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Pensione reversibilità all’ex coniuge

24 Aprile 2019
Pensione reversibilità all’ex coniuge

Coniuge separato: per ottenere la pensione di reversibilità è necessario avere anche il mantenimento?

È ancora tutt’altro che certo se la pensione di reversibilità all’ex coniuge spetti solo a condizione che questi abbia già ottenuto il riconoscimento dell’assegno di divorzio o se tale requisito non è indispensabile. I contrasti giurisprudenziali sorgono anche in capo alla stessa Cassazione che, se qualche giorno fa aveva dato una risposta negativa al problema (sicché la pensione di reversibilità all’ex coniuge spetterebbe con o senza mantenimento [1]), con un’ultima pronuncia [2] ha invece fatto dietrofront. 

Cerchiamo allora di capire meglio cos’è la pensione di reversibilità spettante al coniuge separato, in quali casi quest’ultimo può rivendicarla e quando invece perde il relativo diritto. All’esito di tali chiarimenti potremo infine comprendere se può rivendicare la pensione di reversibilità l’ex coniuge separato che ha ottenuto l’assegno di divorzio o anche chi non l’ha ottenuto.

Cos’è la pensione di reversibilità?

Se muore un pensionato o un lavoratore in possesso dei requisiti per il diritto alla pensione di vecchiaia o di invalidità, i familiari superstiti hanno diritto ad un assegno erogato dall’Inps che viene detto pensione ai superstiti. Questo contributo mensile si chiama in modo diverso a seconda della situazione in cui si verte: 

  • pensione di reversibilità: è quella liquidata in seguito alla morte del soggetto che si è già pensionato e che pertanto stava ricevendo regolarmente le mensilità della pensione dall’Inps;
  • pensione indiretta: è quella liquidata in seguito alla morte del lavoratore non ancora titolare di pensione. 

Dunque la pensione ai superstiti spetta in una delle due seguenti situazioni ed a prescindere dall’età che il defunto aveva al momento della morte:

  • il deceduto era titolare di pensione di vecchiaia o di anzianità o di inabilità;
  • al momento del decesso l’assicurato aveva raggiunto i requisiti contributivi per le prestazioni di invalidità (cinque anni di contribuzione di cui almeno tre nell’ultimo quinquennio precedente la data di morte) o quelli richiesti per la pensione di vecchiaia.

Sebbene sia dunque più corretto parlare di «pensione ai superstiti», essendo la pensione di reversibilità solo una delle due ipotesi previste dalla legge, è proprio quest’ultima espressione che viene generalmente usata per indicare l’assegno dell’Inps, sia con riferimento alla pensione di reversibilità vera e propria che a quella indiretta. Ci riferiremo anche noi a questo termine, in linea con l’abitudine popolare.

Chi ha diritto alla pensione di reversibilità?

La pensione ai superstiti spetta:

  • al coniuge;
  • ai figli;
  • ai genitori;
  • ai fratelli celibi e le sorelle nubili.

Per ognuno di tali soggetti i presupposti per ottenere l’assegno dell’Inps sono diversi. Noi, tuttavia, in questa guida, ci occuperemo solo della pensione di reversibilità all’ex coniuge.

Hanno diritto alla pensione di reversibilità anche i superstiti dell’assicurato che sia deceduto nel corso del mese di presentazione della domanda di pensione di inabilità (sempre che sussistano i requisiti richiesti per il riconoscimento del diritto) oppure nel corso del mese di perfezionamento dei requisiti.

La pensione di inabilità (anche se materialmente non ancora erogata) trasmette ai superstiti la maggiorazione contributiva spettante al dante causa riconosciuto inabile.

Se il lavoratore deceduto era titolare di una pensione supplementare diretta, ai familiari superstiti è corrisposta una pensione supplementare di reversibilità.

Quando si può ottenere la pensione di reversibilità?

Per ottenere la pensione ai superstiti dall’Inps è necessario che, alla morte del pensionato/lavoratore, il familiare fosse a suo carico. Questo requisito si presume per i figli minori (sicché questi non devono fornire alcuna prova in merito) mentre è subordinato alla prova per gli altri soggetti.

Invece al coniuge superstite del pensionato o del lavoratore deceduto, la pensione di reversibilità spetta in automatico: non è richiesta alcuna ulteriore condizione soggettiva per il conseguimento della pensione.

Il convivente di fatto non rientra tra i beneficiari della pensione di reversibilità.

Pensione di reversibilità all’ex coniuge separato

Anche il coniuge separato ha diritto alla pensione di reversibilità. Tale diritto gli spetta anche se ha subito l’addebito nel corso della causa di separazione [3]. Tale aspetto è stato confermato anche dalla Cassazione [4]: al coniuge responsabile per la fine del matrimonio, e quindi che ha ricevuto l’addebito, spetta la reversibilità. Leggi Separato con addebito: mi spetta la reversibilità? Ciò perché la funzione di tale assegno è prevenire (e non andare a risolvere quando già conclamata) una situazione di difficoltà economica.

Veniamo ora al presupposto più controverso. Ci si è chiesto se la pensione di reversibilità spetti anche all’ex coniuge che non ha ottenuto l’assegno di mantenimento oppure se quest’ultimo sia un requisito indispensabile. Gli orientamenti, come dicevamo in apertura, sono due e opposti. Secondo una prima tesi, può ottenere la reversibilità solo il coniuge superstite che ha ottenuto con la separazione l’assegno di mantenimento o l’assegno alimentare [5]; secondo un diverso orientamento, il diritto alla pensione sussiste a prescindere dalla previsione in sede di separazione dell’obbligo di versare l’assegno di mantenimento o alimentare [6].

La pensione di reversibilità spetta anche al coniuge separato che ha rinunciato all’eredità: si tratta infatti di un diritto personale e non successorio, che non dipende quindi dall’accettazione dell’eredità ma dal rapporto di coniugio.

Pensione di reversibilità all’ex coniuge divorziato

La pensione di reversibilità all’ex coniuge divorziato spetta solo in presenza delle seguenti condizioni:

  • il coniuge superstite non deve essersi risposato;
  • il coniuge superstite non deve aver accettato l’assegno di mantenimento in un’unica soluzione (cosiddetto una tantum). E ciò perché il pagamento del mantenimento “una tantum”, secondo la Cassazione [7], fa venir meno, in capo al beneficiario, qualsiasi ulteriore diritto di contenuto patrimoniale nei confronti dell’altro coniuge. Allo stesso modo, la pensione di reversibilità non spetta al coniuge divorziato che abbia ottenuto, al posto dell’assegno divorzile, il diritto di abitazione sulla casa appartenente all’ex coniuge [8];
  • perfezionamento in capo al coniuge deceduto dei requisiti di assicurazione e contribuzione stabiliti dalla legge;
  • inizio del rapporto assicurativo dell’assicurato o del pensionato anteriore alla data della sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio.

Finiamo anche qui con trattare il problema dell’assegno di divorzio. Anche per i coniugi che hanno divorziato – come per quelli separati – si è posto il problema se, per ottenere, la pensione di reversibilità, sia necessaria la sussistenza dell’assegno divorzile (che sostituisce quello di mantenimento). 

Con una sentenza dello scorso 15 marzo la Cassazione aveva detto [1] che all’ex coniuge superstite spetta la reversibilità anche senza mantenimento. In altre parole, il fatto che il giudice non abbia riconosciuto a quest’ultimo il diritto all’assegno mensile non ha alcun effetto. Leggi Reversibilità all’ex coniuge senza mantenimento. Ora invece è stato detto l’esatto contrario. Con una sentenza più recente [2] la stessa Corte ha affermato: affinché al coniuge divorziato sia riconosciuta la pensione di reversibilità (o una quota di essa in caso di concorso con altro coniuge superstite), occorre che il richiedente, al momento della morte dell’ex coniuge, risulti titolare di assegno di divorzio, riconosciutogli dal tribunale con la sentenza di divorzio.

Il riconoscimento della pensione di reversibilità, in caso di concorso con altro coniuge superstite, presuppone che il richiedente, al momento della morte dell’ex coniuge, risulti titolare di assegno di divorzio giudizialmente riconosciuto dal tribunale. A tal fine, occorre la sentenza che abbia pronunciato lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, o anche una successiva sentenza emessa in sede di revisione.

In altre parole, secondo la Cassazione, non basta che il richiedente versi nelle condizioni per ottenere l’assegno di divorzio e neppure che, in via di fatto o anche per effetto di private convenzioni intercorse tra le parti, abbia ricevuto regolari elargizioni economiche dal de cuius quando questi era in vita.

Nuovo matrimonio e divisione della pensione di reversibilità

Se l’ex coniuge deceduto si è risposato, la pensione spetta sia al coniuge divorziato che al coniuge superstite sempre che entrambi ne abbiano i requisiti.

Se, oltre al coniuge superstite vi sono altri coniugi divorziati, la pensione viene ripartita tra tutti gli aventi diritto. La ripartizione in quote della pensione di reversibilità viene comunque effettuata dal tribunale, tenendo conto della durata legale dei rispettivi matrimoni. Di solito, al primo coniuge va il 40% della reversibilità. Tuttavia tale criterio “temporale”, per quanto preponderante, non è l’unico. Il giudice può infatti applicare correttivi con discrezionalità. Fra tali correttivi vi sono:

  • l’ammontare dell’assegno goduto dal coniuge divorziato prima del decesso dell’ex coniuge;
  • le condizioni dei soggetti coinvolti nella vicenda; ciò al fine di evitare, ad esempio, che l’ex coniuge sia privato dei mezzi indispensabili per mantenere il tenore di vita che gli avrebbe dovuto assicurare nel tempo l’assegno di divorzio.

In caso di decesso o successive nozze del coniuge superstite, il coniuge divorziato titolare di una quota della pensione ai superstiti ha diritto all’intero trattamento; allo stesso modo l’intero trattamento deve essere erogato al coniuge superstite se il coniuge divorziato cessa dal diritto alla prestazione.

note

[1] Cass. sent. n. 7464/19 del 15.03.2019.

[2] Cass. ord. n. 11129/2019 del 19.04.2019.

[3] C. Cost. sent. n. 450/1989.

[4] Cass. sent. n. 2606/18.

[5] Cass. 19 marzo 2009 n. 6684; Cass. 18 giugno 2004 n. 11428.

[6] Cass. 25 febbraio 2009 n. 4555; Cass. 16 ottobre 2003 n. 15516.

[7] Cass. sent. n. 9054/16 del 5.05.2016.

[8] Cass. 22 aprile 2013 n. 9660.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza 20 febbraio – 19 aprile 2019, n. 11129

Presidente Manna – Relatore Calafiore

Rilevato in fatto

che:

con ricorso al Tribunale di Roma, l’avvocata T.F. , previo accertamento nei confronti dell’ENPAM del diritto dell’ex coniuge M.C. ad ottenere la pensione ordinaria, chiese che le venisse riconosciuta la pensione di reversibilità sulla medesima pensione a seguito del decesso del predetto coniuge divorziato (avvenuto il 21 ottobre 2006) e ciò, in via principale, sul presupposto della titolarità dell’assegno di mantenimento come stabilito dalla sentenza del Tribunale di Roma n. 8354 del 1991, resa in sede di giudizio di separazione e mai modificata dalla successiva sentenza n. 16311 del 1995 che aveva dichiarato la cessazione degli effetti civili del matrimonio ed, in via subordinata, sulla base della titolarità iure proprio della pensione di reversibilità in quanto coniuge divorziata del dottor M. ed in relazione alla posizione contributiva del medesimo e dello stato di bisogno dell’istante al momento del divorzio;

la ricorrente aveva spiegato che in sede di separazione era stato fissato il contributo dovuto dal marito sia per il mantenimento dei tre figli della coppia che della stessa moglie, mentre la sentenza che aveva dichiarato la cessazione degli effetti civili del matrimonio aveva determinato il contributo per i soli figli affidati alla madre e non l’assegno di mantenimento in favore della stessa T. ; da tale circostanza, ad avviso della ricorrente, doveva trarsi il convincimento che era rimasto valido il contenuto della sentenza di separazione quanto all’assegno di mantenimento in proprio favore;

il Tribunale adito respingeva la domanda sul rilievo che l’assegno previsto in sede di separazione, di natura alimentare e fondato sul presupposto della permanenza del vincolo coniugale, non poteva rivivere una volta dichiarata la cessazione degli effetti del matrimonio; inoltre, difettava, in capo alla ricorrente, la titolarità appunto di un assegno di divorzio (i cui presupposti fattuali non erano stati neppure allegati), individuata come presupposto del diritto vantato ai sensi della richiamata L. n. 898 del 1970, art. 9, commi 2 e 3, e della L. n. 263 del 2005;

la Corte d’appello di Roma, pronunciando sull’impugnazione dell’avvocata T.F. , con sentenza n. 1166 del 2017, ha confermato la sentenza di primo grado assumendo che la circostanza, preliminare ed assorbente rispetto ad ogni altra considerazione di merito, relativa alla mancata attribuzione all’appellante di un assegno di divorzio a carico del M. fosse sufficiente per escludere la fondatezza dell’impugnazione proposta, alla luce della piena applicabilità alla fattispecie della L. n. 263 del 2005, art. 5, che aveva reso evidente il carattere essenziale del possesso della titolarità del diritto all’assegno di divorzio riconosciuto dal Tribunale che pronuncia lo scioglimento del matrimonio o la cessazione degli effetti civili dello stesso;

inoltre, il precedente costituito da Cassazione n. 21598 del 2014 non poteva ritenersi idoneo a suffragare la domanda avanzata dalla T. , in quanto relativo a fattispecie del tutto diversa e peculiare in cui il riconoscimento del diritto all’assegno di divorzio era intervenuto a seguito di due gradi di giudizio nelle more di quello per l’ottenimento della pensione di reversibilità; quanto poi ai prospettati dubbi di costituzionalità, la Corte ha rilevato che i medesimi erano stati ritenuti infondati da Corte Costituzionale n. 777 del 1988;

per la cassazione di tale sentenza, ricorre T.F. , deducendo due motivi di gravame ed una (subordinata) questione di legittimità costituzionale, ai quali resiste con controricorso l’E.N.P.A.M..

Considerato in diritto

CHE:

con il primo motivo di impugnazione, la ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione di norme di legge (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), deducendo la violazione degli effetti del giudicato interno da parte della sentenza impugnata con riguardo al diritto alla pensione di reversibilità come formatosi in primo grado in mancanza di appello incidentale, posto che, ad avviso della ricorrente, la domanda subordinata di accertamento del diritto all’assegno di divorzio in via incidentale nel corso del presente giudizio era stata rigettata nel merito- per il difetto di prova circa lo stato di bisogno- e ciò avrebbe implicato l’implicito accoglimento della premessa logica dell’astratta possibilità di ottenere tale accertamento;

con il secondo motivo si deduce la violazione e falsa applicazione del L. n. 898 del 1970, art. 9, comma 2, in relazione alla L. n. 263 del 2005, art. 5, in relazione alla possibilità o meno che la titolarità dell’assegno divorzile abbia ad essere decisa, quale questione pregiudiziale rispetto al riconoscimento della pensione di reversibilità, anche in sede diversa da quella del giudizio di divorzio;

si sostiene che il Tribunale prima e la Corte di Appello poi avrebbero dovuto unicamente valutare, ora per allora, se effettivamente sussistevano i presupposti per la modifica delle condizioni e, quindi, ritenere fondata la relativa domanda quanto all’attribuzione di un assegno, riconoscendo in astratto, e perciò statuendo, la revisione delle disposizioni concernenti la misura e le modalità dei contributi da corrispondere ai sensi della L. n. 898 del 1970, artt. 5 e 6, e successive modificazioni, così da affermare il diritto della coniuge divorziata alla pensione di reversibilità;

i due motivi non sono fondati;

quanto al primo motivo deve riaffermarsi il principio (Cass. 24358 del 2018; Cass. 21566 del 2017) secondo cui il giudicato interno può formarsi solo su capi di sentenza autonomi, che cioè risolvano una questione controversa avente una propria individualità ed autonomia, così da integrare astrattamente una decisione del tutto indipendente; sono privi del carattere dell’autonomia i meri passaggi motivazionali, ossia le premesse logico-giuridiche della statuizione adottata, come pure le valutazioni di meri presupposti di fatto che, unitamente ad altri, concorrono a formare un capo unico della decisione;

dunque, nessun giudicato interno può essersi formato in ordine all’astratto diritto ad ottenere l’accertamento ora per allora della titolarità dell’assegno divorzile sulla base del mero passaggio logico derivante dalla constatazione dell’assenza di allegazione e prova dello stato di bisogno economico sofferto dal coniuge divorziato che, di per sé, impedisce qualsiasi positivo accertamento;

quanto al secondo motivo, va rilevato che le ragioni che lo sostengono non offrono argomenti differenti da quelli già esaminati da questa Corte di legittimità (in particolare vd. Cass. n. 12149 del 2007; Cass. n. 5422 del 2006) per cui a tali precedenti va data continuità;

ai sensi della L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 9, come sostituito dalla L. 6 marzo 1987, n. 74, art. 13, il coniuge rispetto al quale sia stata pronunciata la sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio e che non sia passato a nuove nozze, può vantare il diritto, in caso di morte dell’ex coniuge, all’attribuzione della pensione di reversibilità (a tenore del comma 2, della disposizione sopra richiamata) o di una quota di questa, secondo quanto dettato dal successivo comma 3, per l’ipotesi che esista un coniuge superstite avente i requisiti per goderne e con il quale debba concorrere, subordinatamente alla presenza della condizione, espressamente posta dalla norma, che l’istante sia “titolare” dell’assegno di cui alla citata L. n. 898 del 1970, art. 5, come modificato dalla parimenti citata L. n. 74 del 1987, art. 9;

al riguardo, malgrado non siano mancate talune (minoritarie) pronunce di segno contrario (così, Cass. 17 gennaio 2000, n. 457; Cass. 25 marzo 2005, n. 6429), la prevalente giurisprudenza di questa Corte si è orientata nel senso di ritenere che il riconoscimento del diritto del coniuge divorziato alla pensione di reversibilità o ad una quota di essa in caso di concorso con altro coniuge superstite, di cui alla L. n. 898 del 1970, menzionato art. 9, commi 2 e 3, e successive modificazioni, presuppone che il richiedente, al momento della morte dell’ex coniuge, risulti titolare di assegno di divorzio che, a norma della L. n. 898 del 1970, richiamato art. 5, e successive modificazioni, sia stato giudizialmente riconosciuto dal Tribunale, dietro proposizione della relativa domanda e nel concorso dei relativi presupposti (mancanza di mezzi adeguati o impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive), attraverso la sentenza che abbia pronunciato lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio ovvero attraverso la successiva sentenza emessa in sede di revisione, non essendo sufficiente che detto richiedente versi nelle condizioni per ottenere l’assegno in parola e neppure che, in via di fatto o anche per effetto di private convenzioni intercorse tra le parti, abbia ricevuto regolari erogazioni economiche dal de cuius quando questi era in vita (Cass. 27 novembre 2000, n. 15242; Cass. 18 luglio 2002, n. 10458; Cass. 10 ottobre 2003, n. 15148; Cass. 5 agosto 2005, n. 16560; Cass. 13 marzo 2006, n. 5422; Cass. 29 settembre 2006, n. 21129);

la L. 28 dicembre 2005, n. 263, all’art. 5, il quale costituisce norma interpretativa e, quindi, retroattiva nonché applicabile ai giudizi in corso (cfr. Corte Cost. n. 374 del 2002), stabilisce che “Le disposizioni di cui alla L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 9, commi 2 e 3, e successive modificazioni, si interpretano nel senso che per titolarità dell’assegno ai sensi dell’art. 5, deve intendersi l’avvenuto riconoscimento dell’assegno medesimo da parte del Tribunale ai sensi della citata L. n. 898 del 1970, predetto art. 5”;

del tutto correttamente, quindi, la Corte Territoriale ha rigettato l’appello proposto dall’odierna ricorrente, sul rilievo preliminare ed assorbente (rispetto ad) ogni altra considerazione di merito che assume la circostanza della mancata attribuzione all’attuale reclamante di un assegno divorzile a carico dell’ex coniuge;

né, del resto, rispetto ad una simile interpretazione (giurisprudenziale ed autentica) delle disposizioni in argomento, possono trovare ingresso i dubbi di legittimità costituzionale (onde la relativa questione è da ritenere manifestamente infondata) sollevati dalla ricorrente con riferimento al parametro costituito dall’art. 24 Cost., e dal principio di effettività della tutela giurisdizionale che esso esprime, in relazione al fatto che l’ex coniuge non titolare di assegno al momento del decesso del pensionato diretto si vedrebbe imposto un limite temporale irrazionale ed ingiustificato alla tutela del diritto;

in particolare, la questione prospettata non considera che il diritto alla reversibilità non si confonde con quello all’assegno di divorzio ma tra i due diritti vi è un nesso genetico e funzionale ed è questa la ragione per cui non può confondersi l’effettività della tutela relativa al diritto all’assegno divorzile con quella relativa alla reversibilità della pensione diretta dell’ex coniuge, come si desume dalla fisionomia del diritto del coniuge titolare di assegno di divorzio alla pensione di reversibilità delineata sia dalla giurisprudenza costituzionale che da quella di legittimità;

così per Corte Costituzionale n. 419 del 20 ottobre 1999 “ (…) la pensione di reversibilità realizza la sua funzione solidaristica in una duplice direzione. Nei confronti del coniuge superstite, come forma di ultrattività della solidarietà coniugale, consentendo la prosecuzione del sostentamento prima assicurato dal reddito del coniuge deceduto. Nei confronti dell’ex coniuge, il quale, avendo diritto a ricevere dal titolare diretto della pensione mezzi necessari per il proprio adeguato sostentamento, vede riconosciuta, per un verso, la continuità di questo sostegno e, per altro verso, la conservazione di un diritto, quello alla reversibilità di un trattamento pensionistico geneticamente collegato al periodo in cui sussisteva il rapporto coniugale. Si tratta, dunque, di un diritto alla pensione di reversibilità, che non è inerente alla semplice qualità di ex coniuge, ma che ha uno dei suoi necessari elementi genetici nella titolarità attuale dell’assegno, la cui attribuzione ha trovato fondamento nell’esigenza di assicurare allo stesso ex coniuge mezzi adeguati (L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6)”;

le Sezioni Unite n. 22434 del 2018 di questa Corte Suprema di cassazione hanno coerentemente affermato che ai fini del riconoscimento della pensione di reversibilità in favore del coniuge nei cui confronti è stato dichiarato lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, la titolarità dell’assegno di cui alla L. n. 898 del 1970, art. 5, deve intendersi come titolarità attuale e concretamente fruibile dell’assegno periodico divorzile al momento della morte dell’ex coniuge e non già come titolarità astratta del diritto all’assegno divorzile già definitivamente soddisfatto con la corresponsione in unica soluzione. In quest’ultimo caso, infatti, difetta il requisito funzionale del trattamento di reversibilità, che è dato dal medesimo presupposto solidaristico dell’assegno periodico di divorzio, finalizzato alla continuazione del sostegno economico in favore dell’ex coniuge, mentre nel caso in cui sia stato corrisposto l’assegno “una tantum” non esiste una situazione di contribuzione economica che viene a mancare;

è evidente che analoga ratio va ravvisata laddove, come nel caso di specie, una situazione economica che viene a mancare non vi è perché non vi era neanche prima del decesso del de cuius;

i precedenti di questa Corte di cassazione sopra citati hanno, peraltro, disatteso i dubbi di legittimità costituzionale espressi in passato anche con riferimento agli artt. 3 e 38 Cost., non evocati in ricorso ma che è opportuno rammentare per ragioni di completezza di trattazione e perché in qualche misura in parte sollevati anche nell’odierno ricorso, nel senso rispettivamente:

a) che, se l’assegno è attribuibile anche successivamente alla pronuncia del divorzio, non si vede la ragione (se non in violazione del principio di uguaglianza enunciato dalla norma costituzionale contenuta nel richiamato art. 3) per la quale, intervenute le condizioni di bisogno, non sia attribuibile la pensione di reversibilità pur in assenza di un diritto all’assegno medesimo già accertato;

b) che vi sarebbe, poi, violazione dell’art. 38 Cost., non trovando la ricorrente nessuna tutela;

sotto il primo profilo, si è osservato che il Giudice delle leggi si è, al riguardo, ripetutamente pronunciato ed ha in particolare:

a) rilevato, nella sentenza n. 777 del 1988, che il nuovo testo della L. n. 898 del 1970, art. 9 (come modificato dalla L. n. 74 del 1987, art. 13) ha trasformato l’assegno di mantenimento all’ex coniuge superstite in un vero e proprio diritto alla pensione di reversibilità, dilatando l’ultrattività, sul piano dei rapporti patrimoniali, del matrimonio sciolto per divorzio, onde la relativa attribuzione, se non è più subordinata alla condizione di uno stato di bisogno effettivo, è però assoggettata alla condizione della pregressa fruizione indiretta, mediante l’assegno di divorzio, della pensione di cui l’ex coniuge defunto era titolare, venendo quindi a configurarsi il trattamento di reversibilità come la prosecuzione della funzione di sostentamento del superstite in precedenza adempiuta dalla pensione goduta dal dante causa;

b) riaffermato, nella sentenza n. 87 del 1995, i principi sopra enunciati, osservando che il diritto in questione non rappresenta la continuazione del diritto all’assegno di divorzio, ma è un diritto nuovo, di natura previdenziale, collegato ad una fattispecie legale i cui elementi sono la titolarità di pensione diretta da parte del coniuge defunto in virtù di un rapporto anteriore alla sentenza di divorzio e la titolarità, da parte del coniuge superstite, di assegno di divorzio disposto dal Giudice;

c) precisato, nella sentenza n. 419 del 1999, pronunciata con riguardo esattamente all’ipotesi di cui alla L. n. 898 del 1970, art. 9, comma 3, e successive modificazioni, che la pensione di reversibilità, oltre che consentire all’ex coniuge la prosecuzione del sostentamento prima assicurato dal reddito del coniuge deceduto, riconosce allo stesso un diritto che non è inerente alla semplice qualità di ex coniuge, ma che ha uno dei suoi necessari elementi genetici nella titolarità attuale dell’assegno, la cui attribuzione ha trovato fondamento nell’esigenza di assicurare al medesimo ex coniuge mezzi adeguati (della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, e successive modificazioni), onde il relativo diritto compete soltanto nel caso in cui, in sede di regolamentazione dei rapporti economici al momento del divorzio, le parti abbiano convenuto di non regolarli mediante la corresponsione di un capitale una tantum;

circa, poi, il secondo profilo di illegittimità costituzionale, giova notare che la negazione del diritto rivendicato, nella specie, dalla ricorrente non solleva dubbi di contrarietà rispetto al dettato dell’art. 38 Cost., comma 1, atteso che “il diritto al mantenimento e all’assistenza sociale”, ivi riconosciuto, è garantito al “cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere” mediante altre forme assistenziali, espressamente previste, del genere della pensione di invalidità civile e della pensione sociale, onde la diversa funzione cui assolvono tanto l’apporto di chi abbia specifici doveri solidaristici quanto l’apporto della collettività, come ne giustifica il cumulo allorché ricorrano i rispettivi presupposti, così non rende illegittima l’esclusione dell’uno allorché non sussistano i relativi presupposti e sussistano, invece, soltanto i presupposti dell’altro;

il ricorso, pertanto, deve essere rigettato;

le spese seguono la soccombenza nella misura liquidata in dispositivo in favore di E.n.p.a.m.;

sussistono i presupposti di cui al primo periodo del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2001, n. 228, art. 1, comma 17, ai fini del raddoppio del contributo per i casi di impugnazione respinta integralmente o dichiarata inammissibile o improcedibile.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, in favore del contro ricorrente, che liquida in Euro 3.500,00 per compensi, oltre ad Euro 200,00 per esborsi; spese forfettarie nella misura del 15% e spese accessorie di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.


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