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Sequestro pensione: come funziona

23 Aprile 2019
Sequestro pensione: come funziona

Anche al caso di sequestro si applicano le norme e i limiti previsti per il pignoramento di stipendio e pensione.

Potremmo parlare di due sentenze gemelle con riferimento alle due pronunce emesse dalla Cassazione proprio in questi giorni: la prima riferita al sequestro dello stipendio [1], la seconda invece, più recente, relativa al sequestro della pensione [2]. “Gemelle” perché portano alla medesima conclusione: l’impignorabilità di buona parte del conto corrente su cui vengono accreditate le mensilità dovute a dipendenti o pensionati. E ciò vale sia quando ad agire è un creditore qualsiasi (fosse anche l’agente della riscossione), sia quando invece è la Procura della Repubblica che, nell’ambito di un processo penale per evasione fiscale, ha disposto il sequestro preventivo sui beni del contribuente. Anzi, a dire il vero il pensionato dispone di una garanzia in più rispetto al lavoratore: il cosiddetto «minimo vitale», una somma che non gli può essere sottratta per qualunque ragione, volta a garantirgli il sostentamento proprio in ragione dell’età e delle condizioni fisiche (spesso accompagnate da disabilità e malattie).

Per comprendere come stanno le cose e cercare di capire meglio come funziona il sequestro della pensione, facciamo un esempio.

Sequestro della pensione: quando?

Immaginiamo una persona che, prima di andare in pensione, non abbia corrisposto allo Stato svariate imposte, tra cui l’Irpef e l’Iva dovute per l’attività lavorativa. Gli importi sono talmente alti da superare le soglie oltre le quali scatta il reato di evasione fiscale. Così, l’Agenzia delle Entrate lo denuncia e la Procura della Repubblica avvia le indagini. Nel corso delle stesse viene disposto anche il sequestro preventivo del conto in banca su cui il contribuente, nel frattempo riceve la pensione dall’Inps.

Ricordiamo che il sequestro preventivo è una misura disposta dal tribunale in svariate situazioni. Nel caso dell’evasore fiscale, essa serve ad evitare che il denaro – accumulato proprio grazie all’illecito – possa essere impiegato e speso dal responsabile. Si tratta, quindi, di una misura che anticipa la stessa confisca.

A questo punto, sorge il quesito: fin dove si può estendere il sequestro del conto corrente bancario su cui viene accreditata la pensione del contribuente?

La risposta è stata fornita dalla Suprema Corte.

I limiti al pignoramento della pensione

Con una riforma datata 2015 [3], il legislatore ha imposto dei nuovi limiti al pignoramento del conto corrente su cui viene accreditato (unicamente) lo stipendio o la pensione. In pratica, il pignoramento può avvenire solo:

  • sulle somme che eccedono il triplo della pensione sociale: per quanto riguarda i risparmi che si trovano già depositati in banca o alle poste prima della notifica della pensione o stipendio;
  • su massimo un quinto: sulle mensilità a titolo di pensione o stipendio accreditato dopo il pignoramento.

Leggi la guida Pignoramento stipendio: limiti.

Questi limiti valgono soltanto per lavoratori dipendenti o per pensionati. Per tutti gli altri debitori il conto può essere pignorato interamente.

Dunque, se lo stipendio è accreditato in data anteriore al pignoramento (si tratta cioè delle somme che sono già depositate sul conto al momento in cui arriva l’atto di pignoramento: è la cosiddetta giacenza bancaria) è pignorabile l’importo eccedente il triplo dell’assegno sociale.

Si fa questa operazione: stipendio mensile – (misura massima assegno sociale mensile x 3) = somma pignorabile. Ad esempio: 1.500 euro di stipendio – (448,07 x 3) = 155,91 euro. Ad esempio, su un conto corrente con un deposito di 3mila euro, nel momento in cui arriva il pignoramento si può “bloccare” solo quella parte di giacenza che supera 1.373,99 euro (al 2019 infatti la pensione sociale è di 457,99 euro che, moltiplicato per 3, fa appunto 1.373,99 euro). In pratica il pignoramento avverrà solo su 1.626,01 euro.

Se lo stipendio è accreditato alla data del pignoramento o successivamente (si tratta cioè delle somme che il datore di lavoro bonifica sul conto del dipendente mensilmente e dopo la notifica del pignoramento) è pignorabile l’intero stipendio nei seguenti limiti generali: a) per i crediti alimentari, nella misura autorizzata dal presidente del tribunale o dal giudice delegato; b) per ogni altro credito nel limite di 1/5; c) per il pignoramento in concorso di più cause creditorie (alimenti, tributi, altre cause) fino alla metà dello stipendio.

Si ricorda peraltro che se il pignoramento della pensione avviene direttamente in capo all’Inps, prima dell’accredito, esso può avvenire, nei limiti di un quinto, detratto il cosiddetto “minimo vitale”, somma pari a una volta e mezzo l’assegno sociale.

I limiti al sequestro della pensione

Con la sentenza in commento, la Cassazione non ha fatto altro che ribadire che i limiti previsti per il pignoramento si applicano anche al sequestro penale. Il medesimo ragionamento era stato fatto, sempre dalla Suprema Corte, anche con riferimento allo stipendio: anch’esso, in caso di sequestro preventivo, può essere “bloccato” nei medesimi termini previsti per il pignoramento.

In particolare per gli Ermellini, la riforma inserita nel Codice di procedura civile [3] prevede ora la pignorabilità e, di conseguenza anche la sequestrabilità in sede penale, anche delle somme versate nel conto corrente provenienti da pensione o da reddito da lavoro dipendente (stipendio, salario, altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, nonché a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione, o di assegni di quiescenza); somme che risultano pignorabili – e quindi sequestrabili – solo «per l’importo eccedente il triplo dell’assegno sociale, quando l’accredito ha luogo in data anteriore al pignoramento; quando l’accredito ha luogo alla data del pignoramento o successivamente, le predette somme possono essere pignorate entro massimo un quinto».

Insomma, per la Cassazione «il triplo dell’assegno sociale deve ritenersi una riserva per le vitali esigenze del soggetto e della sua famiglia, al pari dei 4/5 del trattamento stipendiale o di pensione. E così l’impignorabilità, in parte, dei versamenti effettuati dopo il pignoramento (o in penale il sequestro)».

Infatti scopo della legge è proprio quello di «consentire al lavoratore o al pensionato un minimo vitale per le sue esigenze primarie e per quelle della sua famiglia».

Risultato: i limiti sul pignoramento delle pensioni si estendono anche in caso di sequestro preventivo per la commissione di reati, anche di natura tributaria come l’evasione fiscale. Lo scudo sullo stipendio previsto dalla legge non tutela solo dai debiti ma anche dai reati. Le regole difatti approvate nel 2015 sui limiti di pignoramento si estendono anche in caso di sequestro penale preventivo.


note

[1] Cass. sent. n. 14606/2019.

[2] Cass. sent. n. 17386 del 23.04.2019.

[3] Art. 545 cod. proc. civ.

 Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 7 dicembre 2018 – 23 aprile 2019, n. 17386

Presidente Sarno – Relatore Socci

Ritenuto in fatto

1. Il Tribunale di Latina, quale giudice dell’esecuzione, con ordinanza del 7 giugno 2018 ha dichiarato che i 4/5 dell’importo complessivo degli emolumenti pensionistici che figurano sul conto corrente bancario ammontano ad Euro 2.455,92 e non ad Euro 32.934,00 come richiesto dal ricorrente C.R. .

Il G.I.P. del Tribunale di Latina con provvedimento del 6 dicembre 2017 in parziale accoglimento dell’istanza di C. aveva disposto il dissequestro nei limiti dei 4/5 degli importi complessivi degli emolumenti di pensione che risultavano versati nel conto corrente oggetto di sequestro preventivo (del 19 febbraio 2017). Il saldo del conto corrente al momento del sequestro preventivo era di Euro 51.979,13.

2. C.R. ha proposto ricorso per cassazione, per i motivi di seguito enunciati, nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1.

2. 1. Violazione di legge (D.P.R. n. 180 del 1950, art. 1 e 2, art. 321 c.p.p., D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 12 bis, e art. 322 ter c.p.).

Il P.M. aveva rigettato l’istanza del ricorrente per la restituzione della somma in relazione all’ordinanza del giudice di restituzione dei 4/5 degli emolumenti derivanti da pensione versati sul conto corrente oggetto di sequestro preventivo.

Il Tribunale ha rigettato il ricorso del ricorrente ritenendo corretto il calcolo del P.M. effettuato con la semplice detrazione dall’importo complessivo di Euro 51.979,13 della somma di Euro 38.131,68 (pari al totale di accrediti diversi dalla pensione) e dell’ulteriore importo di Euro 11.391,53 di un quinto di ciascun importo della pensione mensile versata. Il Tribunale ha pertanto errato nel ritenere tutte le uscite riferibili alla pensione e tutte le somme diverse accantonate. È un criterio arbitrario in quanto doveva eseguirsi un calcolo proporzionale per le due voci che comportava un risultato di e 30.478,08 in più da restituire in relazione ai 4/5 delle entrate da reddito da pensione. I bisogni primari del ricorrente sono stati soddisfatti dai prelievi sul conto corrente senza alcuna imputazione alle somme da pensione o ad accrediti di diversa natura. Inoltre il Tribunale illogicamente ha evidenziato la sequestrabilità degli emolumenti da pensione confluiti sul conto corrente in quanto risparmi, ma ciò è in palese contrasto con la precedente ordinanza (anche se fosse errata) che aveva disposto la restituzione delle somme sul conto corrente sequestrato dei 4/5 di natura pensionistica.

La decurtazione della somma di Euro 38.131,68 per accrediti diversi ritenuti non spesi dal ricorrente non risulta corretta, ed è illogica. Anche la decurtazione della somma di Euro 11.391,53 quali emolumenti pensionistici già spesi non risulta logica; invero ciò che risulta sequestrabile è il quinto di quanto esiste al momento de41 sequestro non di ciò che non è più esistente perché speso.

L’unico criterio logico è quello di applicare il criterio proporzionale (saldo da determinare con le stesse percentuali delle entrate, ovvero 79,20 % per pensione e 20,80 % per altro titolo).

Ha chiesto pertanto l’annullamento del provvedimento impugnato.

Considerato in diritto

3. Il ricorso è fondato in quanto il calcolo non ha tenuto conto dei criteri normativi e inoltre della specifica disposizione dell’art. 545 c.p.c., come modificata dalla L. n. 132 del 2015, di conversione del D.L. n. 83 del 2015.

La giurisprudenza sia civile e sia penale prima della riforma dell’art. 545 c.p.c., riteneva pignorabile (o sequestrabile) l’importo versato nel conto corrente del trattamento pensionistico o da retribuzione da lavoro dipendente (vedi per il civile: “In tema di esecuzione forzata presso terzi, il trattamento pensionistico versato sul conto corrente e pignorato in data antecedente all’entrata in vigore del D.L. n. 83 del 2015 (conv., con modif., in L. n. 132 del 2015), di modifica dell’art. 545 c.p.c., è sottoposto all’ordinario regime dei beni fungibili secondo le regole del deposito irregolare, in virtù del quale le somme versate perdono la loro identità di crediti pensionistici e, pertanto, non sono sottoposte ai limiti di pignorabilità dipendenti dalle cause che diedero origine agli accrediti, con conseguente applicazione del principio generale di cui all’art. 2740 c.c.” Sez. L -, Sentenza n. 26042 del 17/10/2018, Rv. 651193 – 01. Per il penale: ” In tema di sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente, il divieto, stabilito dall’art. 545 c.p.c., di pignoramento delle somme percepite a titolo di credito retributivo o pensionistico in misura eccedente il quinto del loro importo non opera quando le somme siano già state corrisposte all’avente diritto e si trovino confuse con il suo patrimonio mobiliare nella fattispecie depositate su un conto corrente intestato alla convivente dell’imputato -.” Sez. 2, n. 42553 del 22/06/2017 – dep. 18/09/2017, Giorgi, Rv. 27118301).

L’art. 545, c.p.c., espressamente disciplina ora la pignorabilità (e di converso la sequestrabilità in sede penale per identità di ratio) anche delle somme versate nel conto corrente provenienti da pensione o da reddito da lavoro dipendente (stipendio, salario, altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute aq causa di licenziamento, nonché a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione, o di assegni di quiescenza); somme che risultano pignorabili – e quindi sequestrabili – solo “per l’importo eccedente il triplo dell’assegno sociale, quando l’accredito ha luogo in data anteriore al pignoramento; quando l’accredito ha luogo alla data del pignoramento o successivamente, le predette somme possono essere pignorate nei limiti previsti dal terzo, quarto, quinto e comma 7, nonché dalle speciali disposizioni di legge”. Il triplo dell’assegno sociale deve ritenersi una riserva per le vitali esigenze del soggetto e della sua famiglia, al pari dei 4/5 del trattamento stipendiale o di pensione. E così l’impignorabilità, in parte, dei versamenti effettuati dopo il pignoramento (o in penale il sequestro).

Nessuna analisi ha compiuto l’ordinanza impugnata su tale fondamentale principio giuridico desumibile comunque dall’art. 545 c.p.c., comma 8. Disposizione che deve trovare applicazione anche nelle ipotesi di sequestro preventivo in quanto la ratio è quella di consentire al lavoratore o al pensionato un minimo vitale per le sue primarie esigenze (e per quelle della sua famiglia), come già evidenziato da questa Corte di Cassazione: “Il sequestro conservativo di somme di denaro relative a crediti retributivi può essere disposto in misura non superiore al quinto delle stesse, valendo in proposito i medesimi limiti posti dall’art. 545 c.p.c., all’esecuzione del pignoramento, limiti richiamati dall’art. 316 c.p.p., comma 1, (Fattispecie relativa ad annullamento con rinvio dell’ordinanza del tribunale del riesame, per difetto di motivazione sui motivi di ricorso concernenti i limiti di sequestrabilità)” (Sez. 5, n. 31733 del 26/05/2015 – dep. 21/07/2015, Valeria, Rv. 26476801; vedi anche Sez. U, n. 38670 del 21/07/2016 – dep. 16/09/2016, Culasso, Rv. 26759201 e Sez. 6, n. 16168 del 04/02/2011 – dep. 22/04/2011, P.C., De Biase e altro, Rv. 24932901).

3. 1. Inoltre il Tribunale dovendo determinare solo ed esclusivamente l’importo dei 4/5 (in relazione alla precedente ordinanza esecutiva, perché non impugnata – che ne aveva disposto la restituzione al ricorrente) in maniera palesemente illogica ha determinato come imputabili al trattamento di pensione tutti i prelievi avvenuti dal conto corrente, senza indicare elementi concreti e diversi d concreti verificabili, ma solo congetturali. E, soprattutto, non individuando i momenti dei versamenti sul conto corrente, se antecedenti al sequestro o successivi, al fine della corretta applicazione dell’art. 545 c.p.c., comma 8, come sopra richiamato.

L’ordinanza impugnata va, pertanto, annullata senza rinvio, con trasmissione degli atti alla Corte di appello di Venezia che, ai fini della nuova valutazione, si conformerà al principio di diritto affermato.

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame al Tribunale di Latina.


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