Diritto e Fisco | Articoli

Violenza sessuale: quando non c’è consenso

28 Aprile 2019
Violenza sessuale: quando non c’è consenso

Si può avere costrizione anche quando c’è apparentemente il consenso ma è determinato solo da una condizione di inferiorità e debolezza fisica.

Immagina questa scena. Un uomo contatta, su un social network, una giovane ragazza che ha da poco superato l’età del consenso. La corteggia e la convince ad uscire con lui. I due si incontrano e decidono di fare un giro in auto. L’uomo si apparta in una campagna. È sera e la città è lontana. Nessuno può sentirli. Lui inizia ad accarezzarla e baciarla. Poi le chiede di spogliarsi. Lei non vuole. Lui insiste, la cinge i fianchi, prova a sbottonarle la camicia. Lei ribadisce un secco rifiuto. A lui non interessa e si toglie ugualmente i vestiti. La ragazza si sente debole e indifesa: sa di non avere possibilità di fuga e che, se anche volesse gridare, nessuno la sentirebbe. Teme di essere violentata, picchiata, magari uccisa da quell’uomo che non ha mai visto prima. Anche se la situazione non è ancora sfociata in atti di violenza vera e propria, temendo però il peggio, la giovane decide di sottostare – giocoforza – all’atto sessuale. Per limitare i danni, chiede però all’uomo di mettere il preservativo. I due consumano il rapporto, ma lei “stringe i denti” per non sentire, per tutelare se stessa. Il giorno dopo, però, la ragazza denuncia l’uomo per violenza sessuale. A suo dire l’avrebbe, di fatto, costretta a subire l’atto, pur non volendolo. L’uomo si difende aggrappandosi al fatto che non ci sono segni di violenza sulla partner, che la stessa ha chiesto di usare la protezione, il che denota “partecipazione” e consenso esplicito. Spiega anche che, se solo lei gli avesse detto che aveva intenzione di querelarlo, avrebbe di certo desistito perché non era sua intenzione usare violenza ma solo “insistere” per rimuovere le normali resistenze che, a volte, la pudicizia e la vergogna comportano. Chi dei due ha ragione? In caso di violenza sessuale, quando non c’è consenso?

La questione è stata decisa, di recente, dalla Cassazione [1]. Si tratta di un precedente che ha generato molte discussioni non tanto per il principio affermato dai giudici, quanto per le possibili strumentazioni e abusi che ne potrebbero derivare. Ecco cosa è stato affermato in questa occasione.

Qual è l’età del consenso in Italia?

Chi compie atti sessuali con soggetti minori di 14 anni commette sempre reato, anche se questi sono consenzienti. Il crimine è quello di «atti sessuali con minore». Quindi, già da 14 (e non da 18, come in molti credono) si può decidere di avere rapporti con chiunque. L’età sale a 16 anni se l’altro soggetto è un ascendente, un genitore anche adottivo, un tutore o chiunque abbia una relazione di convivenza o di istruzione, di vigilanza o di custodia con la vittima.

Quando c’è violenza sessuale

Da 14 anni in poi, si commette reato solo se c’è violenza ossia se manca il consenso di una delle due parti. La violenza non deve essere necessariamente fisica, ma può anche essere morale. Così commette violenza sessuale chi abusa di una situazione di inferiorità mentale e fisica della vittima, perché ad esempio è ubriaca o sotto stupefacenti. E non rileva che l’uso dell’alcol sia stato volontario perché la vittima ha deciso, insieme al reo, di ubriacarsi, confidando però nella buona condotta di quest’ultimo.

Il consenso al rapporto sessuale deve essere totale, pieno e duraturo. Così c’è violenza se il rapporto inizia in modo consensuale ma, durante l’atto, uno dei due revoca il consenso e chiede di smettere mentre l’altro prosegue con la forza.

Per la Cassazione è anche violenza sessuale quando una persona finge di essere chi non è: si pensi a chi costruisce un profilo social falso, rappresentandosi come il capo di una grande ditta o un fotografo famoso, solo per carpire il consenso della vittima. Consenso che non deve essere rivolto solo all’atto in sé ma anche all’identità del partner.

Violenza sessuale: quando non c’è consenso

Non c’è consenso non solo quando si dice di «no» e si cerca di sottrarsi all’atto sessuale ma anche in condizioni di inferiorità fisica e psichica. Ad esempio, commette reato chi ha un rapporto sessuale con un incapace perché soffre di disturbi mentali.

Ma tra i casi di inferiorità fisica e psichica rientrano anche quelle condizioni che, prescindendo da patologie mentali, siano tali da determinare una posizione particolarmente vulnerabile della persona offesa. Trattasi di evenienze in cui l’amplesso è connotato da un «differenziale di potere» ossia dall’induzione posta in essere dalla parte forte che, abusando della fragilità dell’altra, le strappi l’adesione al congiungimento. 

Così quando si dice di sì all’atto sessuale non per spontanea convinzione ma per evitare di subire un danno maggiore, derivante da una possibile violenza fisica, dalle lesioni o addirittura dall’omicidio, è possibile ugualmente parlare di violenza sessuale.

Andranno, pertanto, annoverate tra le vittime “vulnerabili” anche quelle che, in preda a depressione (seppur svincolata da patologie cliniche). A pesare possono essere altresì le pressioni psicologiche e fisiche volte a determinare l’altra parte a compiere atti sessuali.

Quindi, chi porta la vittima in un luogo appartato, tale da non consentirle alcuna reazione in caso di violenza, sta esercitando una pressione psicologica sufficiente a potersi configurare il reato.

Ecco perché, nel caso di specie, la Cassazione ha ritenuto che l’uomo fosse colpevole. Non rileva neanche il fatto che la vittima abbia chiesto l’uso del preservativo, in quanto finalizzato esclusivamente a ridurre i danni.

La Cassazione ha quindi elaborato il seguente principio: «Il delitto di violenza sessuale in danno di persona che si trovi in stato di inferiorità psichica o fisica è integrato da una condotta posta in essere con la piena consapevolezza, da un lato, della condizione di inferiorità della vittima e, dall’altro, del fatto che l’azione sia conseguente a induzione e abuso. In tale contesto, l’eventuale richiesta proveniente dalla persona offesa di far uso del profilattico non potrà valere di per sé quale consenso putativo al rapporto carnale, ben potendo rappresentare soltanto il tentativo di elidere o ridurre le conseguenze negative dell’atto non voluto».

Ecco un ulteriore caso uscito da poco tempo dalle aule della Cassazione [2]. Lei acconsente al rapporto sessuale ma solo perché teme, in caso di rifiuto, conseguenze ben peggiori: si configura lo stesso il reato di violenza sessuale. Non esiste, infatti, un diritto all’amplesso solo perché tra due persone c’è un rapporto coniugale o paraconiugale e né il potere di imporre o esigere una prestazione senza il consenso del partner.  Dunque non c’è consenso se la moglie non vuol far l’amore con il marito; quest’ultimo tutt’al più potrebbe – laddove non ci siano valide ragioni – chiedere la separazione con addebito. Ma se ci sono ragioni di dissidi o indisposizioni fisiche si configura la violenza se la moglie accetta il rapporto sessuale perché intimidita.

La prova della violenza sessuale: le dichiarazioni della vittima

Il problema del principio affermato dalla Cassazione sono le possibili strumentalizzazioni che ne possono derivare. E difatti il reato di violenza sessuale può essere punito grazie solo alle dichiarazioni della vittima che, magari, potrebbe in un secondo momento ripensare all’accaduto e “cambiare idea” e rappresentazione dei fatti. Insomma, il presunto aggressore potrebbe anche non sapere di essere tale e scoprirlo solo in un secondo momento, quando viene a conoscenza della denuncia. Nei reati che si consumano “a due”, infatti, non rileva l’assenza di una prova testimoniale a confermare la condotta: le accuse della parte lesa sono sufficienti – se non contraddette da elementi esterni – a fondare la condanna. Non si può quindi dire «la mia parola contro la tua» perché, nel processo penale, la parola della vittima vale (molto) di più.  


note

[1] Cass. sent. n. 727/19 del 9.01.2019.

[2] Cass. sent. n. 17676/19.

Autore immagine. Donna dice stop a violenza sessuale. Di VGstockstudio


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube