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Caduta accidentale: risarcimento danni

28 Aprile 2019
Caduta accidentale: risarcimento danni

Niente risarcimento a chi affronta una strada pericolosa e magari è anziano o a chi è distratto e non si accorge dell’insidia stradale.

Abbiamo affrontato il tema del risarcimento danni per caduta accidentale sulla strada o sul marciapiede in tutte le salse. Tuttavia, periodicamente, la Cassazione pubblica nuove sentenze che, pur senza cambiare le precedenti interpretazioni – su cui ormai si può dire raggiunta una certa uniformità di vedute da parte della giurisprudenza – aggiungono tuttavia importanti dettagli. Il caso concreto può aiutare a immedesimarsi nei panni del danneggiato per capire quando spetta il risarcimento danni per caduta accidentale. 

Affrontiamo in questo articolo due recenti pronunce emesse dalla Suprema Corte che potranno fare al caso nostro per chiarire i termini della questione.

Risarcimento per caduta accidentale: quando?

Si cade spesso per strada. Le ragioni sono svariate: a volte è una lastra di ghiaccio non segnalata, altre un tombino aperto, una mattonella sconnessa, una buca sul marciapiedi, un gradino rotto, una chiazza d’olio, ecc. In ognuno di questi casi si usa presentare una domanda di risarcimento al Comune in quanto soggetto tenuto alla manutenzione del suolo pubblico. Ma non sempre la richiesta viene accolta. Il più delle volte, infatti, le ragioni dello scivolone a terra non riescono ad essere dimostrate sicché, in assenza di prove, si rimane senza risarcimento. In altri casi, risulta che la causa dell’infortunio è stata la disattenzione o l’imprudenza del pedone. Ecco alcuni precedenti a cui puoi rifarti per comprendere come stanno le cose:

Come fare causa al Comune per caduta

Buca stradale: guida al risarcimento del danno

Buca stradale: come richiedere i danni al Comune.

Senza voler entrare nei cavilli legali delle cause da risarcimento per insidia stradale, possiamo così riassumere i termini della normativa in materia.

Il Comune ha una responsabilità oggettiva per tutti i danni causati a chi cade sul suolo pubblico. Al danneggiato spetta però dimostrare non solo l’insidia stradale (basterà una foto della buca o una testimonianza diretta) e le lesioni subite (per le quali fa fede il certificato medico del pronto soccorso) ma anche le ragioni della caduta. Si può infatti scivolare anche a causa di un involontario spintone di un ragazzo in corsa o per i lacci delle scarpe slacciati. Bisogna invece dar prova che la caduta è stata determinata solo e unicamente dalla strada. E come fare? Ci vuole per forza una testimonianza: uno spettatore, presente sul posto, dovrà dire quindi «Sì, è vero: ho visto quest’uomo mettere un piede in una buca poco visibile e, a causa di questa, cadere a terra».

Quando non spetta il risarcimento per la caduta accidentale su strada

Il Comune può esonerarsi dalla responsabilità solo se dimostra che l’infortunio è stato dovuto a caso fortuito. Due sono le possibilità. La prima è quando l’insidia stradale si è formata da poco tempo e l’amministrazione non ha avuto materialmente il tempo per delimitare l’area o metterla in sicurezza (pensa a una frana avvenuta qualche minuto prima o a una chiazza d’olio da poco lasciata da un motorino). È chiaro che tanto più è esteso il territorio comunale tanto maggiore deve essere il tempo per consentire all’ente pubblico di attivarsi dietro segnalazione.

La seconda ipotesi di “caso fortuito” si ha quando la caduta è stata determinata dal comportamento imprudente del pedone. Infatti il Comune è sì tenuto a prevedere le possibili ripercussioni dell’insidia stradale, ma non anche a cautelarsi dalla disattenzione della cittadinanza. Così, se stai camminando con gli occhi puntati sul cellulare o con lo sguardo rivolto al cielo, se guardi il “di dietro” di una bella ragazza o decidi di andare in bici su una strada sconnessa, se sali sui gradini di una scala evidentemente dissestata o se, nonostante la “ghiacciata” della notte, corri per la via senza prestare attenzione alla scivolosità del suolo… insomma, in tutti questi casi, non puoi che prendertela con te stesso.

Spetta all’amministrazione dimostrare il tuo comportamento imprudente. Ma come? Ad esempio dimostrando che la buca è ampia, tanto che una persona mediamente accorta non poteva non accorgersi della sua presenza. Oppure quando si tratta di un’insidia su una via percorsa spesso dall’infortunato e quindi a lui conosciuta (ad esempio sotto casa o vicino al lavoro), sicché questi ne era pienamente al corrente. 

Spesso poi incide sulla possibile richiesta di risarcimento il grado di illuminazione della strada: una cosa è cadere di notte in una via senza lampioni, un’altra è invece se ciò avviene di giorno con la piena visibilità del suolo.

Caduta accidentale di anziano su strada: spetta il risarcimento?

Una recente ordinanza della Cassazione [1] ha respinto la richiesta di risarcimento avanzata da un anziano caduto all’interno di un parco condominiale. L’uomo, già in condizioni fisiche precarie, non doveva avventurarsi su un sentiero potenzialmente sconnesso. La colpa è quindi dell’infortunato per non aver gestito il rischio. 

Il comportamento imprudente del danneggiato deve essere considerato un fattore eccezionale, tale da escludere ogni responsabilità in capo al titolare del suolo (sia questo un soggetto privato, come un condominio, che pubblico, come il Comune). 

Non c’è bisogno di ricorrere all’esempio degli anziani. Anche un giovane che decide di fare ciclismo in una strada interdetta al traffico perché piena di buche ne assume ogni rischio. La presenza poi dei cartelli stradali che avvisano gli utenti del pericolo di buche è anche uno dei modi che ha il Comune per alzare la soglia di attenzione del pubblico. 

Caduta accidentale per distrazione

La seconda ordinanza della Cassazione [2] che preme ricordare è più recente ma sempre dello stesso indirizzo. Una donna era caduta in un tombino con avvallamento della strada. Secondo i giudici, l’infortunata avrebbe dovuto prestare maggiore attenzione e prudenza in quanto il marciapiede era in condizioni precarie se non addirittura dissestate. La passeggiata è sì un piacere e non è certo richiesto puntare gli occhi solo in direzione di dove si mettono i piedi. La prudenza richiesta è quella di una persona “media”, che non può comunque stare con la “testa tra le nuvole”. Mostrarsi prudenti nella propria passeggiata – che sia di piacere o, piuttosto, necessaria per un impegno personale o di lavoro – può evitare, difatti, non solo i danni di una caduta ma anche la beffa di vedersi negato ogni possibile risarcimento.

Nel caso di specie, scrivono i giudici, «la strada da lei percorsa presentava un avvallamento di minimo spessore» e quindi «non esisteva alcuna insidia che non fosse evitabile applicando l’ordinaria diligenza».

In sostanza, è emersa in modo evidente «la mancanza di un nesso tra la presenza del tombino (e dell’avvallamento) e la caduta» subita dalla donna. Ciò alla luce di una semplice constatazione: «la situazione dei luoghi e l’orario diurno» sono la prova del fatto che «l’uso dell’ordinaria diligenza» avrebbe consentito dalla donna di evitare il capitombolo.

Inutile, poi, la sottolineatura fatta dal legale della donna e riguardante il fatto che «la strada fosse molto affollata»: i Giudici ribattono che «tale situazione avrebbe dovuto indurre la vittima della caduta ad una maggiore attenzione».


note

[1] Cass. ord. n. 31540/2018.

[2] Cass. ord. n. 9315/2019.

Autore immagine: buca stradale. Di Georgii Shipin

Corte di Cassazione, sez. III Civile, ordinanza 18 luglio – 6 dicembre 2018, n. 31540

Presidente Correnti – Relatore Criscuolo

Fatti di causa

Ca. Pe. convenne davanti al Tribunale di Avellino, con citazione del 14/6/2002, il Condominio Generale Parco Abate della stessa città, esponendo di essere caduto il giorno 16/4/2001, a causa della presenza di neve e fogliame non rimosso, su una strada interna al parco, riportando la frattura del femore sinistro e che la responsabilità dell’incidente era da imputare alla cattiva manutenzione della strada da parte del convenuto. Chiese la condanna del medesimo, in qualità di proprietario della strada, ai sensi dell’art. 2043 c.c., al risarcimento dei danni. Successivamente in corso di causa, appreso che il condominio non era proprietario della strada, mutò la causa petendi chiedendo che il medesimo fosse condannato ai sensi dell’art. 2051 c.c. per non aver esercitato correttamente la custodia su un bene – quale la strada – divenuto pericoloso a causa delle condizioni atmosferiche. Chiese la condanna del convenuto a pagare la somma di Euro 156.321,78 oltre interessi e rivalutazione. Costituitosi il contraddittorio con il Condominio e con la compagnia di assicurazioni del medesimo, il Tribunale di Avellino, accertato che non risultava provata la presenza di fogliame sulla strada ma solo di residui di neve, sussunse il caso nell’art. 2051 c.c. e ritenne che l’evento dannoso fosse dovuto alla condotta del danneggiato, persona anziana avventuratasi senza precauzioni su una strada ripida ed innevata, la cui condotta doveva ritenersi integrare il caso fortuito interruttivo del nesso di causalità tra la custodia della res ed il danno, secondo i principi della causalità adeguata o della regolarità causale. Il giudice specificò che l’applicazione dell’art. 2051 c.c. si giustificava in ragione del fatto che la strada, di per sé non pericolosa, era divenuta tale per effetto di un comportamento straordinario ed eccezionale del danneggiato che aveva interrotto il nesso causale tra la res ed il danno.

La Corte d’Appello di Napoli, con ordinanza n. 3856 del 24/6/2015, ha ritenuto che l’appello fosse inammissibile ai sensi dell’art. 348 bis c.p.c., non avendo una ragionevole probabilità di essere accolto. Avverso la sentenza del Tribunale e a seguito dell’ordinanza emessa in grado di appello, Ca. Pe. propone ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 348 ter, III co. c.p.c., affidato ad un unico motivo. Il Condominio Generale di Parco (omissis…) resiste con controricorso, illustrato da memoria.

Ragioni della decisione

1. Con l’unico motivo di ricorso (violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2051 c.c. in relazione all’art. 360 comma 1 n. 3 c.p.c.) censura la sentenza per aver fatto malgoverno delle regole di cui all’art. 2051 c.c. sulla responsabilità da cose in custodia. Ad avviso del ricorrente la sentenza, omettendo di rilevare che il danneggiato aveva assolto all’onere della prova su di sé incombente, relativo al nesso eziologico tra la cosa e l’evento lesivo, e che, di contro, il responsabile del danno non aveva provato l’esistenza di un fattore estraneo alla sua sfera soggettiva, idoneo ad interrompere il nesso causale, applicando l’art. 2051 c.c., non si sarebbe conformata alla giurisprudenza di questa Corte. Ad avviso del ricorrente egli avrebbe fatto un uso del bene (strada) del tutto conforme alla natura e alla sua ordinaria destinazione e non sarebbe stata esigibile da parte sua una diligenza superiore alla norma, non integrando il suo comportamento un fatto avente i caratteri della imprevedibilità ed eccezionalità.

1.1 II motivo è inammissibile. La sentenza ha dimostrato che, dall’istruttoria espletata, ed in particolare dalle prove testimoniali raccolte, era emerso il collegamento dell’evento lesivo non con residui di vegetazione caduta dalle piante e non tempestivamente rimossa ma con la mera presenza della neve e che il comportamento del Pe., persona anziana avventuratasi sulla stradina in salita ancora innevata, doveva ritenersi fattore eccezionale di verificazione del sinistro, idoneo ad interrompere il nesso causale tra la cosa in custodia ed il danno. La valutazione del giudice di merito, in quanto afferente alla ricostruzione dei fatti, non è sindacabile da questa Corte, sicché il motivo è radicalmente inammissibile. E la sentenza impugnata ha inteso dare continuità alla consolidata giurisprudenza di questa Corte secondo la quale la volontaria e consapevole esposizione al pericolo da parte del danneggiato, quando esistano agevoli e valide alternative idonee a scongiurare l’eventualità di accadimenti dannosi, comporta l’interruzione del nesso di causalità tra quella situazione e l’evento pregiudizievole che avesse a verificarsi, posto che in tal caso è alla volontà dello stesso danneggiato ed alla sua decisione di correre un pericolo da lui conosciuto e facilmente evitabile che l’evento deve essere ricollegato in nesso eziologico (Cass., n. 10434 del 21/10/1998, Cass, 3, n. 4616 del 10/5/1999; Cass., 3 n. 4308 del 26/3/2002; Cass., 3 n. 10641 del 20/7/2002; Cass., 3, n. 15713 dell’8/11/2002; Cass., 3, n. 472 del 15/1/2003; Cass., 3 n. 6988 dell’8/5/2003; Cass., 3, n. 376 dell’11/1/2005; Cass., 3, n. 21684 del 9/11/2005; Cass., 3, n. 2563 del 6/2/2007; Cass., 3, n. 4279 del 19/2/2008; Cass., 3, n. 11227 dell’8/5/2008; Cass., 3, n. 20427 del 25/7/2008; Cass. 6-3, n. 11023 del 9/5/2018; Cass., 6-3, 8/5/2018 n. 10938).

2. Conclusivamente il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, con le conseguenze sulle spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo, e sul cd. raddoppio del contributo unificato.

P.Q.M.

La Corte dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente alle spese del giudizio di cassazione liquidate in Euro 10.200 (oltre Euro 200 per esborsi), più accessori di legge e spese generali al 15%. Dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.


Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 6 dicembre 2018 – 3 aprile 2019, n. 9315

Presidente Frasca – Relatore Cirillo

Fatti di causa

1. Ro. Ti. convenne in giudizio il Comune di Amalfi, davanti al Tribunale di Salerno, chiedendo il risarcimento dei danni da lei patiti in conseguenza della caduta dovuta a suo dire ad un tombino e ad un profondo avvallamento esistenti in una strada cittadina da lei percorsa.

Si costituì in giudizio il convenuto, chiedendo il rigetto della domanda. Il Tribunale accolse la domanda e condannò il Comune al pagamento della somma di Euro 35.651,67, oltre interessi e con il carico delle spese di giudizio.

2. La pronuncia è stata appellata dal Comune soccombente e la Corte d’appello di Salerno, con sentenza del 7 giugno 2017, ha accolto il gravame e, in riforma della sentenza di primo grado, ha rigettato la domanda della Ti., compensando per intero le spese dei due gradi di giudizio.

3. Contro la sentenza della Corte d’appello di Salerno ricorre Ro. Ti. con atto affidato a due motivi.

Resiste il Comune di Amalfi con controricorso.

Il ricorso è stato avviato alla trattazione in camera di consiglio, sussistendo le condizioni di cui agli artt. 375, 376 e 380-bis cod. proc. civ., e non sono state depositate memorie.

Ragioni della decisione

1. Con il primo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione degli artt. 112 e 329, secondo comma, cod. proc. civ., nonché dell’art. 2051 cod. civ., contestando l’errata applicazione delle regole in tema di obbligo di custodia, nonché ultrapetizione.

1.1. Il motivo non è fondato.

1.2. Quanto alla presunta violazione dell’art. 2051 cit., il Collegio osserva che questa Corte, sottoponendo a revisione i principi sull’obbligo di obbligo di custodia, ha stabilito, con le recenti ordinanze 1 febbraio 2018, nn. 2480, 2481, 2482 e 2483, che in tema di responsabilità civile per danni da cose in custodia, la condotta del danneggiato, che entri in interazione con la cosa, si atteggia diversamente a seconda del grado di incidenza causale sull’evento dannoso, in applicazione, anche ufficiosa, dell’art. 1227, primo comma, cod. civ., richiedendo una valutazione che tenga conto del dovere generale di ragionevole cautela, riconducibile al principio di solidarietà espresso dall’art. 2 della Costituzione. Ne consegue che, quanto più la situazione di possibile danno è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione da parte del danneggiato delle cautele normalmente attese e prevedibili in rapporto alle circostanze, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso, quando sia da escludere che lo stesso comportamento costituisca un’evenienza ragionevole o accettabile secondo un criterio probabilistico di regolarità causale, connotandosi, invece, per l’esclusiva efficienza causale nella produzione del sinistro.

E’ stato anche chiarito nelle menzionate pronunce che l’espressione “fatto colposo” che compare nell’art. 1227 cod. civ. non va intesa come riferita all’elemento psicologico della colpa, che ha rilevanza esclusivamente ai fini di una affermazione di responsabilità, la quale presuppone l’imputabilità, ma deve intendersi come sinonimo di comportamento oggettivamente in contrasto con una regola di condotta, stabilita da norme positive e/o dettata dalla comune prudenza. L’accertamento in ordine allo stato di capacità naturale della vittima e delle circostanze riguardanti la verificazione dell’evento, anche in ragione del comportamento dalla stessa vittima tenuto, costituisce quaestio farti riservata esclusivamente all’apprezzamento del giudice di merito.

Nel caso in esame la Corte territoriale ha fatto buon governo di tali principi e, nonostante alcune imprecisioni giuridiche, ha accertato in punto di fatto che la strada percorsa dalla Ti. presentava un avvallamento di minimo spessore, per cui non esisteva alcuna insidia che non fosse evitabile applicando l’ordinaria diligenza. Ha aggiunto la Corte che non aveva rilievo il fatto che la strada fosse molto affollata, perché tale situazione avrebbe dovuto indurre la vittima ad una maggiore attenzione. È evidente, perciò, che, a parte l’errato riferimento all’insidia e alla necessaria alterazione della cosa, la sentenza ha in effetti accertato la mancanza di un nesso di causalità tra la presenza del tombino e dell’avvallamento e la caduta, posto che la situazione dei luoghi e l’orario diurno erano prova del fatto che l’uso dell’ordinaria diligenza avrebbe evitato la caduta; il che è conforme ai principi in precedenza richiamati.

1.3. Da quanto precede risulta anche come non sia fondata la censura di ultrapetizione conseguente, secondo la parte ricorrente, alla presunta acquiescenza del Comune di Amalfi rispetto alla condanna disposta nei suoi confronti in primo grado per violazione delle norme sulla custodia (art. 2051 cod. civ.). Ed invero, le argomentazioni poste a fondamento dell’atto di appello, per come sono riportate nel ricorso, dimostrano l’evidente contestazione, da parte del Comune, dell’attribuzione della responsabilità per la caduta; la domanda stessa della danneggiata, del resto, era orientata nel senso di una condanna del Comune per violazione dell’art. 2043 cod. civ.; e comunque non è configurabile una qualche forma di acquiescenza che giustifichi la presunta ultrapetizione della Corte d’appello. La sentenza impugnata, d’altra parte, ha fatto applicazione dei principi sull’obbligo di custodia e, a prescindere dalla formulazione della domanda risarcitoria in primo grado, ha reso una motivazione che è tale da escludere la sussistenza di una responsabilità del Comune, sia applicando le regole dell’art. 2043 cod. civ. che quelle dell’art. 2051 del codice civile.

2. Con il secondo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 2700 cod. civ. e dell’art. 112 cod. proc. civ. in ordine alla mancanza di contestazione della relazione di servizio redatta in occasione del sinistro.

2.1. Il motivo non è fondato.

La relazione di servizio redatta in occasione del sinistro non ha una valenza privilegiata se non in ordine a quanto accertato direttamente dai verbalizzanti, mentre le valutazioni dai medesimi compiute sono soggette comunque alla verifica ed alla ponderazione del giudice di merito; che è ciò che la Corte d’appello ha fatto, senza incorrere nelle prospettate violazioni di legge.

3. Il ricorso, pertanto, è rigettato.

A tale esito segue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate ai sensi del D.M. 10 marzo 2014, n. 55, da distrarre in favore del difensore antistatario.

Sussistono inoltre le condizioni di cui all’art. 13, comma 1-quater, del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 3.200, di cui Euro 200 per spese, oltre spese generali ed accessori di legge, da distrarre in favore dell’avv. Pi. Ca., che si è dichiarata antistataria.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, dà atto della sussistenza delle condizioni per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.


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