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L’importanza del supporto psicologico per i malati di tumore

6 Giugno 2019 | Autore:
L’importanza del supporto psicologico per i malati di tumore

La diagnosi di tumore; i bisogni dei pazienti e dei loro familiari sul piano psicologico; il ruolo dello psicologo in oncologia; la responsabilità civile e penale dello psicologo.

La diagnosi di tumore rappresenta per il paziente, per la sua famiglia, per gli amici e i parenti una notizia sconvolgente, in grado di stravolgere tutti gli aspetti della propria vita. Si assiste ad un cambiamento radicale del rapporto con il proprio corpo; del significato attribuito alla sofferenza, alla morte, alle relazioni interpersonali. Si ribaltano le priorità della vita. L’approccio alla malattia, l’accettazione della diagnosi, la risposta comportamentale alle cure e ai trattamenti a cui il paziente deve sottoporsi sono collegati anche all’instaurarsi di un rapporto di fiducia con l’équipe medica. Il tumore può rappresentare un ostacolo insormontabile. Di fronte a una diagnosi di tumore, il malato può sentirsi disarmato e percepire questa patologia come una battaglia da cui ne uscirà quasi sicuramente sconfitto.

E’ possibile controllare il dolore, l’ansia, la paura collegati all’insorgenza di un tumore? E’ possibile guardare con speranza al futuro? E’ proprio in questo contesto che occorre sottolineare l’importanza del supporto psicologico per i malati di tumore. C’è da dire che il sostegno e la vicinanza dei propri cari, la rassicurazione e la competenza del personale sanitario possono rappresentare per il malato di tumore un’ancora di salvezza. Fondamentale è la valutazione dei suoi bisogni, delle sue possibilità di scelta, della sua situazione familiare e sociale. Il trattamento del paziente oncologico deve avere come obiettivo il miglioramento della qualità della sua vita e la limitazione del rischio di conseguenze psicopatologiche che possano condizionarne la vita futura. Nel mio articolo, ti parlerò della responsabilità civile e penale dello psicologo. Dopodiché, troverai l’intervista allo psicologo e psicoterapeuta familiare Mario Ambrogi.

Iniziamo a parlare della responsabilità dello psicologo partendo dai profili civilistici.

Per dimostrare la responsabilità civile dello psicologo occorre provare il pregiudizio patito a seguito dell’attività esercitata dal professionista. Se ritieni di aver subìto un danno, dovrai dar prova della sussistenza del nesso di causalità tra l’attività del professionista e il danno stesso.

Possono ricorrere diverse ipotesi:

  • il danno lamentato è derivato dalla terapia;
  • non hai riscontrato alcun miglioramento, né tratto alcun beneficio dalla terapia;
  • lo psicologo ha violato i doveri deontologici della sua professione. Ad esempio, ha divulgato le informazioni sul tuo conto apprese nel corso dei vostri colloqui;
  • lo psicologo ti ha prescritto dei farmaci e, a seguito dell’assunzione di questi, ne sono derivate alcune conseguenze negative. Inevitabilmente, sarai legittimato a chiedere il risarcimento dei danni.

La responsabilità penale dello psicologo sussiste ogni qual volta che, dalla propria condotta, derivi un’ipotesi di reato. Il classico esempio è quello dell’esercizio abusivo della professione [1]. Tra gli altri casi, troviamo l’esercizio di una violenza fisica o morale sul paziente (per esempio manipolazione psicologica).

Inoltre, in deroga alla norma deontologica secondo cui lo psicologo è tenuto a mantenere il segreto professionale, esistono dei casi in cui il professionista è obbligato a denunciare i fatti criminosi che ha appreso nell’esercizio delle sue funzioni; ciò dipende dall’ipotesi in cui lo psicologo rivesta o meno la qualità di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio (se è dipendente di una struttura ospedaliera pubblica o convenzionata con il Servizio sanitario nazionale).

Dunque, lo psicologo:

  • nel caso di obbligo di referto o di denuncia, limita allo stretto necessario il riferimento di quanto appreso per favorire la tutela psicologica del paziente;
  • nelle altre situazioni, valuta con attenzione la necessità di derogare alla sua riservatezza, eventuali pericoli per la vita o per la salute psicofisica del soggetto e/o di terzi.

Per avere maggiori informazioni sul supporto psicologico per i malati di tumore, abbiamo intervistato il dr. Mario Ambrogi (psicologo e psicoterapeuta familiare) che segue i pazienti oncologici ed i loro familiari con Ipse, l’Istituto di psicologia dei sistemi evolutivi che ha fondato e dirige dal 1993. Inoltre, il dr. Ambrogi lavora nell’equipe del dr. Carlo Pastore, responsabile dell’unità di oncologia medica ed ipertermia oncologica della clinica Villa Salaria (Roma).

Tumore: prognosi e diagnosi

Il registro tumori conta 365.000 casi all’anno. Ogni giorno, in Italia, vengono diagnosticate 1.000 malattie neoplastiche. Per alcuni tumori ancora non si è trovata una soluzione e l’esito è praticamente inevitabile. Per molti, tantissimi altri, invece, si possono ottenere ottimi risultati se la diagnosi è precoce e la terapia è completa e corretta.

Una diagnosi di tumore ormai non vuol dire più morte certa e immediata. In tantissimi casi, è un serio campanello d’allarme che deve essere l’occasione per modificare, se possibile, innanzitutto le condizioni che ne hanno consentito lo sviluppo. Contemporaneamente, è decisivo sostenere il corpo nella spontanea e potentissima capacità di autoriparazione e autoguarigione. Come ha detto una mia paziente (e ormai cara amica), si deve accettare la diagnosi, ma non la prognosi. La prognosi è un’ipotesi dell’andamento medio di una malattia che non tiene conto delle differenze individuali, della capacità di ciascuno di adattarsi e di reagire.

Cosa significa reagire?

Reagire significa attuare una trasformazione radicale e irreversibile che va compiuta nel modo più rapido e radicale possibile. La prima trasformazione è nelle abitudini e nei comportamenti che forse sono tra le cause della malattia o che ne impediscono la corretta cura. Abitudini alimentari per esempio: sospendere immediatamente una nutrizione che non è adatta alla situazione, evitando il fai-da-te in cui sembra essere una buona idea il ‘senza’ (senza zucchero, glutine, olio, uova, mozzarella, pasta, pane, salumi, formaggio, latte e carne). Il fai da te fa spesso più danni della dieta a casaccio, perché non tiene conto delle esigenze nutrizionali specifiche. Pertanto, rivolgersi ad un nutrizionista esperto di diete oncologiche è la scelta giusta perché il sistema immunitario ha bisogno di sostanze indispensabili per una corretta e completa reazione auto riparativa. Accanto alle idee vanno modificate le reazioni automatiche che certe idee apparentemente giuste possono attivare o bloccare.

Può farci qualche esempio?

Per esempio: cosa comporta sapere che l’oncologia oggi prevede per le diagnosi di tumore il 60% di sopravvivenza? E’ solo una casualità o ciascuno di noi può fare qualcosa di utile e di decisivo per non far parte del restante 40%? Un ottimo suggerimento è la biografia di un medico che ha attraversato l’esperienza della scoperta del proprio tumore cerebrale utilizzando fino in fondo le proprie competenze di specialista e di ricercatore. Il libro “Anti cancro” di David Servan-Screiber è una lettura affascinante di una storia vera narrata da un punto di vista speciale e forse unico nel suo genere. Le statistiche orientano l’immaginazione aiutandoci a trovare buone ragioni per modificare abitudini considerate ovvie e radicate, ma le statistiche sono astrazioni e semplificazioni con cui si può anche correre il rischio di distorcere la corretta percezione della realtà perché si appiattiscono le differenze impedendo di cogliere caratteristiche specifiche, le combinazioni di eventi che proprio perché non vengono riconosciuti e descritti ci fanno pensare che non siano mai esistiti o, peggio, che non siano possibili.

Diagnosi oncologica: qual è il bisogno del paziente e dei suoi familiari?

Dopo la diagnosi di tumore, c’è un flipper: il paziente e i familiari rimbalzano da un’informazione ad un’altra. Il vero bisogno della famiglia e del paziente quando riceve una diagnosi oncologica è trovare un interlocutore affidabile, esperto e disponibile, capace di spiegare in modo semplice e comprensibile la situazione attuale e lo scenario che ci si troverà di fronte: quale gli effetti collaterali, quali gli indicatori da tenere presente, quali sono i risultati attesi.

Come sostenere i bisogni emozionali e psicologici dei pazienti oncologici e dei familiari?

Il primo bisogno del malato e della sua famiglia dopo una diagnosi oncologica è di essere accolti e di sentirsi accolti: avere la sensazione che qualcuno sa che cosa sta accadendo e che cosa accadrà. Avere la sensazione che si può fare qualcosa di utile, di possibile, di concreto e che lo si può fare fin da subito. Il paziente ha bisogno di sentirsi riconosciuto nella ‘nuova identità di malato’.

E’ importante sapere che la propria malattia è conosciuta, si può contare su un bagaglio di competenza e di esperienza legittimato e affidabile. Meglio ancora è avere una relazione cordiale, franca e diretta con l’oncologo e la sua equipe. E’ molto più impegnativo che restare nella posizione di delega all’esperto, passiva e spaventata. L’espressione “paziente” diventa allora ingannevole: il paziente e la sua famiglia devono darsi da fare e in fretta, verso la terapia migliore e più completa possibile. Meglio ancora sarà se l’equipe oncologica è coerente e coesa alle indicazioni dell’oncologo che le guida. Una squadra motivata e ottimista raggiunge risultati improbabili in condizioni diverse. Il paziente e la sua famiglia fanno parte dell’equipe di cura anche se questo rischia di modificare i protocolli consueti in cui gli uni sono spesso separati dagli altri.

Quanto è importante la relazione tra medici, pazienti e familiari?

Il paziente e i familiari rispecchiano il tono emozionale delle persone che si prendono cura di loro: impegno, leggerezza, cordialità non devono far calare la professionalità, la precisione, l’attenzione ai dettagli e la precisione delle attività. L’umanità delle cure deve essere sostenuta da una precisione tecnica di assoluta eccellenza, non un punto di meno. La dimensione umana aiuta a ridurre l’effetto a volte spersonalizzante delle terapie.

L’organizzazione dei sistemi di cura a volte può diventare poco attenta alle esigenze individuali, agli stati d’animo e alle aspettative dei pazienti e dei familiari. Inevitabilmente le esigenze organizzative richiedono una certa rigidità nell’esecuzione di quanto va fatto, ma proprio per questo motivo la personalizzazione sulle persone deve diventare la norma non l’eccezione.

Aver cura di una sincera e autentica qualità nella relazione umana, fatto salvo le singole competenze professionali, aiuta a costruire una comunità cooperante, in cui ciascuno può trovare una propria collocazione, utilità e valore. Non è facile, anzi è un equilibrio assai delicato che richiede attenzione costante e manutenzione ininterrotta.

Il valore che la coerenza del gruppo aggiunge alla qualità delle cure, per quanto inestimabile, appare sicuramente di notevole portata. Forse la qualità della relazione tra paziente, familiari ed equipe di cura non aggiunge niente all’efficacia delle cure, o meglio fino ad ora non siamo ancora in grado di misurarne il valore. Di sicuro, la percezione di quanto avviene apparirà assai più gradevole, e qualunque sia l’evoluzione e la conclusione tutti sapranno di trarne comunque qualcosa di utile e importante per sé.

Quanto incidono le dinamiche familiari e le storie di vita dei pazienti?

Lo scenario oncologico, a parità di diagnosi, presenta condizioni estremamente diverse l’una dall’altra a seconda della storia personale del paziente, ma anche della sua famiglia e delle risorse che può mettere in campo (risorse emozionali, risorse economiche, risorse di relazione).

Un sistema familiare armonico e coeso è in grado di contenere ed elaborare le oscillazioni e le scosse che accompagnano le terapie oncologiche. Coniugi che si amano attraversano l’esperienza oncologica in modo assolutamente diverso da persone sole o con un compagno con cui non hanno una concreta e amorevole intimità. Un genitore amato propone uno scenario oncologico completamente diverso di un genitore con il quale non si è costruito nel tempo una relazione amorevole. Il tumore diventa un acceleratore e un potenziatore di fenomeni emozionali del tutto diversi da una situazione all’altra. Ancora più complessa è la condizione di un figlio malato: di nuovo la qualità della relazione tra i genitori configura, a parità di diagnosi e di protocollo terapeutico, scenari del tutto opposti.

Un gruppo affiatato, capace di produrre e sostenere un’intimità amorevole è la migliore delle risorse disponibili per accompagnare il paziente nella sua esperienza di cura della malattia. Ogni conflitto, resistenza, equivoco o anche semplice divergenza di opinioni scompone questa quota di energia positiva disponibile, disperdendola o addirittura trasformandola nel suo contrario.

Durante le cure oncologiche si osservano fasi attive, di solito le più facili da attraversare perché i confini delle crisi sembrano essere più definite ed è più facile concordare tutti su un unico obiettivo concreto immisurabile.

Poi, ci sono le fasi di attesa: l’attesa di un appuntamento, l’attesa di una visita, l’attesa per avere la risposta di una risonanza, l’attesa degli effetti della terapia, l’attesa che passino gli effetti collaterali della cura, ecc.. Tutto si mantiene in un costante e precario equilibrio.

Qual è il ruolo dello psicologo in oncologia?

La figura di uno psicologo oncologo può essere molto utile innanzitutto per la sua una funzione testimoniale. E’ una presenza neutra, professionale, disponibile a condividere il peso della situazione. E’ lo spazio di ascolto delle voci del paziente, dei suoi familiari e delle loro relazioni spesso bloccate nelle traiettorie di vita che forse la malattia può aiutare a modificare in modo più utile per tutti. E’ utile per verificare se e quanto le persone intendono il senso della terapia: una specie di sentinella degli equivoci nel sistema delle cure.

Equivoci ed errori sono possibili ad ogni passo proprio perché le emozioni modificano il campo in cui agiscono i vari protagonisti. Lo psiconcologo non è una necessità, ma se disponibile può essere richiesto, se ne possono valutare progressivamente gli effetti e i vantaggi. E’ una risorsa per l’equipe e, in particolare, per l’oncologo a cui può suggerire, sempre con l’autorizzazione delle persone interessate, possibili valutazioni relative alle complessità delle situazioni individuali, sempre nell’obiettivo della massima aderenza alle cure per la loro migliore efficacia possibile.

note

[1] Art. 348 cod. pen.

Autore immagine: supporto psicologico di Prostock-studio


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