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Reddito di cittadinanza anche agli stranieri

25 Aprile 2019 | Autore:
Reddito di cittadinanza anche agli stranieri

La combinazione dei requisiti di nazionalità e di residenza violano la normativa Ue e la giurisprudenza europea. Ecco perché e cosa fare.

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini si metta il cuore in pace: il suo slogan «prima gli italiani» non è sempre applicabile. Non quando viola le normative internazionali che garantiscono parità di trattamento tra i nostri connazionali ed i cittadini di uno Stato Ue o di Paesi terzi con regolare permesso di soggiorno a lungo termine. Insieme a Salvini, metta il cuore in pace anche l’altro vicepremier, Luigi Di Maio, il cui movimento ha fatto del reddito di cittadinanza la propria bandiera. Il leader pentastellato può dire che si dà il reddito di cittadinanza anche agli stranieri. E su questo, nulla da eccepire. Il problema – ce ne siamo occupati diversi mesi fa – sono le condizioni poste affinché loro possano accedere al sussidio: il requisito di residenza viola alcune norme comunitarie e disattende la giurisprudenza europea.

Si incrociano, infatti, un paio di richieste che, messe insieme, appaiono in contrasto con la libera circolazione dei cittadini europei, ma anche con le garanzie di assistenza sociale stabilite per chi non fa parte dell’Unione. Ed è questo il motivo per cui si può parlare di discriminazione, nonostante si assicuri sulla carta il reddito di cittadinanza anche agli stranieri. È la carta stessa a dirlo. Vediamo in quali termini.

Reddito di cittadinanza: cosa si chiede agli stranieri?

La legge che ha introdotto il reddito di cittadinanza [1] prevede, tra le altre cose, un requisito di cittadinanza e uno di residenza. Il primo dice che hanno diritto al reddito:

  • i cittadini italiani;
  • i cittadini (ed i loro familiari) di uno Stato appartenente all’Unione europea;
  • i cittadini di un Paese extracomunitario che abbiano un permesso di soggiorno Ue di lungo periodo.

Il secondo requisito prevede che per avere diritto al reddito di cittadinanza bisogna essere residenti in Italia da 10 anni di cui almeno 2 in modo continuativo.

Essendo entrambe le condizioni cumulative, se ne deduce che ha diritto al reddito chi è italiano o straniero con regolare permesso di soggiorno e residente nel nostro Paese da almeno 10 anni.

Reddito d cittadinanza: la normativa Ue contro la discriminazione

Dove si trovano gli inghippi, secondo l’Ue e la Corte di giustizia europea? La prima violazione riguarda il Trattato europeo. In particolare:

  • l’articolo 18 recita: «Nel campo di applicazione dei trattati, e senza pregiudizio delle disposizioni particolari dagli stessi previsti, è vietata ogni discriminazione effettuata in base alla nazionalità». Si aggiunge che il Parlamento ed il Consiglio europei sono autorizzati a deliberare delle regole volte a vietare tali discriminazioni;
  • l’articolo 45 recita: «La libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione è assicurata». E si aggiunge che tale garanzia implica «l’abolizione di qualsiasi discriminazione fondata sulla nazionalità tra lavoratori degli Stati membri».

C’è, poi, un regolamento europeo [2] che riguarda sempre la libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione e che prevede la parità di trattamento in materia di vantaggi sociali tra i cittadini del Paese ospitante e chi arriva da uno Stato Ue.

Reddito di cittadinanza: la doppia violazione sugli stranieri Ue

Ciò premesso, la Corte di giustizia europea ha più volte rilevato nei requisiti richiesti per il reddito di cittadinanza agli stranieri una forma di discriminazione sia sulla residenza sia sulla nazionalità.

Ciò che la Corte Ue contesta si può riassumere così. Essendoci una normativa che vieta la disparità di trattamento tra i lavoratori nazionali e quelli europei, non si può mettere come requisito basato sulla residenza. Non sarà difficile, infatti, per un italiano dimostrare che vive abitualmente in Italia da almeno 10 anni. Ciò potrebbe essere più problematico per un cittadino straniero che, però, ha diritto allo stesso trattamento di un italiano [3]. È evidente, secondo la Corte, la discriminazione nei confronti di chi arriva da un Paese europeo e trova un ostacolo in più per accedere al «vantaggio sociale» del reddito di cittadinanza rispetto ad un italiano [4].

La giurisprudenza precisa poi che la parità di trattamento significa anche mettere sotto lo stesso piano i lavoratori di uno Stato membro e gli italiani che tornano in patria dopo un periodo all’estero in un altro Paese dell’Unione [5].

Reddito di cittadinanza: la violazione sugli stranieri extra-Ue

Il reddito di cittadinanza agli stranieri, così come impostato, violerebbe anche una direttiva Ue che riguarda i cittadini extracomunitari. La richiesta di residenza da almeno 10 anni per accedere alla prestazione sarebbe discriminante nei loro confronti in quanto riguarda dei cittadini con permesso di lungo periodo e che possono avere il diritto permanente di soggiorno all’interno dell’Unione dopo una residenza di almeno 5 anni nello Stato di accoglienza [6].

La normativa prevede che questi cittadini e gli italiani abbiano lo stesso trattamento sull’assistenza e le prestazioni sociali. Ciò significa che c’è una violazione delle regole comunitarie nel momento in cui si respinge la domanda di reddito di cittadinanza a chi ha vissuto in Italia regolarmente per più di 5 anni e per meno di 10.

Reddito di cittadinanza: la violazione sui rifugiati

Non è finita. Nel decreto legge in cui c’è scritto chi ha diritto al reddito di cittadinanza non c’è scritto nulla che riguardi i cittadini con status di rifugiati. E anche questa sarebbe una violazione della normativa europea. La direttiva sopra citata, infatti, vincola tutti gli Stati membri a garantire chi ha diritto alla protezione internazionale l’adeguata assistenza sociale. La stessa di cui godono i cittadini del Paese da cui ha ricevuto tale status [7]. Il che, ovviamente, non ha nulla a che fare con un qualunque requisito di residenza.

Reddito di cittadinanza: cosa fare contro queste violazioni?

Il cittadino straniero che si veda respingere la domanda di reddito di cittadinanza per un vincolo di residenza, può presentare ricorso al tribunale del lavoro competente nel suo territorio.

Che cosa può succedere? Che siano tanti i tribunali ad accogliere i ricorsi e che, prima o poi, qualche giudice del lavoro faccia sapere alla Corte europea come stanno le cose. E, vista la giurisprudenza, niente di più probabile che i giudici di Lussemburgo accolgano la questione pregiudiziale e dichiarino il decreto del reddito di cittadinanza contrario al diritto comunitario nella parte in cui richiede il requisito di residenza. Il risultato, a quel punto, sarebbe doppio: il diritto alla concessione del reddito ed il pagamento delle mensilità non versate dal momento della domanda a quello della sentenza.


note

[1] Art. 2 Dl. n. 4/2019 convertito in legge n. 26/2019.

[2] Art. 7 Regolamento Ue 492/2011.

[3] Corte Ue sent. C-224/1997.

[4] Corte Ue sent. C-249/1983 e sent. n. C-122/1984.

[5] Corte Ue sent. 370/1990.

[6] Art. 4 Dir. Ue 2003/19.

[7] Corte Ue sent. C.443/2016.


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