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I figli minorenni possono rifiutare di vedere il padre?

23 Aprile 2019
I figli minorenni possono rifiutare di vedere il padre?

Diritti di visita: che fare se il bambino non vuol partecipare agli incontri con l’altro genitore? Lo si deve obbligare oppure si può far ricorso ai servizi sociali?

Quando una coppia si separa, i figli diventano spesso terreno di scontro e arma del ricatto dei genitori. Così, per quanto dovrebbero maturare una neutralità nell’ambito della crisi tra il padre e la madre, finiscono quasi sempre per appoggiare uno dei due. Questo comportamento è spesso determinato non da una valutazione personale, lucida e consapevole della situazione, ma da un riflesso condizionato (volutamente o meno) dal genitore con cui vivono. Nei casi più gravi si verifica una vera e propria alienazione, un rifiuto a vedere il genitore “estraneo”. Tutto ciò finisce spesso per sconfinare nell’illegalità: le sanzioni per il coniuge non collaborativo possono arrivare al risarcimento del danno, alla perdita della collocazione dei minori o, addirittura, dell’affidamento. È difatti obbligo del genitore convivente, di solito la madre, favorire gli incontri e il diritto di visita del padre, adoperandosi per rimuovere ogni resistenza eventualmente frapposta dai bambini. Questi ultimi hanno il sacrosanto diritto di mantenere rapporti amorevoli con entrambi i genitori (il cosiddetto diritto alla bigenitorialità), necessario a una crescita sana ed equilibrata.

Una cosa però sono le norme, un’altra i fatti. E proprio nei fatti succede che spesso sono i figli stessi a non partecipare agli incontri con il genitore. Di qui il dubbio che in molti si pongono: i figli minorenni possono rifiutare di vedere il padre?

Che succede se il bambino trova puntualmente una scusa per non vedere il papà, se fa capricci, piange e proprio non ne vuole sapere di stare da solo con lui? La madre è obbligata ugualmente a consegnarlo all’ex, nonostante la contraria volontà del giovane? Insomma, fin dove si spinge il dovere del genitore collocatario di rimuovere gli ostacoli che possono compromettere il diritto di visita del padre?

Una risposta è stata fornita dalla Cassazione con una ordinanza di poche ore fa [1], che ripercorre tuttavia un orientamento già sposato in passato. Vediamo qual è stato il chiarimento offerto dai giudici supremi.

Diritto alla bigenitorialità: cos’è?

In generale ogni figlio ha diritto di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni. Il figlio ha diritto di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti [2].

In caso di separazione e divorzio dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale [3].

Che fare se la madre non fa vedere i figli al padre

Di conseguenza, se il genitore presso cui i figli vivono (cosiddetto “genitore collocatario”) pone ostacoli all’esercizio del diritto di visita dell’altro o all’esercizio dell’affidamento condiviso, quest’ultimo può fare ricorso al giudice chiedendo un provvedimento per far cessare la condotta illecita o per chiedere la modifica o la revoca delle disposizioni sull’affidamento.

Il giudice può modificare i provvedimenti in vigore relativi all’affidamento e può disporre a carico del genitore colpevole delle condotte pregiudizievoli, le seguenti sanzioni, anche congiuntamente:

  • l’ammonizione;
  • il risarcimento dei danni a carico di uno dei genitori, nei confronti del minore o a carico di uno dei genitori, nei confronti dell’altro;
  • la condanna a una sanzione amministrativa, anche congiuntamente ai provvedimenti sopra esaminati;
  • la revoca della collocazione o dell’affidamento condiviso.

Si può addirittura sconfinare nel penale. La legge punisce infatti con un apposito reato chi elude l’esecuzione di un provvedimento del giudice civile che concerne l’affidamento di minori o di altre persone incapaci [4]. Le pena è la reclusione fino a 3 anni oppure la multa da 103 a 1.032 euro.

I figli maggiorenni possono decidere di non vedere il padre?

Una volta divenuti maggiorenni, i figli possono decidere tutto ciò che riguarda la loro sfera: il tribunale non può imporre loro il rispetto di alcun obbligo di residenza o di visita. Questo significa, innanzitutto, che il figlio può decidere con quale genitore stare; solo finché è minore la decisione spetta all’accordo dei genitori o, in assenza, al tribunale. Tribunale però che è obbligato a sentire il parere del minore stesso (obbligatorio senz’ombra di dubbio dopo i 12 anni, ma anche prima se il bambino risulta essere capace di “discernimento”).

Lo stesso vale se il figlio maggiorenne non vuole vedere il padre: il fatto che sia eticamente e moralmente auspicabile un comportamento contrario e che, quindi, anche la madre contribuisca a rimuovere eventuali preconcetti del ragazzo, quest’ultimo non può essere obbligato a vedere l’altro genitore.

Le cose vanno però diversamente per i figli minori di 18 anni.

I figli minorenni possono decidere di non vedere il padre?

Secondo la Cassazione, il genitore non collocatario non può imporre al figlio minorenne di stare con lui se quest’ultimo rifiuta categoricamente ogni rapporto. Al massimo il genitore può far ricorso al tribunale, affinché il giudice solleciti l’intervento dei servizi sociali per favorire il recupero del rapporto affettivo.

Prima della decisione, il giudice disporrà una consulenza tecnica sul minore per verificare le ragioni del suo diniego (se cioè dovute a motivi personali o all’influenza della madre). All’esito, in caso di totale chiusura del minore, il tribunale potrà tutt’al più sospendere le visite tra il genitore e il figlio, demandando ai servizi sociali il compito di monitorare la situazione e favorire la ripresa dei rapporti con il genitore.

Non si possono imporre rapporti affettivi – dice la Cassazione – visto che, per loro natura, sono incoercibili. Il compito delle istituzioni è piuttosto quello di favorire attraverso i servizi sociali una normalizzazione dei rapporti padre-figlio.


note

[1] Cass. ord. n. 11170 del 23.04.2019.

[2] Art. 315 bis co. 1 cod. civ.

[3] Art. 337 ter c. 1 cod. civ.

[4] Art. 388 c. 1 cod. pen.

Autore immagine: madre arrabbiata con figlio cerca di spiegare. Di Michal Kowalski


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2 Commenti

  1. Di regola, i minori infradodicenni non hanno adeguata, proficua capacità di discernimento e non possono fornire un valido, attendibile contributo per la soluzione dei problemi che li riguardano in seno ai giudizi sui loro rapporti con i genitori e con i soggetti che li hanno in cura, i giudici possono, con adeguata, esauriente motivazione necessaria, escludere dall’ascolto i minori anche di età superiore, qualora la partecipazione di essi al procedimento possa arrecare loro un danno non irrilevante, ovvero qualora essi non vogliano essere ascoltati, ovvero, ancora, qualora sia dubbio, comunque, il vantaggio che, in termini di elementi conoscitivi e di percezione del loro coinvolgimento nel procedimento, possa derivare dal loro ascolto, tanto più quando il procedimento ha da essere, nel loro interesse, celere; al riguardo, vanno tenute presenti le necessità di crescita che i minori dimostrino e la tempistica dell’età evolutiva.

  2. Con riferimento all’affidamento del figlio minore (era stato disposto che gli incontri tra il padre e la figlia minore avvenissero con l’ausilio e l’assistenza del consultorio familiare del luogo di dimora della figlia) il minore di età inferiore ai dodici anni, se capace di discernimento, deve essere sentito. La disposizioni conferisce al giudice un potere discrezionale di disporne l’ascolto, anche al fine di verificarne la capacità di discernimento, senza tuttavia imporgli di motivare stille ragioni della omessa audizione, salvo che la parte abbia presentato specifica istanza con cui abbia indicato gli argomenti e i temi di approfondimento ex articolo 336-bis, comma 2, del codice civile su cui ritenga necessario l’ascolto del minore.

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