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Scappare con l’amante è lecito se la coppia è in crisi?

23 Aprile 2019
Scappare con l’amante è lecito se la coppia è in crisi?

Infedeltà coniugale perdonabile e niente addebito quando la crisi coniugale è già in atto e la comunione tra i coniugi è venuta meno. 

Un marito distratto, una moglie assente, i frequenti litigi non possono giustificare un tradimento o l’abbandono della casa. Ma scappare con l’amante diventa un atto consentito quando la coppia è già oggettivamente in crisi e la separazione è cosa pressoché scontata. A dirlo è un’ordinanza di oggi [1] della Cassazione che spiega quando l’infedeltà è legale e non comporta il cosiddetto “addebito”.

Potrebbe sembrare un principio rivoluzionario, una di quelle sentenze che fanno parlare giornali e social per intere settimane, la fine del “proibizionismo”; invece si tratta di un orientamento tutt’altro che nuovo. Non è infatti la prima volta che, per la giurisprudenza, tradire e scappare con l’amante è lecito se la coppia è in crisi. La ragione è semplice e merita di essere approfondita.

I tipici doveri del matrimonio sono la convivenza, la fedeltà, l’assistenza morale e materiale. Sicché commette illecito chi va via di casa con l’intenzione di non tornarvi più definitivamente; chi tradisce; chi si disinteressa del coniuge facendogli mancare i mezzi di sostentamento, l’affetto o l’assistenza morale e materiale. La violazione però di tali obblighi non comporta alcuna conseguenza se non il cosiddetto addebito ossia la perdita della possibilità di chiedere l’assegno di mantenimento e dei diritti di successione.

L’addebito è quindi l’unica sanzione che scatta in caso di tradimento o di abbandono della casa (eccezionalmente è consentito ottenere il risarcimento del danno quando le modalità dell’infedeltà, pubbliche e manifeste alla collettività, hanno infangato la reputazione del coniuge).

Secondo però la giurisprudenza, intanto si può subire l’addebito per una di queste condotte in quanto questa sia stata l’effettiva e unica causa della rottura del matrimonio. Sicché, se risulta che la coppia era già “scoppiata” per altre ragioni, non sarà di certo “l’ultima goccia nel vaso” a determinare la colpa per la rottura della convivenza. Ad esempio, una moglie che scappa di casa e non vi torna più perché il marito è violento e la picchia non può avere alcuna responsabilità. Peraltro, se priva di reddito sufficiente, può anche chiedere l’assegno di mantenimento.

E altrettanto dicasi in caso di infedeltà: se i coniugi non hanno più rapporti, litigano in continuazione, vivono ormai vite distinte e autonome, non si può certo attribuire la colpa del fallimento del matrimonio a chi tradisce l’altro. L’infedeltà non è la causa, bensì la conseguenza, di uno stato di sostanziale separazione.

Di qui il principio della Cassazione: non rischia che gli venga addebitata la separazione, né perde l’eventuale diritto a chiedere l’assegno di mantenimento, chi tradisce e scappa con l’amante, abbandonando la casa coniugale se la crisi coniugale era già in atto.

Chi chiede l’addebito a carico del coniuge che va via di casa non può limitarsi a dimostrare solo il fatto in sé dell’abbandono del tetto coniugale, ma deve anche provare che è stato proprio questo episodio a rompere ogni legame affettivo tra i coniugi, rendendo così la convivenza intollerabile. La giurisprudenza ritiene infatti che non costituisce violazione di un dovere coniugale la cessazione della convivenza quando ormai l’amore tra marito e moglie è definitivamente venuto meno e la crisi del matrimonio deve considerarsi irreversibile.

In altre parole, «l’allontanamento di uno dei coniugi dalla casa familiare costituisce, in difetto di giusta causa, violazione dell’obbligo di convivenza e la parte che, conseguentemente, richieda la pronuncia di addebito della separazione ha l’onere di provare il rapporto di causalità tra la violazione e l’intollerabilità della convivenza, gravando, invece, sulla controparte la prova della giusta causa».

Dicevamo che l’orientamento non è nuovo. Ha scritto in passato la Cassazione [4] che il coniuge che richiede l’addebito deve provare che l’irreversibile crisi coniugale è ricollegabile esclusivamente al comportamento dell’altro contrario ai doveri nascenti dal matrimonio. Deve inoltre dimostrare l’esistenza di un nesso causale tra il comportamento del coniuge e l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza.

Se il coniuge che richiede l’addebito si è allontanato dalla casa coniugale deve provare non solo che l’allontanamento dalla casa coniugale è avvenuto per giusta causa, dovuta alla tensione tra i coniugi, ma anche il nesso di causalità tra detto comportamento e l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza [5].


note

[1] Cass. sent. n. 14606/2019.

[2] Cass. sent. n. 17386 del 23.04.2019.

[3] Art. 545 cod. proc. civ.

Autore immagine: coppia di alberi sotto acqua. Di Lightspring

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 2 ottobre 2018 – 23 aprile 2019, n. 11162

Presidente Di Virgilio – Relatore Bisogni

Rilevato che

1. Il Tribunale di Sassari con sentenza n. 52/2016 ha pronunciato la separazione dei coniugi Ma. No. e Ma. Li. Nu. e ha posto a carico del sig. No. un assegno mensile di 400 Euro a titolo di contributo al mantenimento delle figlie maggiorenni e non ancora indipendenti economicamente e un assegno mensile di mantenimento in favore della sig.ra Nu. di 150 Euro mensili. Ha respinto la domanda di addebito della separazione proposta dalla Nu. e ha compensato interamente le spese di lite.

2. Ha proposto appello dinnanzi la Corte di Appello di Cagliari, sezione distaccata di Sassari, Ma. Li. Nu. insistendo nella domanda di addebito in considerazione della relazione extra-coniugale intrattenuta dal marito e dell’abbandono del domicilio coniugale. Circostanze che avrebbero determinato la crisi irreversibile del matrimonio. Ha contestato l’appellante la mancata ammissione delle prove testimoniali richieste e ritenute dal Tribunale generiche e insufficienti.

3. La Corte di appello di Cagliari, sez. distaccata di Sassari, ha respinto il gravame rilevando che le prove testimoniali articolate dalla appellante in primo grado non erano state ammesse per la loro genericità mentre all’udienza di precisazione delle conclusioni non vi era stata alcuna richiesta di revoca dell’ordinanza di rigetto ma solo una generica richiesta di accoglimento delle conclusioni “assunte nei rispettivi atti”.

4. Avverso la sentenza della Corte d’appello Ma. Li. Nu. propone ricorso per cassazione articolato in due motivi.

Ritenuto che

5. Con il primo motivo di ricorso si deduce, ex art. 360 n. 3 c.p.c, la violazione e falsa applicazione degli artt. 184, 189, 346 c.p.c. laddove il giudice del gravame ha ritenuto l’appello infondato, sull’assunto per cui le istanze istruttorie di cui al primo grado, rigettate con ordinanza, non riproposte in sede di precisazione delle conclusioni, sono da intendersi rinunciate.

6. Il motivo è infondato. Correttamente la Corte di appello ha richiamato la giurisprudenza di legittimità (Cass. civ. sez. VI-2 n. 10748 del 27 giugno 2012) che afferma come l’interpretazione degli artt. 189, 345 e 346 cod. proc. civ., secondo cui l’istanza istruttoria non accolta nel corso del giudizio, che non venga riproposta in sede di precisazione delle conclusioni, deve reputarsi tacitamente rinunciata, non determina alcuna compromissione dei diritti fondamentali di difesa e del diritto ad un giusto processo, poiché dette norme processuali, per come interpretate, senza escludere né rendere disagevole il diritto di “difendersi provando”, subordinano, piuttosto, lo stesso ad una domanda della parte che, se rigettata dal giudice dell’istruttoria, va rivolta al giudice che decide la causa, così garantendosi anche il diritto di difesa della controparte, la quale non deve controdedurre su quanto non espressamente richiamato. La interpretazione della volontà della parte di ritenere implicita la conferma della richiesta di ammissione delle prove non è consentita perché preclusa dal principio della assoluta inequivocità della posizione difensiva sottoposta al giudice che deciderà la causa al fine di tutelare il contrapposto diritto di difesa della parte avversaria e dal regime dei “nova” in appello relativamente alle istanze istruttorie (Cass. civ. sez. II n. 22709 del 28 settembre 2017, sez. III n. 16866 del 10 agosto 2016 e n. 9410 del 27 aprile 2011; cfr. anche Cass. civ. sez. I n. 15860 del 10 luglio 2014 e Cass. civ. sez. II n. 15875 del 10 settembre 2015).

7. Con il secondo motivo di ricorso si deduce, ex art. 360 n. 5 c.p.c. l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, che è stato oggetto di discussione fra le parti, in violazione dell’art. 112 c.p.c. e degli artt. 143, 146, 151, laddove il giudice del gravame non ha motivato sulla circostanza dell’abbandono del tetto coniugale da parte del No., quale causa di addebito della separazione.

8. Il motivo è inammissibile perché la Corte di appello ha ritenuto che la mancata proposizione delle istanze istruttorie, oltre a costituire l’oggetto esclusivo del gravame, si riferisse alla domanda di addebito nel suo complesso senza distinzioni, quindi, per ciò che concerne la richiesta di addebito, tra la deduzione di infedeltà coniugale e di abbandono del tetto coniugale. Si tratta di una valutazione logica che si giustifica con la interrelazione esistente fra i due comportamenti. Il fatto in sé dell’abbandono del tetto coniugale doveva comunque essere provato non solo quanto alla sua concreta verificazione ma anche nella sua efficacia determinativa della intollerabilità della convivenza e della rottura dell’affectio coniugalis. La giurisprudenza ritiene infatti che non costituisce violazione di un dovere coniugale la cessazione della convivenza quando ormai il legame affettivo fra i coniugi è definitivamente venuto meno e la crisi del matrimonio deve considerarsi irreversibile (cfr. Cass. civ. sez. VI-1 n. 25966 del 15 dicembre 2016 secondo cui “l’allontanamento di uno dei coniugi dalla casa familiare costituisce, in difetto di giusta causa, violazione dell’obbligo di convivenza e la parte che, conseguentemente, richieda la pronuncia di addebito della separazione ha l’onere di provare il rapporto di causalità tra la violazione e l’intollerabilità della convivenza, gravando, invece, sulla controparte la prova della giusta causa”). Relativamente a questi profili il ricorso si dimostra privo completamente di autosufficienza ed equivocamente prospettato sia come omesso esame che come violazione dell’art. 112 c.p.c. 9. Il ricorso per cassazione va pertanto respinto senza statuizioni sulle spese processuali.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Dispone che in caso di pubblicazione della presente ordinanza siano omesse le generalità e gli altri elementi identificativi delle parti.

Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del D.P.R. n. 115/2002, dà atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dell’art. 13 comma 1 bis del D.P.R. n. 115/2002.


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