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Valore affettivo: c’è risarcimento?

1 Maggio 2019
Valore affettivo: c’è risarcimento?

Risarcimento del danno morale: quando il danneggiato può vantare il ristoro per un danno affettivo legato a un oggetto a cui è collegato un ricordo o una persona speciale.

A causa di un forte litigio, la compagna con cui hai convissuto in questi ultimi anni ha buttato per le scale tutta la tua roba ordinandoti di non farti mai più vedere. Tra i vari oggetti lanciati in aria c’era anche un portafotografie a cui eri fortemente legato: si trattava di un regalo di tua madre che ora non c’è più. L’oggetto in sé, seppur in argento, ha un valore economico ridotto: quello affettivo è di gran lunga superiore. Vorresti farti rimborsare non solo i danni materiali ma anche quelli morali derivanti dalla perdita del ricordo. È possibile un’azione del genere? Per il valore affettivo c’è risarcimento? 

Abbiamo appena fatto solo uno dei tanti esempi che l’esperienza quotidiana può presentare. Il campo delle ipotesi è tuttavia immenso. Si pensi a un orologio rotto, alle vecchie lettere o alle fotografie di famiglia, al bagaglio con i vestiti smarrito dalla compagnia aerea, a un suppellettile di arredo privo di alcun pregio artistico ma collegato a un fatto o a una persona cara. Insomma, la sfera emotiva di ognuno di noi è più o meno ampia e attaccata alla materia non meno di quanto lo sia, in determinate ipotesi, al denaro. Ecco perché, fermo scontato il risarcimento del danno per il valore economico dell’oggetto rotto o danneggiato, è giusto interrogarsi se c’è risarcimento per un bene di valore affettivo.

Vediamo qual è la risposta che il nostro ordinamento offre a problemi come questo.

Valore affettivo: esiste?

La legge non parla di “valore affettivo” o “economico”; dice solo che chi causa un ingiusto danno ad altri è obbligato a versare il risarcimento e, se non lo fa, ne risponde con tutto il suo patrimonio, presente e futuro. 

Il tema quindi da affrontare è cosa si debba intendere per «danno». 

A volte, chi non è un tecnico del diritto ha difficoltà a comprendere le problematiche legali che, dietro parole apparentemente semplici, possono celarsi. Una di tali parole è proprio questa. Il risarcimento danni è al centro di infinite sentenze della Cassazione, anche a Sezioni Unite. Non è una questione di pura teoria: è chiaro infatti che tanto più viene esteso il confine del danno risarcibile tanto maggiori sono le somme che vanno versate al danneggiato. Ecco perché, visto che i danni patrimoniali sono quasi sempre facilmente calcolabili e su queste è difficile “giocare” (ad esempio: il valore di un’auto incidentata sulla base del listino di mercato; un soffitto danneggiato dalle infiltrazioni sulla base della fattura dell’imbianchino; le spese mediche per un infortunio sul lavoro certificate dagli scontrini della farmacia; il costo della riparazione di una moto preventivata dal meccanico), si tende allora a far leva sul danno morale. Chi può dire a quanto ammonta la sofferenza interiore? Si tratta di un pregiudizio soggettivo e difficilmente calcolabile. E proprio da questa porta si tende a far entrare le maggiori somme per un risarcimento: pensa alla perdita di un parente morto a seguito di incidente stradale (che per alcuni può essere un terribile lutto e per altri invece no); al discredito che si può subire a seguito di una diffamazione (c’è chi ha un forte sentimento dell’onore personale e chi non se ne interessa affatto); al dolore per un animale investito da un’auto e così via.

Quando il danno morale può essere risarcito

Proprio per evitare strumentalizzazioni, la Cassazione ha detto che il risarcimento del danno morale non può essere riconosciuto sempre ma solo in due casi: quando c’è in mezzo un reato e quando è stato leso un diritto tutelato dalla Costituzione (come la salute, il lavoro, la privacy, la reputazione, ecc.). Ad esempio deve risarcire il danno morale chi sfregia una persona lasciandole una cicatrice o comunque impedendole di camminare per qualche giorno; chi parla male in pubblico di un altro soggetto; chi inserisce un software spia nel computer altrui per sapere cosa sta facendo, ecc.

Al contrario, il semplice fastidio della vita quotidiana non può trovare alcun risarcimento: si pensi a un tacco rotto in un tombino mal posizionato dal Comune, a un taglio di capelli sbagliato, al ritardo a un appuntamento causato da un guasto al motore, al disservizio per qualche ora della linea telefonica, ecc. 

In tutti questi casi, l’unica chance per un risarcimento del danneggiato è dimostrare che vi è stato un danno di natura economica (le scarpe erano di pregio; il colore sbagliato ai capelli ha impedito alla modella di fare una sfilata per la quale sarebbe stata pagata; la linea muta in un ufficio ha determinato la perdita di clienti, ecc.).

Valore affettivo: può essere risarcito?

Finalmente abbiamo tutti i tasselli per capire se il danno al valore affettivo di un oggetto è risarcibile o meno. Sicuramente è proprio in ambito dei danni morali che si può inserire anche il valore personale collegato a una cosa ed al ricordo che essa porta con sé.

Abbiamo detto che la legge non cita mai il «valore affettivo»; vediamo se di esso hanno parlato i giudici. Non poteva che essere così. Un precedente interessante lo troviamo in una sentenza del tribunale di Milano [1]. Secondo i giudici del capoluogo lombardo, «la lesione di un bene che, in ragione del particolare valore affettivo ad esso attribuito dalla vittima, provochi a carico di quest’ultima una ripercussione psichica diversa dal semplice dispiacere o disturbo per il verificarsi del danno, dà diritto al risarcimento di un pregiudizio qualificabile come “danno morale affettivo“».

In pratica, la pronuncia limita il risarcimento solo a quei casi in cui la perdita di un oggetto a cui si è particolarmente legati lascia un segno forte nel proprietario, tale da avere ripercussioni sulla sua salute psichica (del resto, come detto, il danno morale viene risarcito quando vengono lesi diritti costituzionali come la salute). 

Perciò, a fronte della lesione di un bene affettivamente rilevante per la vittima, il tribunale appare orientato a configurare il pregiudizio nei termini di danno morale “affettivo”: vale a dire di ripercussione negativa riguardante la sfera emozionale del proprietario. Tale conclusione appare del tutto condivisibile, dal momento che anche qui si tratta di far fronte ad un turbamento emotivo della vittima, derivante in questo caso dalla compromissione della particolare relazione esistente nei confronti del bene colpito [2].

Nell’esempio del portafotografie da cui siamo partiti sarà molto difficile ottenere il risarcimento per il valore affettivo. Sembrerebbe quasi che i giudici del tribunale milanese richiedano un certificato medico per attestare la lesione psichica che la perdita dell’oggetto ha comportato. 

Anche la Cassazione [3], in tema di smarrimento dei bagagli per colpa della compagnia aerea, ha escluso il risarcimento del danno affettivo per oggetti persi. Di tanto avevamo già parlato in questo articolo Smarrimento bagaglio aereo: risarcimento.


note

[1] Trib. Milano, sent. del 27.11.2000.

[2] v. Ziviz, La tutela risarcitoria della persona. Danno morale e danno esistenziale, Milano, 1999, 426; contra Cricenti, op. cit., 95, secondo cui – nel caso di lesione dell’interesse d’affezione – il pregiudizio va identificato con la perdita del valore affettivo che la cosa sottratta o distrutta o danneggiata rappresenta per il soggetto.

[3] Cass. sent. n. 4996/2019 del 21.02.2019.

Autore immagine: carillon. Di Senol Yaman


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