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Diritto ai rapporti sessuali tra coniugi

29 Aprile 2019
Diritto ai rapporti sessuali tra coniugi

Esiste un dovere a fare sesso tra coniugi? Una nuova sentenza della Cassazione dice di no salvaguardando il diritto a non avere amplessi per il timore di subire conseguenze peggiori.

Un tempo si aspettava il matrimonio per andare a letto con la propria moglie. Era quindi socialmente accettato il fatto che, in presenza di un rifiuto ingiustificato da parte della donna, il marito potesse ripudiarla. Quei tempi sono passati ma qualche residuo di una concezione legata al dovere dei rapporti sessuali è rimasta. Innanzitutto in tema di «nullità del matrimonio»: se il matrimonio non viene consumato, il giudice potrà cancellarne ogni effetto senza neanche bisogno di previa separazione [1]. Risultato: sarà proprio come se la coppia non si fosse mai sposata (il che vuol anche dire: niente assegno di mantenimento). C’è poi il dovere di prestarsi «reciproca assistenza morale e materiale» imposto dal Codice civile: in quest’obbligo, secondo la giurisprudenza, è compreso anche il sesso.

Una recente sentenza della Cassazione [2] ritorna sull’argomento e si interroga su un quesito interessante: esiste il diritto ai rapporti sessuali tra coniugi? In presenza del rifiuto prestato dalla moglie o dal marito, cosa può fare l’altro? Quali sono i diritti di chi rimane “in bianco” e quali invece quelli di chi ha il “periodico mal di testa”? Chi insiste, tanto da forzare il coniuge, cosa rischia? E chi invece chiede di dormire in camere separate può essere ritenuto responsabile del divorzio?

Sono domande molto attuali, anche se comunemente non trovano ampia discussione sociale, per via del normale imbarazzo che si prova nel rivelare le confidenze del proprio letto. Da quando esiste internet sono nati numerosi forum ove il problema viene trattato in vario modo. Non sono poche le mogli o i mariti che si chiedono: che rischio se non faccio l’amore con il coniuge? Ecco le risposte che stai cercando.

Qual è la frequenza dei rapporti sessuali di una coppia sposata?

Come potrà già immaginare chi si è trovato a vivere una situazione del genere, non esiste alcuna normativa che regoli la frequenza dei rapporti sessuali nel matrimonio. Né mai vengono citati nell’ambito dei diritti e doveri dei coniugi. Ed è davvero strano visto che la legge disciplina ogni aspetto della nostra vita quotidiana, da quelli più semplici ai più complessi. Anzi, si parla di un eccesso di “normazione” con riferimento alla mole di disposizioni che regolano l’esistenza del cittadino. Perché proprio i rapporti sessuali – quanto di più normale e anzi frequente vi possa essere – non vengono menzionati? Forse per pudore del legislatore che, solo nel lontano 1942, ha scritto interamente il diritto di famiglia.

Il fatto che nessun articolo citi il dovere di fare sesso, non significa che non esista. La giurisprudenza corre infatti spesso a colmare le lacune e a interpretare il diritto sulla base del ricorso all’analogia. Ecco che, secondo numerose sentenze, è illegittimo – se immotivato – il rifiuto di rapporti sessuali. E questo perché il dovere morale – che il Codice, questa volta sì, prevede in modo esplicito – consiste nel soddisfare le reciproche necessità. Necessità quindi non solo economiche ma anche fisiche. Il rifiuto ad avere rapporti sessuali per la legge rappresenta la manifestazione di una volontà che, a chiare lettere, dichiara di non avere intenzione di adempiere a tale dovere coniugale.

Il problema è più grave di quanto appaia perché, come anticipato, nella quasi totalità dei casi quando si inizia a rifiutare di avere rapporti sessuali col proprio coniuge si arriva pian piano a rifiutare la persona nella sua totalità e, così, a ferirla psicologicamente e soprattutto negli affetti.

Appurato che i rapporti sessuali, entro determinati limiti, sono obbligatori, bisogna capire quale sia la frequenza che si possa richiedere al coniuge. Qui bisogna affidarsi al buon senso e a una “normale” vita sessuale che, in ambito matrimoniale, potrebbe anche essere più o meno intensa o addirittura del tutto assente, purché sempre vi sia il consenso di entrambi i coniugi. Quindi se si vuole, anche due volte al giorno o una al mese.

Il problema invece – quasi sempre – è quando tale consenso non si trova e uno dei due è soggetto a pulsioni che l’altro non ha. Qui bisogna trovare il giusto compromesso per non cadere in due eccessi assai rischiosi: chi vuole per forza avere i rapporti sessuali deve stare attento a non commettere il reato di violenza sessuale; dal lato opposto, invece, c’è il rischio, per chi vi si vuole sottrarre, di subire il cosiddetto addebito e di perdere il diritto al mantenimento.

Ecco che allora corre in soccorso la sentenza della Cassazione citata in apertura.

È violenza se la moglie accetta il rapporto sessuale perché intimidita

Immaginiamo una scena di questo tipo. Lei acconsente al rapporto sessuale chiesto con insistenza dal marito – un tipo brusco e violento – ma solo perché teme, in caso di rifiuto, conseguenze ben peggiori, magari di essere lasciata perché minacciata in tal senso, o di essere picchiata. In tale ipotesi si configura lo stesso il reato di violenza sessuale.

La Cassazione, in questa occasione, sembra cambiare parere rispetto al passato ed avverte: non esiste un diritto all’amplesso solo perché tra due persone c’è un rapporto coniugale o paraconiugale e né il potere di imporre o esigere una prestazione senza il consenso del partner.  Se la moglie non vuol far l’amore con il marito quest’ultimo non può imporsi.

Se però il diniego ai rapporti sessuali non è occasionale ma costante ed immotivato (privo cioè di valide ragioni) l’uomo può chiedere la separazione con addebito a carico della moglie “fredda”.

Attenzione però: nessun addebito scatta se lei si rifiuta di fare l’amore quando ci sono altre cause, a monte, ad aver allontanato i due coniugi. Se la coppia era già in crisi, dunque, non resta che prendere atto di un’unione venuta meno e procedere alla separazione senza colpe.

Nel caso deciso dalla Corte, tra i due coniugi non scorreva più buon sangue e in casa c’era un clima di estrema conflittualità anche dipeso dalla perdita del lavoro da parte dell’imputato e del consumo di alcol.

La Cassazione ha ricordato che integra il reato di violenza sessuale «nella forma “per costrizione” qualsiasi forma di costringimento psico-fisico idoneo a incidere sull’altrui libertà di autodeterminazione, compresa l’intimidazione psicologica che sia in grado di provocare la coazione della vittima a subire gli atti sessuali. Non rileva l’esistenza di un rapporto coniugale o paraconiugale, atteso che non esiste all’interno del rapporto un diritto all’amplesso, né conseguentemente il potere di imporre o esigere una prestazione sessuale senza il consenso del partner».

«Non esclude l’esistenza del crimine – conclude la Corte – il fatto che la donna non si opponga palesemente ai rapporti sessuali e li subisca quando è provato che l’autore, per le violenze e minacce precedenti poste ripetutamente in essere nei confronti della vittima, aveva la consapevolezza del rifiuto implicito della stessa agli atti sessuali».

Sul tema ti consiglio di leggere un ulteriore approfondimento: Violenza sessuale: quando non c’è consenso. In quell’occasione la Cassazione ha ritenuto che la violenza possa essere anche tacita.


note

[1] Cass. sent. n. 1729/15 del 29.01.2015.

[2] Cass. sent. n. 17676/19 del 29.04.2019.

Autore immagine: marito guarda la moglie russare. Di Inspiring


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1 Commento

  1. Buongiorno,
    nelle note non ci sono gli estremi della sentenza della Cassazione citata nell’articolo. Sarebbe possibile averli?
    Grazie

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