più gravi, alla realizzazione di condotte integranti di per sé reato, quali minacce, ingiurie, danneggiamenti, aggressioni fisiche). Si tratta, quindi, di comportamenti persecutori, diretti o indiretti, ripetuti nel tempo, che incutono uno stato di soggezione nella vittima provocandole un disagio fisico o psichico e un ragionevole timore di subire un male più grave.

Cos’è lo stalking?

In passato, in assenza di una previsione esplicita che prevedesse questa fattispecie, il fenomeno dello stalking era generalmente ricondotto al reato contravvenzionale di molestie (art. 660 c.p.), del tutto inidoneo a colpire lo stalker e a prevenire la possibile escalation dei suoi atti persecutori, mentre le fattispecie più gravi (ad esempio, violenza privata o i reati contro la vita o l’incolumità individuale, quali maltrattamenti) erano applicabili solo nei casi in cui la situazione è già precipitata e dunque la risposta è del tutto tardiva.

Risultavano puniti, ai sensi dell’art. 660 c.p., i comportamenti che non integravano alcun delitto specifico contro la libertà sessuale in quanto non idonei a coartare la volontà della vittima, ma risultavano, tuttavia, molesti nei confronti di essa.

L’interesse tutelato dall’art. 660 c.p., peraltro, è tradizionalmente individuato nell’ordine pubblico, considerato nel suo particolare aspetto della pubblica tranquillità: nella dimensione generale dell’interesse tutelato trovano ragione la procedibilità d’ufficio per la contravvenzione e la conseguente attuazione della tutela penale a prescindere dalla volontà della persona molestata o disturbata.

Al fine di colmare il vuoto di tutela della vittima di comportamenti ripetuti e insistenti tali da non integrare ancora i più gravi reati contro la vita o l’incolumità personale, ma comunque idonei a fondare un giustificato timore per tali beni, il D.L. 11/2009, conv. in L. 38/2009, ha introdotto l’art. 612bis c.p., rubricato «Atti persecutori». Tale disposizione, al comma 1, recita: «Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita».

Esaminando, la fattispecie possiamo svolgere le seguenti considerazioni:

  • lo stalking richiede la reiterazione di atti e comportamenti volti alla minaccia o alla molestia. Si tratta, precisamente, di un reato abituale proprio; sono sufficienti anche due sole condotte di minaccia o molestia (1);
  • la condotta di minaccia o di molestia può essere individuata, nel suo contenuto, facendo riferimento anche agli artt. 612 e 660 c.p., sebbene lo stalking presenti caratteristiche peculiari che potrebbero dare vita, nella prassi giudiziaria, a definizioni parzialmente diverse rispetto a quelle contenute in tali norme;
  • i comportamenti devono essere intenzionali e devono avere l’effetto di provocare, alternativamente, un perdurante e grave stato di ansia o di paura, il fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da una relazione affettiva (tale relazione dovrà essere, verosimilmente, di una certa rilevanza), oppure il pregiudizio alle abitudini di vita, ossia quei comportamenti che rivestono un significato rilevante per la vita della vittima;
  • è un delitto plurioffensivo, poiché lede, in via principale, la libertà morale della persona, ma colpisce anche altri beni, quali l’incolumità personale e la riservatezza dell’individuo;
  • la reciprocità dei comportamenti molesti non esclude la configurabilità del delitto di atti persecutori, qualora sussista l’evento di danno, ossia lo stato d’ansia o di paura della presunta persona offesa, il suo effettivo timore per l’incolumità propria o di persone a essa vicine o la necessità del mutamento delle abitudini di vita (2).

L’art. 612bis c.p. contiene una clausola di riserva («salvo che il fatto costituisca più grave reato»).

Tuttavia, si tratta di una clausole inopportuna, poiché lo stalking presenta una propria specificità criminologica, per cui non appare collocabile in una posizione gerarchicamente inferiore o diversa rispetto ad altre fattispecie, che invece possono concorrere con esso (3).

L’art. 8, L. 38/2009 prevede l’ammonimento del questore, il quale, assunte se necessario informazioni dagli organi investigativi e sentite le persone informate dei fatti, ove ritenga fondata l’istanza, ammonisce oralmente il soggetto nei cui confronti è stato richiesto il provvedimento, invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge e redigendo processo verbale.

La pena per il delitto di cui all’art. 612bis c.p. è aumentata se il fatto è commesso da soggetto già ammonito.

Per il delitto di stalking si procede d’ufficio se il fatto è commesso da un soggetto già ammonito.

Unico episodio di percosse

Sempre sul versante delle condotte penalmente rilevanti, occorre evidenziare che la pronuncia di addebito richiesta da un coniuge per le violenze perpetrate dall’altro non è esclusa qualora risulti provato anche soltanto un unico episodio di percosse, trattandosi di un comportamento idoneo comunque a sconvolgere definitivamente l’equilibrio relazionale della coppia, poiché lesivo della pari dignità di ogni persona (4).

Requisiti per la proposizione della richiesta di addebito

La domanda di addebito deve essere contenuta nel ricorso introduttivo del giudizio di separazione, a pena di inammissibilità.

Non può, pertanto, essere proposta nella fase davanti al presidente del tribunale o in un momento successivo ad essa, perché introdurrebbe, nell’originario contenzioso, un nuovo tema d’indagine, non rappresentando mera deduzione difensiva o semplice sviluppo logico della contesa instaurata con la domanda di separazione (5).

Immutabilità del titolo della separazione

Si conferma, così, l’immutabilità del titolo della separazione, escludendosi che nel corso del giudizio di separazione il coniuge ricorrente (o resistente) possa chiedere l’addebito. La domanda di addebito è autonoma, e l’iniziativa di un coniuge di richiedere l’addebito della separazione all’altro coniuge, anche sotto l’aspetto procedimentale, non è una mera deduzione difensiva o un semplice sviluppo logico della contesa instaurata con la domanda di separazione, tanto che, se è proposta dalla parte attrice, deve essere inserita nell’atto introduttivo del giudizio, esorbitando dalla semplice emendatio libelli consentita in corso di causa e, se è proposta dalla parte convenuta, è soggetta ai tempi e ai modi della riconvenzionale (6).

Il coordinamento dei commi 1 e 2 dell’art. 151 c.c. evidenzia che la dichiarazione di addebito può essere adottata soltanto nell’ambito del giudizio di separazione, e integra un quid pluris che si affianca alla pronuncia di separazione, senza alterarne la natura e la consistenza, e senza delineare una diversa figura di separazione, contrapposta a quella priva di addebito.

Muovendo da tali premesse, una parte della giurisprudenza esclude la proponibilità della richiesta di addebito successivamente al giudizio di separazione, negando la possibilità di un mutamento a posteriori del titolo della separazione, poiché l’unicità del modello della separazione e l’indipendenza dei suoi presupposti dal verificarsi di condotte lesive dei doveri matrimoniali, autorizzano pronunce solo nel contesto espressamente contemplato dal comma 2 dell’art. 151 c.c., con l’affidamento della problematica sull’addebito allo stesso giudice chiamato a pronunciare la separazione (7).

Inoltre, poiché l’accertamento della crisi del rapporto coniugale e l’accertamento delle cause che la determinano sono sostanzialmente coincidenti, o quantomeno parzialmente sovrapponibili, e considerando che il tenore letterale dell’art. 151, comma 2, c.c., con il disporre che il giudice definisce la questione stessa «pronunciando la separazione», esprime una chiara scelta di contestualità delle rispettive statuizioni, non è consentito scindere la pronuncia di separazione e la pronuncia di addebito nemmeno all’interno del processo in cui l’una e l’altra sono state richieste.

Dal divieto di scissione si è desunta l’inammissibilità di una sentenza che si pronunci in via non definitiva sulla separazione e rinvii ad un momento successivo la decisione sull’addebito (8), con la conseguente inidoneità di detta sentenza non definitiva a costituire giudicato sulla separazione, anche ai fini della proponibilità della domanda di divorzio.

Natura autonoma della richiesta di addebito

Questo indirizzo è stato però sconfessato dalle Sezioni Unite (9). Si è affermato, cioè, che nel giudizio di separazione personale dei coniugi la richiesta di addebito, pur essendo proponibile solamente nell’ambito del giudizio di separazione, ha natura di domanda autonoma; infatti, presuppone l’iniziativa di parte, soggiace alle regole e alle preclusioni stabilite per le domande, ha una causa petendi (la violazione dei doveri nascenti dal matrimonio in rapporto causale con le ragioni giustificatrici della separazione, intollerabilità della convivenza o dannosità per la prole) e un petitum (statuizione destinata a incidere sui rapporti patrimoniali con la perdita del diritto al mantenimento e della qualità di erede riservatario e di erede legittimo) distinti da quelli della domanda di separazione.

Pertanto, l’impugnazione proposta con esclusivo riferimento all’addebito contro la sentenza che ha pronunciato la separazione e ha dichiarato l’addebitabilità, implica il passaggio in giudicato del capo sulla separazione, rendendo esperibile l’azione di divorzio in pendenza di detta impugnazione.

La giurisprudenza successiva si è uniformata a questa tesi, confermando che:

  • qualora sia stata chiesta la separazione con addebito, il giudice può limitare la decisione alla domanda di separazione, se ciò risponde a un apprezzabile interesse della parte e non sussiste, per la domanda stessa, la necessità di ulteriore istruzione (10), e l’annotazione nei registri dello stato civile potrà essere effettuata con il passaggio in giudicato della sentenza parziale sulla separazione;
  • l’impugnazione proposta con esclusivo riferimento all’addebito contro la sentenza che abbia pronunciato la separazione e, al contempo, ne abbia dichiarato (o negato) l’addebitabilità, implica il passaggio in giudicato del capo sulla separazione rendendo esperibile la domanda di divorzio, pur in pendenza di detta impugnazione (11).

Onere della prova

Grava sulla parte che richieda, per l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà, l’addebito della separazione all’altro coniuge, l’onere di provare la relativa condotta e la sua efficacia causale nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza, mentre è onere di chi eccepisce l’inefficacia dei fatti posti a fondamento della domanda, e quindi dell’infedeltà nella determinazione dell’intollerabilità della convivenza, provare le circostanze su cui l’eccezione si fonda, vale a dire l’anteriorità della crisi matrimoniale all’accertata infedeltà (12).

Il partner infedele

Con particolare riferimento all’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale, si tratta di una violazione particolarmente grave che, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, deve ritenersi, di regola, sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempre che non si accerti la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale mediante un riscontro rigoroso e una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, tale che risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale.

La figlia dell’amante non comporta l’addebito se la crisi era già insorta

Sotto questo profilo, la circostanza che un coniuge, nel corso del matrimonio, abbia avuto una figlia dall’amante senza aver nemmeno accennato all’altro coniuge l’intenzione di separarsi, non basta ad addebitargli la colpa per il naufragio del matrimonio, qualora il rapporto matrimoniale fosse entrato in crisi prima dell’inizio della relazione extraconiugale (13).

L’amore platonico

Come più volte ricordato, la Cassazione ha ripetutamente affermato che la relazione di un coniuge con estranei rende addebitabile la separazione, ai sensi dell’art. 151 c.c., non solo quando si sostanzi in un adulterio ma anche quando, in considerazione degli aspetti esteriori con cui è coltivata e dell’ambiente in cui i coniugi vivono, dia luogo a plausibili sospetti di infedeltà e comporti offesa alla dignità e all’onore dell’altro coniuge.

In aderenza a tali principi giurisprudenziali, deve escludersi che un legame esclusivamente platonico, consistente in contatti telefonici o via internet, possa assumere i connotati di una relazione sentimentale adulterina e, comunque, di una relazione idonea a suscitare plausibili sospetti di infedeltà coniugale traducibili in contegni offensivi per la dignità e l’onore dell’altro coniuge, purché tra gli amanti «a distanza» non vi sia un reciproco coinvolgimento sentimentale idoneo a minare la relazione coniugale (14).

note

(1) Cass. pen., V, 21-1-2010, n. 6417.

(2) Cass. pen., V, 5-2-2010, n. 17698.

(3) CADOPPI, Efficace la misura dell’ammonimento del questore, in Guida al diritto, 19/2009, 52.

(4) Cass. 14-1-2011, n. 817.

(5) Cass. 16-5-2007, n. 11305.

(6) Cass. 8-2-2006, n. 2818.

(7) Cass. 17-3-1995, n. 3098; Cass. 17-7-1997, n. 6566; Cass. 19-9-1997, n. 9317.

(8) Cass. 13-8-1998, n. 7945.

(9) Cass. S.U. 4-12-2001, n. 15279.

(10) App. Ancona 29-5-2004, in Dir. e lav. Marche, 2004, 3, 79.

(11) Cass. 10-6-2005, n. 12284.

(12) Cass. 19-2-2018, n. 3923.

(13) Cass. 2-12-2013, n. 27730.

(14) Cass. 12-4-2013, n. 8929.

Autore immagine: separazione di wavebreakmedia


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