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Come valutare attendibilità testimone

3 Maggio 2019 | Autore:
Come valutare attendibilità testimone

Come si stabilisce se un testimone è attendibile oppure dice il falso o non ricorda: da cosa si desume la sincerità della testimonianza e quali sono gli indici per capire se è affidabile

Sei in causa ed hai motivo di dubitare che i testimoni introdotti in giudizio dalla tua controparte siano poco attendibili: ad esempio perché sono parenti o amici del tuo avversario oppure legati a lui economicamente, come dipendenti, soci o collaboratori. In questi casi, come possiamo far emergere la loro inattendibilità oppure la loro scarsa credibilità su determinate circostanze o addirittura far valere la loro incapacità a testimoniare? La testimonianza è uno dei mezzi di prova più utilizzati nei processi, civili e penali, nonostante il fatto che la legge la guardi con sfavore, per i dubbi e le incertezze che pone. Molte volte è indispensabile ricorrervi, in assenza di altri elementi più oggettivi che aiutino a ricostruire la verità. Anche a prescindere dalla volontà di dichiarare il falso, bisogna poi considerare la cattiva percezione di determinati fatti e situazioni (sempre possibile in tutti gli esseri umani) ed anche l’incapacità a ricordare bene ed a resocontare fedelmente scene ed eventi, specialmente se a distanza di tempo o se nel frattempo il testimone ha subito influenze e suggestioni.

La testimonianza è un meccanismo incerto e da guardare con particolare attenzione per ridurre al minimo questi rischi di alterazione della verità e di conseguenti decisioni giudiziarie errate. Proprio per questo la prova testimoniale si fonda sul cardine dell’attendibilità del testimone. Come valutare attendibilità testimone? Valutare questo fondamentale aspetto è uno dei compiti tipici e più ardui che spettano al giudice. Egli in questa delicata attività non è totalmente libero, ma si regola in base ad alcuni principi e criteri posti dalla legge che ora esamineremo ed in base ai quali si deve stabilire se quella testimonianza può essere considerata veritiera e dunque essere presa a base per la decisione.

Cos’è la testimonianza e come dovrebbe essere?

La testimonianza è la dichiarazione resa in giudizio da un soggetto estraneo al giudizio stesso, cioè non una delle parti in causa: per questo deve essere neutrale, completa e soprattutto imparziale. Essa riguarda fatti e circostanze di cui il testimone è personalmente a conoscenza: lì deve riferire così come li ha appresi o percepiti, senza distorsioni ed alterazioni e neppure senza aggiunte o valutazioni.

Quindi, schematizzando, la testimonianza ha e deve avere queste tre caratteristiche:

  • essere resa in giudizio, cioè nel processo (le dichiarazioni rese fuori dal giudizio o contenute in un documento non costituiscono testimonianza in senso tecnico, anche se possono essere acquisite nel processo in determinati casi, come la morte del soggetto);
  • il testimone deve essere indifferente ed estraneo alla controversia, non parte di essa (con l’importante eccezione della vittima di un reato costituita parte civile nel processo);
  • la deposizione deve riguardare fatti e vicende che il teste ha percepito direttamente: se il teste fa riferimento a circostanze apprese da altri, questi devono essere chiamati a deporre, altrimenti il dato è inutilizzabile.

Di questi tre caratteri, l’elemento problematico è il secondo: l’imparzialità del teste. E’ su questo terreno che si gioca la partita: serve il distacco dalle parti in causa e dalla posta in gioco nel processo. Da questo requisito dipende in larga misura l’attendibilità del testimone, come vedremo tra poco. Se ha un interesse personale alla vicenda e al suo esito giudiziario, la sua attendibilità è minata.

Le regole della testimonianza

Per garantire la maggior genuinità possibile della testimonianza la legge che regola i processi civili pone dei precisi limiti, sia per quanto riguarda l’ammissibilità di questo strumento di prova [1] sia per quanto concerne il modo in cui la testimonianza deve essere acquisita nel processo [2].

Tra le regole più importanti vi è quella che vieta la testimonianza delle persone che hanno nella causa un interesse tale da legittimare la loro partecipazione al giudizio [3]. Ad esempio, una vittima di un sinistro non potrà deporre come teste in una causa instaurata da un passeggero della stessa macchina su cui lui viaggiava [4].

Nei processi penali, le regole sono ancora più stringenti per l’evidente delicatezza della materia (una testimonianza errata potrebbe far condannare ingiustamente l’imputato) e quindi ci sono precise norme che sanciscono l’incompatibilità a testimoniare [5] per i coimputati o agli accusati di un reato connesso, mentre i prossimi congiunti dell’imputato (genitori, figli, coniuge, fratelli, sorelle, affini, zii e nipoti) possono astenersi dal deporre [6].

Il testimone deve essere interrogato su cose che sa perché le ha apprese direttamente e non può esprimere giudizi, valutazioni o apprezzamenti personali. Talvolta, però è impossibile distinguere determinati fatti dalle valutazioni correlate: un teste chiamato a riferire su esalazioni nocive ben potrà descrivere i fumi come “puzzolenti” e anzi proprio questo denoterebbe maggiore sincerità.

Per garantire questa fondamentale regola che scinde i fatti dalle opinioni la legge fissa determinate prescrizioni:

  • nel processo civile le parti devono formulare le domande in modo preciso, articolandole in appositi capitoli di prova, in modo che non sia possibile eludere la risposta ed il teste possa rispondere in modo affermativo o negativo a seconda di ciò che gli viene chiesto;
  • nel processo penale le domande devono essere pertinenti all’oggetto del processo o alla persona dell’imputato e devono riguardare fatti determinati: il testimone non può riferire su voci di popolo, dicerie o pettegolezzi. L’esame viene condotto in modo incrociato secondo le regole della cross examination, cioè tutte le parti possono intervenire anche formulando contestazioni [7] e mettendo in difficoltà il teste in modo da far emergere contraddizioni e lacune.

Ad esempio, ad un anziano testimone di un episodio di rapina ben potrebbe essere chiesto dalla difesa dell’imputato qual è il suo grado di vista e come ha fatto a scorgere determinati particolari della fisionomia dell’aggressore se si trovava, poniamo, a 50 metri di distanza e in una strada scarsamente illuminata. Dalle risposte potrebbe emergere l’inattendibilità di questo teste, pur se in perfetta buona fede è convinto di aver riconosciuto l’imputato.

Esiste per tutti i testimoni l’obbligo di rispondere secondo verità alle domande che gli vengono rivolte dalle parti processuali, attraverso i loro avvocati (nel processo penale anche il pubblico ministero) e dal giudice che conduce il dibattimento, che può sempre intervenire nell’esame del teste per richiedere tutti i chiarimenti ritenuti opportuni. In fin dei conti è lui che decide e deve disporre di tutti gli elementi necessari per formare la sua decisione.

La falsa testimonianza costituisce reato [8] e si verifica non soltanto quando il testimone afferma il falso o nega il vero ma anche quando omette di dire ciò che sa: è il caso della reticenza, punito allo stesso modo perché il silenzio impedisce di acquisire al processo gli elementi necessari a ricostruire i fatti oggetto di causa e può causare una decisione giudiziaria sbagliata.

Non sempre, però, è possibile dimostrare la falsa testimonianza specialmente perché occorre provare che la bugia è consapevole anziché frutto di mero errore involontario. Invece è molto più facile smascherare un testimone dimostrando la sua inattendibilità, come vedremo ora.

Come si valuta la prova testimoniale?

Il principio di fondo è quello del libero convincimento del giudice. Spetta a lui valutare la credibilità del testimone e l’attendibilità della narrazione, con il suo “prudente apprezzamento” [9]. Ovviamente le parti potranno sottoporgli tutti gli elementi da cui emergono dubbi e perplessità al riguardo, ma alla fine sarà soltanto il giudice che deciderà se prendere o no quella testimonianza come valida ed attendibile per fondare la sua decisione.

Quello che più vincola il giudice, in realtà, è l’obbligo di motivazione della sentenza: deve dare conto delle ragioni per le quali ha preferito alcune risultanze testimoniali rispetto ad altre e dei motivi per i quali le ha ritenute più attendibili.

Se ci sono più testimonianze tra loro contrastanti, il giudice dovrà motivare adeguatamente per chiarire le ragioni in base alle quali, ad esempio, ha valutato inattendibili quelle rese dai testimoni che sono risultati essere più vicini ad una delle parti in causa rispetto a quelle di testimoni del tutto estranei alla vicenda.

Libero convincimento non significa affatto arbitrio o decidere a piacimento: il giudice deve esercitare tutte le sue doti di competenza e di esperienza e valutare con ragionevolezza la veridicità della deposizione resa dal testimone, caso per caso ed in concreto in base a:

  • elementi di natura oggettiva, a partire dalla precisione e completezza della deposizione, fino a rilevare la presenza di incertezze o lacune, le eventuali contraddizioni intrinseche o il contrasto con altri dati processuali;
  • dati di carattere soggettivo: la dichiarazione può essere più o meno credibile in relazione alle qualità personali (ad esempio un teste dalla vista debole potrebbe non aver colto con precisione determinati particolari di un incidente stradale o di una rapina), ai rapporti del testimone con le parti, che possono essere più o meno stretti, ed anche all’eventuale interesse ad un determinato esito della lite che, evidentemente, potrebbe condizionare la deposizione.

I dati soggettivi nella pratica giudiziaria rilevano ancor più di quelli oggettivi: non bisogna limitarsi a valutare quanto il testimone ha raccontato ma bisogna guardare la sua personalità in tutti gli aspetti, comprese le eventuali esitazioni nel rispondere a determinate domande e tenendo conto che anche l’eccessiva sicurezza o prontezza nel fornire le risposte, oppure un racconto troppo ricco di particolari riguardante una scena osservata distrattamente e a distanza, potrebbero essere indice di mancata sincerità.

Tutti questi elementi devono essere riguardati sempre cercando di interpretare la persona del testimone: potrebbe trattarsi di una persona particolarmente attenta o pignola e questo spiegherebbe la sua loquacità sui dettagli oppure, al contrario, un testimone schivo ed imbarazzato potrebbe provare una naturale ritrosia nel rispondere anche a domande semplici e chiare.

Del resto, nessuno di noi è mai psicologicamente neutro rispetto ad una vicenda: tutti siamo influenzati nei modi più vari a livello psicologico ed inconscio e così tendiamo a “rielaborare” nella nostra mente quanto abbiamo percepito, con il rischio di rappresentarlo poi in modo non corretto.

Insomma valutare l’attendibilità di un testimone e decidere quando un testimone non è attendibile è forse più un’arte che una scienza: gli avvocati sanno bene che un testimone che dice la verità non per questo viene automaticamente creduto, così come un testimone apparentemente sicuro e convincente ben potrebbe deporre il falso.

La “patente di attendibilità“, insomma, si conquista attraverso un attento esame a 360 gradi da parte del giudice, che dovrà valutare bene tutte queste circostanze per arrivare ad una decisione giusta.

Attendibilità e credibilità del testimone: come riconoscerla

Se hai letto attentamente, avrai già capito che l’attendibilità riguarda il racconto mentre la credibilità è relativa alla persona del testimone, innanzitutto considerato in sé, ma anche nei suoi rapporti con le parti in causa.

I due profili sono strettamente connessi e confluiscono in un’unica valutazione: il giudice dovrà esaminarli entrambi e potrebbe emergere che un racconto oggettivamente attendibile promani da una persona scarsamente credibile. In questo modo, si avrà l’inattendibilità complessiva della testimonianza: la versione presa in sé regge, ma se si tiene conto del soggetto che ha reso quelle dichiarazioni tutto cambia.

Oltretutto, anche aver narrato un particolare fuori luogo ed inverosimile, così come averne omesso uno evidente, può inficiare l’intera deposizione di quel testimone.

Ad esempio, un pentito di mafia che, chiamato a descrivere l’abitazione di un correo dove a suo dire si recava spesso, non sappia dire se in quella casa c’era o no il camino, sarà giudicato inattendibile sull’intero narrato.

Quindi, per ben valutare l’attendibilità di una testimonianza non bisogna limitarsi ad un esame, sia pure accurato, del contenuto delle dichiarazioni rilasciate, ma bisogna estendere il giudizio alla persona del testimone e da qui valutare l’attendibilità complessiva.

Le dichiarazioni dei testimoni vanno sempre “prese con le molle” in modo da far emergere le eventuali testimonianze compiacenti o interessate ed i fenomeni di deformazione inconsapevole dei fatti, che accadono più spesso di quanto si crede a causa dei meccanismi insiti nella psiche umana.

Nei processi, i testimoni non si contano a numero, ma piuttosto a qualità. E’ il contrario dei goal segnati in una partita di calcio. Non vince affatto chi ha più testimoni, bensì chi ha quelli migliori, cioè quelli che sono risultati più attendibili.

Un solo testimone al quale sia riconosciuta piena attendibilità può bastare. Ad esempio, in una violenza sessuale è sufficiente a condannare l’imputato anche la sola versione della vittima, se era l’unica persona presente ai fatti commessi in un luogo isolato e se il suo racconto risulta chiaro, completo, immune da contraddizioni e non emerge la sua volontà di calunniare l’imputato [10]. In altre parole, si può mandare in galera una persona solo con una denuncia.

In conclusione, è solo dopo un accurato esame del contenuto delle dichiarazioni rilasciate e della struttura della persona del testimone che risulta possibile formulare il giudizio “il testimone è attendibile” e da qui riconoscere affermati i fatti posti a sostegno della pretesa fatta valere in causa.

Quando il testimone è inattendibile: alcuni indici rivelatori

Non potremmo fermarci qui senza fornire qualche indicazione di natura pratica sui più comuni indizi che rivelano l’inattendibilità di un testimone, tenendo presente che la casistica è sterminata e che spesso occorre vagliare attentamente il contenuto delle dichiarazioni ed indagare sulla persona che le ha rese per scoprire se era interessata a dire il falso o comunque a distorcere la verità dei fatti.

Di solito il testimone è inattendibile:

  • quando le sue dichiarazioni si scontrano con altri riscontri e risultati probatori già acquisiti: se il racconto del teste è inconciliabile con fotografie, filmati di telecamere di sorveglianza, verbali di accertamento della polizia giudiziaria o altre risultanze inoppugnabili o comunque non contestate, sarà quasi impossibile riconoscergli attendibilità;
  • quando è troppo vicino, affettivamente o economicamente o per rapporti di stretta parentela, ad una delle parti coinvolte e questo legame traspare dalle sue dichiarazioni. In tali casi basta chiedersi: come avrebbe riferito quelle circostanze un soggetto indifferente? Se un estraneo avesse resocontato la medesima vicenda in termini più neutrali ed imparziali, allora emerge l’inattendibilità di quel testimone (tenendo però conto dei naturali legami affettivi: non si può pretendere distacco emotivo, ad esempio, da una madre che testimoni in favore del figlio);
  • quando al teste sfuggono dettagli importanti e che avrebbe dovuto ben conoscere se fosse vero quello che ha riferito: se il giorno dei fatti pioveva a dirotto e il testimone afferma di essere stato seduto un’ora su una panchina al parco sarà difficile credergli se ha “dimenticato” proprio questo aspetto e non sa spiegare quali precauzioni ha preso per non bagnarsi e perchè si trovasse proprio lì;
  • quando il testimone è contraddittorio: se ha descritto in maniera minuziosa le infiltrazioni e gli allagamenti di un locale ma poi si confonde sulla via o zona in cui è ubicato, è probabile che quei danni li abbia visti non di persona ma solo in fotografia;
  • quanto il testimone condisce la sua deposizione di particolari non richiesti e magari coglie l’occasione per dare un giudizio – severo o sarcastico che sia, ma comunque inappropriato e non richiesto – sui personaggi coinvolti: questo denota un suo interesse per la tesi di una delle parti in causa;
  • quando il testimone è lacunoso e ricorda a intermittenza: ad esempio riferisce tutti i particolari di uno scontro tra due autoveicoli ma poi non ricorda se la vettura era nera o gialla. E’ inverosimile aver tenuto bene in mente solo determinati aspetti ed averne invece “dimenticati” altri ed altrettanto importanti di una scena complessiva ed unitaria;
  • quando il testimone ha troppa memoria focalizzata su alcuni aspetti come un raggio laser: in una causa di usucapione riferisce chiaramente sul passaggio regolare attraverso un fondo avvenuto vent’anni prima e sul suo costante utilizzo, nonostante il fatto che egli da molto tempo abiti altrove e lavori ben distante;
  • quando il testimone riferisce in maniera rigida, ostinandosi a ripetere la stessa versione “a pappagallo” con le medesime parole. E’ sintomo di un racconto recitato, probabilmente indotto da altri: chi ha assistito veramente ad un episodio o una scena sa descriverla spontaneamente e con parole proprie, rispondendo con termini diversi a seconda di come gli vengono formulate le domande;
  • quando il testimone esita a lungo a rispondere o, al contrario, è troppo precipitoso: questa scarsa naturalezza va comunque interpretata alla luce della personalità del soggetto (un bambino o una persona scarsamente istruita potrebbe avere semplicemente vergogna o timore a deporre in un tribunale) ma di per sè denota incertezza, o eccessiva sicurezza, che mal si conciliano con chi deve raccontare fatti veri ai quali ha personalmente assistito e che di solito non pensa né troppo né troppo poco prima di rispondere.

note

[1] Art. 2721 cod. civ.

[2] Artt. 244 e ss. cod. proc. civ.

[3] Art. 246 cod. proc. civ., intitolato “Incapacità a testimoniare“.

[4] Cass. sent. n. 16541 del 28.09.2012.

[5] Art. 197 cod. proc. pen.

[6] Art. 199 co. 1 cod. proc. pen.

[7] Art. 500 cod. proc. pen.

[8] Art. 372 cod. pen.

[9] Art. 116 cod. proc. civ.

[10] Cass. sent. n. 42749 del 19.09.2017.

Autore immagine: testimone processo di Lisa S.


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