Diritto e Fisco | Editoriale

Vietato difendersi due volte: la sanzione in appello contro i poveri

23 aprile 2013 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 aprile 2013



Contributo unificato doppio a carico di chi “perde”: ancora una norma che, per risanare le casse dello Stato, pone un onere più gravoso sulle classi meno abbienti.

Repetita iuvant. Qualche mese fa, avevo sollevato la gravissima lesione al diritto alla difesa dei cittadini realizzata dalla scorsa Legge di Stabilità [1]: una lesione tanto grave e assurda da richiedere un urgente intervento della Corte Costituzionale, perché la cancelli al più presto dall’ordinamento.

Chi ancora, nel 2013, non ha affrontato un giudizio di secondo grado forse non sa che una nuova norma ha fatto sì che, ogni volta in cui un appello viene dichiarato inammissibile o improcedibile, il giudice condanna la parte che l’ha proposto a versare una sanzione: sanzione pari al valore dell’importo del contributo unificato già pagato all’inizio della causa. Il che, in buona sostanza, significa: chi perde, paga pegno (e paga doppio)!

Si tratta di una previsione sperequativa e fortemente incostituzionale per i motivi e, soprattutto, le conseguenze che di seguito illustrerò (rinvio i tecnici del diritto all’articolo “Il nuovo contributo unificato in appello è incostituzionale”).

Una tassa usata come sanzione

Tutti sanno che il cosiddetto contributo unificato è una tassa, una sorta di gettone di ingresso alla giustizia che deve pagare chi vuole iniziare una causa. È il corrispettivo che esige lo Stato per il servizio erogato.

Come detto, la nuova norma prevede che chi avvii un appello inammissibile o improcedibile debba pagare un secondo contributo unificato dopo il deposito della sentenza. Si finisce così per utilizzare (snaturandolo) uno strumento che ha carattere remuneratorio (il corrispettivo allo Stato per l’utilizzo della giustizia) per uno scopo invece sanzionatorio.

Svantaggiati i diritti più importanti

Come noto, il contributo unificato (che in appello è peraltro maggiorato del 50%) varia a seconda del valore della causa: più è alto il valore del bene che si vuole tutelare, più è costoso il contributo unificato. Ebbene, la nuova norma finisce per svantaggiare proprio chi difende un bene rilevante: per esempio, la casa. Chi voglia tutelare la propria abitazione dall’aggressione di terzi, dovrà pagare un contributo unificato più elevato rispetto a chi faccia ricorso contro una multa. Con la conseguenza che, con la riforma in questione, il rischio della sanzione più elevata grava proprio su chi abbia proposto un appello per difendere un diritto essenziale. E ciò, ovviamente, crea delle gravissime situazioni di disparità e un disincentivo per le classi economicamente deboli.

Invece, in un ordinamento democratico, le sanzioni possono essere parametrate solo alla gravità della condotta illecita e non ad altri fattori!

Gli errori degli avvocati ricadono sui clienti

I problemi non finiscono qua.

Abbiamo detto che la nuova norma pone la sanzione a carico di chi abbia proposto un appello inammissibile o improcedibile. Si tratta di casi (l’improcedibilità e l’inammissibilità) che, quasi sempre, ricorrono in presenza di errori nella procedura [2], ossia errori che commette il difensore e non la parte (per esempio, un atto non firmato). La conseguenza è che l’errore dell’avvocato o una sua non corretta interpretazione della “forma” è sanzionata allo stesso modo di chi, invece, abbia agito in assenza del diritto (vero obiettivo “punitivo” della riforma). Con questo paradosso: viene punito anche colui che ha, in astratto, ragione a proporre appello.

Violazione del principio di uguaglianza

La nuova sanzione, essendo parametrata non al reddito del soggetto o alla gravità della condotta, ma al bene fatto valere in giudizio finisce per essere più pesante su chi dispone di ridotte capacità economiche. Che, peraltro, sarà meno incentivato a proporre un appello contro errate sentenze di primo grado. Con aperta violazione del diritto alla difesa.

Non in ultimo, la nuova norma pone un trattamento diverso tra due situazioni invece sostanzialmente uguali: chi perde il giudizio in primo grado, infatti, non subisce la sanzione in commento, mentre chi lo perde in secondo grado la subisce. Il che, ancora una volta, viola il principio di uguaglianza.

Tutti questi motivi dovrebbero portare, con evidente chiarezza, i giudici a rinviare gli atti alla Consulta perché dichiari incostituzionale questo “mostro” legislativo.

L’Italia si è sempre vantata di essere la culla del diritto. Solo che, a furia di cullarlo, il diritto si è addormentato. Cosa allora dovremo ancora aspettarci per “salvare” la nostra giustizia?

note

[1] Legge 24.12.2012 n. 228 e pubblicata in G.U. n. 302 del 29.12.2012.

[2] Che danno cioè luogo a una sentenza sul rito e non sul merito.

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1 Commento

  1. Purtroppo l’appello può essere dichiarato inammissibile anche solo per un giudizio sommariolasciato alla discrezione del Giudice sulla percentuale di possibilità che possa avere esito positivo Nel mio caso l’atto era formalmente ineccepibile e ho la presunzione di ritenere che tali fossero anche le argomentazioni di diritto bocciate senza alcun riferimento alle argomentazioni difensive svolte (in effettii non pare richiesto). E ora?Cassazione?altro contributo, altri costi e con quale sicurezza? hanno di fatto sottratto un grado di giudizio dimezzando la tutela del cittadino che forse non sa che mentre con l’appello si apriva la porta per un riesame nel merito della vertenza, con la Cassazione è tutta un’altra storia Ed è aberrante

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