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Assenza per malattia e lavoro presso terzi: quali rischi?

10 gennaio 2018 | Autore:


> Business Pubblicato il 10 gennaio 2018



Può essere licenziato il dipendente che, durante il periodo di assenza per malattia,  svolge un altro lavoro? Quali rischi per il dipendente che finge di essere malato?

Dal lavoro che nobilita a quello che “debilita” l’uomo il passo, alcune volte, è breve. E così capita che il dipendente si ammali e non possa andare a lavorare. E fin qui nessun problema. Ora: teoricamente, chi è malato (e lo è per davvero) non dovrebbe essere in grado di svolgere alcuna attività lavorativa. Non è raro, però, che il dipendente assente per malattia dal posto di lavoro venga sorpreso a svolgere la propria attività lavorativa a favore di terze persone.  Che succede in questi casi? Cosa rischia il dipendente che svolge un altro lavoro durante la malattia? Come dovrà comportarsi il datore di lavoro: è legittimo il licenziamento del dipendente che, durante il periodo di assenza per malattia, presti comunque la propria attività lavorativa a favore di terzi? Scopriamolo insieme.

Dipendente in malattia: il dovere di correttezza

Cominciamo innanzitutto con il dire che, ovviamente, il dipendente in malattia ha il dovere di non fingere fraudolentemente di essere ammalato, di comportarsi con diligenza e secondo buona fede e correttezza nei confronti del datore di lavoro, prendendo ogni precauzione al fine di non peggiorare le proprie condizioni di salute e di accelerare la guarigione. Ciò posto, quando un dipendente viene “pizzicato” a lavorare presso terzi durante il periodo di assenza per malattia dal posto di lavoro è necessario tenere distinte due diverse ipotesi e cioè:

  • i casi in cui il dipendente ha dissimulato il proprio stato di malattia, vale a dire ha finto di essere malato;
  • i casi in cui la malattia non sia simulata.

Vediamo perché.

Dipendente che svolge un altro lavoro durante la malattia

La distinzione sopra tracciata è importante perché in linea di principio, l’attività lavorativa resa dal dipendente durante il periodo di assenza dal posto di lavoro non costituisce, di per sé, un illecito disciplinare. Più nel dettaglio, se il dipendente svolge un’altra attività lavorativa durante la malattia e il lavoro svolto è compatibile con la convalescenza, non pregiudicando i tempi di guarigione, il datore di lavoro non può licenziarlo. Ciò è quanto chiarito da una recente sentenza della Cassazione [1], secondo la quale se l’attività non comporta il posticipo del rientro in azienda non si ha violazione dei doveri di correttezza e buona fede da parte del dipendente, pur se questi sia scoperto a svolgere un diverso lavoro altrove durante l’assenza per malattia dal posto di lavoro “ufficiale”.

Se, invece, l’ulteriore attività lavorativa svolta dal dipendente durante l’assenza per malattia è tale da pregiudicarne lo stato di salute, comportando il ritardo nella guarigione, il datore di lavoro può irrogare una sanzione disciplinare, sino al licenziamento nei casi più gravi.

Può essere licenziato il dipendente che svolge un altro lavoro durante la malattia?

Discorso del tutto diverso vale nel caso in cui lo stato di malattia sia soltanto simulato. Ed infatti, affinché non possano essere mosse delle contestazioni disciplinari, lo stato di malattia deve essere reale e non fittizio; inoltre, l’attività svolta non deve essere in concorrenza con quella del datore di lavoro. In buona sostanza, dunque, il lavoratore assente dal posto di lavoro per malattia può svolgere un’ulteriore e diversa attività lavorativa, a condizione che tale ultima occupazione sia compatibile con la patologia in atto e sia tale da non pregiudicare la guarigione ed il tempestivo rientro in azienda. In caso contrario, legittimo risulterà il licenziamento disciplinare.

Dipendente in malattia sorpreso a lavorare: quali rischi

La Corte di Cassazione è tornata di recente sul tema con due diverse sentenze (depositate a distanza di un giorno l’una dall’altra) dalle quali ben si può comprendere la differenza tra le due ipotesi sopra descritte, vale a dire: da un lato, i casi in cui il dipendente sia realmente malato e nonostante ciò decida di lavorare altrove; dall’altro, le ipotesi – ben più gravi – in cui il dipendente scoperto a lavorare altrove in realtà gode di ottima salute. Analizziamo cosa ha detto la Cassazione sul punto.

Con la prima sentenza [2]  la Suprema Corte si  è pronunciata su una controversia di lavoro che vedeva contrapposti il lavoratore assente per malattia (affetto, in particolare, da uno stato di disturbo dell’adattamento, alias “esaurimento nervoso”) e la società datrice di lavoro (il dipendente era un autista di pullman)  la quale era venuta a conoscenza che, nonostante la malattia,  il dipendente prestava attività lavorativa presso la tabaccheria della moglie. La domanda, dunque, sorge spontanea: è legittimo il licenziamento del dipendente in malattia che lavori altrove? È legittimo il licenziamento in queste ipotesi? Secondo la Corte di Cassazione no. Oltre a ribadire tutti i principi innanzi descritti, nel caso di specie, i giudici hanno fatto prevalere il buon senso, sottolineando la sostanziale differenza tra le due attività lavorative in rilievo (vale a dire: guida di un autobus, da un lato; e lavoro saltuario presso la tabaccheria di famiglia, dall’altro)  e che mentre l’attività in tabaccheria non poteva provocare di fatto danni particolari, diversamente mettersi alla guida di un pullman in quello stato psicofisico poteva rilevarsi attività assai differente e pericolosa.

Decisione diametralmente opposta, invece, è stata presa dalla Corte di Cassazione in una seconda sentenza [3]. In questo caso, però, veniva in rilievo un’ipotesi di simulazione dello stato di malattia. In sostanza, dunque, il lavoratore sorpreso a lavorare altrove aveva finto di essere malato per assentarsi dal posto di lavoro. Ebbene, la simulazione dello stato di malattia secondo i giudici rappresenta una giusta causa di licenziamento ed integra una grave violazione dei doveri generali di correttezza e buona fede, nonché degli specifici obblighi contrattuali di diligenza e fedeltà, costituendo, dunque, motivo di licenziamento legittimo.

note

[1] Cass. sent. n. 21667 del 19.09.2017.

[2] Cass. sent. n. 30417 del 19.12.2017.

[3] Cass. sent. n. 30607 del 20.12.2017.

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