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Abuso edilizio: il coniuge è responsabile?

2 Maggio 2019
Abuso edilizio: il coniuge è responsabile?

Per la responsabilità penale del marito o della moglie non proprietaria o comproprietaria dell’immobile su cui è realizzata l’opera abusiva ci devono essere seri indizi.

Tua moglie ha un appartamento di proprietà nel quale vivete ormai da quando vi siete sposati. Anni fa, hai contattato una ditta di lavori per eseguire alcune opere sul tetto e sui balconi. Lavori però che non erano a norma: per la loro esecuzione infatti non hai mai chiesto l’autorizzazione al Comune. Ora si è aperto contro di te un processo penale per abuso edilizio. I vigili hanno rilevato infatti l’irregolarità delle opere e ti hanno contestato il reato. Come dimostrazione della tua responsabilità, il pubblico ministero ha presentato delle prove, a suo dire, inoppugnabili: la tua firma sul contratto con la ditta e i pagamenti partiti proprio dal tuo conto corrente. Non c’è dubbio: per la Procura della Repubblica sei colpevole. La tua difesa però si basa su un aspetto formale: dell’abuso edilizio è responsabile solo il proprietario dell’immobile, proprietario che, nel caso di specie, è tua moglie. Come stanno davvero le cose? In caso di abuso edilizio, il coniuge è responsabile? La risposta è stata fornita dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

La responsabilità personale in caso di reati

Per i reati esiste il principio di «responsabilità personale»: significa che solo chi ha commesso il crimine può essere chiamato a risponderne. Non si può, ad esempio, incolpare il proprietario di un’auto di omicidio stradale se, al momento dell’incidente, alla guida c’era un altro soggetto. 

Sta scritto infatti sul codice penale [2]: «Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se l’evento dannoso o pericoloso, da cui dipende la esistenza del reato, non è conseguenza della sua azione od omissione». 

Non si può essere quindi responsabili per condotte commesse da altri, anche se si è a conoscenza di ciò. La responsabilità scatta solo quando si ha un obbligo legale di intervento, volto cioè a impedire che altri commettano un illecito (come ad esempio il datore di lavoro nei confronti dei suoi dipendenti, i genitori verso i figli ancora incapaci, ecc.).

L’abuso edilizio sull’immobile di proprietà di un solo coniuge

Alla luce di ciò, solo chi è proprietario dell’immobile risponde dell’eventuale abuso edilizio, non anche il suo coniuge, benché quest’ultimo sia a conoscenza dell’illecito commesso dall’altro. Neanche l’eventuale regime di comunione dei beni può modificare tale principio di responsabilità personale nell’ambito del diritto penale. 

Quindi, ai fini della responsabilità per l’abuso edilizio, la semplice esistenza di un rapporto di matrimonio, a fronte della titolarità dell’immobile in capo a uno solo dei coniugi, non è sufficiente a determinare, anche in capo all’altro, una condanna per abuso edilizio. Del resto, si tratta di considerazioni non così abnormi: chi è il proprietario di un terreno o di un appartamento esercita sempre un controllo sulle opere che sul proprio immobile vengono realizzate. Le stesse autorizzazioni amministrative devono essere da lui firmate, sicché può già rendersi conto se i lavori sono in regola o no. E se è consapevole dell’illegalità delle opere, e ciò nonostante non fa nulla per evitarle, la sua responsabilità è anche scontata.

Questo vale in linea generale. Ma sono previste delle eccezioni.

Abuso edilizio: il coniuge non proprietario è responsabile? 

Per la Cassazione nulla toglie che potrebbero risultare, nel corso del processo, delle prove inoppugnabili di responsabilità, per l’abuso edilizio, da parte del coniuge non proprietario dell’immobile. Ciò succede ad esempio quando egli risulta essere l’effettivo committente delle opere, sulla base di indizi e presunzioni gravi, precise e concordanti, che denotino una sua compartecipazione, almeno morale, all’esecuzione dell’opera abusiva. Non basta, a tal fine, il solo rapporto di coniugio con il proprietario esclusivo e neppure la circostanza di risiedere stabilmente nel luogo dove si è edificato.

Insomma, per estendere la responsabilità per l’abuso edilizio dal coniuge proprietario a quello non proprietario è necessario dimostrare l’esistenza di elementi in grado di provare la qualità del committente esecutore e/o direttore dei lavori.

Nell’esempio da cui siamo partiti, il contratto è stato firmato dal coniuge non comproprietario: è questi quindi il committente dell’abuso e quindi sussistono sufficienti prove della sua partecipazione al reato. Pertanto egli, nonostante non abbia alcuna titolarità sull’immobile, è responsabile penalmente. 

Abuso edilizio: il coniuge comproprietario è responsabile? 

Potrebbe però succedere che l’immobile sia di proprietà tanto del marito quanto della moglie che lo hanno comprato insieme, intestandolo a entrambi, o in comunione dei beni. Anche in questo caso, secondo la Cassazione [3], la semplice contitolarità del diritto di proprietà non può comportare un’estensione della responsabilità in capo a chi non ha realizzato l’abuso edilizio (ossia il coniuge non committente). 

Elementi sintomatici della responsabilità del proprietario non committente si possono desumere dai seguenti indizi:

  • la disponibilità della superficie edificata, ossia il fatto di vivervi all’interno o di utilizzare l’area per i propri scopi personali o coniugali;
  • l’interesse alla trasformazione del territorio;
  • i rapporti di parentela o affinità con l’esecutore del manufatto;
  • la presenza e la vigilanza durante lo svolgimento dei lavori;
  • il deposito di richieste di autorizzazione in Comune (anche in sanatoria);
  • la fruizione dell’immobile secondo le norme civilistiche sull’accessione;
  • nonché tutti quei comportamenti (positivi o negativi) da cui possano trarsi elementi integrativi della colpa e prove circa la compartecipazione – anche morale – alla realizzazione del fabbricato.

note

[1] Cass. sent. n. 17736/19 del 29.04.2019.

[2] Art. 40 cod. pen.

[3] Cass. sent. n. 53000/18 del 26.11.2018.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 27 marzo – 29 aprile 2019, n. 17736

Presidente Rosi – Relatore Noviello

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 11/05/2018 la Corte di Appello di Bari confermava la sentenza del 27/10/2016 con cui il tribunale di Foggia aveva condannato P.P. alla pena di mesi quattro di arresto ed Euro 7000,00 di ammenda in relazione al reato di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, lett. b), per avere realizzato, quale committente ed esecutore dei lavori, in assenza di permesso di costruire un fabbricato a piano terra con tetto a spiovente e tettoie, su area di esclusiva proprietà della moglie.

2- P.P. ha proposto ricorso per cassazione a mezzo del proprio difensore deducendo un unico motivo di ricorso. Rappresenta la mancata verifica da parte dei giudici di merito, prima di procedere all’irrogazione delle pene, dell’intervenuto completamento del procedimento amministrativo di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 45, nonché l’assenza di elementi in grado di provare la qualità di committente esecutore e/o direttore dei lavori in capo all’imputato, emergendo solo quella di coniuge della proprietaria. Circostanza quest’ultima insufficiente a fondare l’affermata responsabilità penale. Rappresenta altresì l’intervenuta prescrizione, tra le more della lettura del dispositivo e del deposito della sentenza impugnata, siccome decorrente, in applicazione del principio del favor rei, dal giugno 2013.

2 Va premesso che in tema di reati edilizi la responsabilità del committente per l’abuso edilizio può essere desunta da elementi oggettivi di natura indiziaria la cui valutazione si sottrae al sindacato di legittimità, in quanto comporta un giudizio di merito non contrastante né con la disciplina in tema di valutazione della prova né con le massime di esperienza (Sez. 3, n. 15926 del 24/02/2009 Rv. 243467 – 01 Damiano). Nel caso in esame tuttavia il giudice di secondo grado ha valorizzato un complesso di elementi tra loro non congruamente convergenti verso un giudizio certo di responsabilità: il rapporto di coniugio con la proprietaria dell’immobile, la diretta funzionalità dell’immobile alle esigenze familiari, la presenza dei coniugi nell’immobile ultimato al momento dell’accesso della polizia giudiziaria, la chiamata dell’imputato da parte della moglie proprietaria affinché egli interloquisse in ordine all’abuso con gli operatori sopraggiunti, la mancata esibizione di qualsiasi titolo abilitativo da parte del ricorrente a fronte della puntuale richiesta della p.g. Tali elementi secondo la corte sarebbero rivelatori di una sicura comunanza di interessi dei coniugi in ordine alla realizzazione dell’abuso e quindi lascerebbero desumere con ragionevole certezza la partecipazione del ricorrente a tutte le deliberazioni di rilevanza familiare quale – in particolare – quella relativa alla realizzazione dell’opera edilizia, tanto più in assenza di ogni deduzione prospettata in senso contrario durante i processi di merito. Si tratta di argomentazioni che non appaiono logiche, né giuridicamente corrette. La mera esistenza di un rapporto di coniugio a fronte della titolarità dell’area edificata in capo ad uno solo di essi, come nel caso di specie si riscontra in capo alla moglie del ricorrente, appare una circostanza di per sé neutra ai fini di un giudizio di responsabilità certa, la quale può invece fondare una decisione di condanna solo ove congruamente correlata ad altri elementi significativi; tuttavia non integra un dato in tal senso funzionale la mera presenza nell’opera abusiva dell’intero nucleo familiare, trattandosi in tale ultimo caso di una mera conseguenza di un abuso realizzato a fini familiari, anche essa non in grado di per sé di qualificare in modo peculiare, ed in particolare in senso accusatorio, il ruolo del coniuge che non sia comproprietario, segnando il superamento di una ipotesi al più di mera connivenza per configurarne la personale, esclusiva committenza ed esecuzione dei lavori. Del tutto inconferente appare anche la circostanza della chiamata del ricorrente da parte della moglie al momento dell’accesso della p.g., siccome illustrata dalla corte in maniera a dir poco lapidaria e come tale capace di assumere il carattere di un accadimento suscettibile di plurime e contrastanti letture e quindi privo di specifico significato, tantomeno accusatorio. Si tratta dunque di confermare la necessità di configurare la responsabilità del coniuge che non sia comproprietario dell’opera abusiva, quale committente delle opere, sulla base di indizi e presunzioni gravi, precise e concordanti, che denotino, unitariamente intesi, una sua compartecipazione, almeno morale, all’esecuzione dell’opera abusiva e tra i quali il solo rapporto di coniugio con il proprietario esclusivo e la circostanza di risiedere stabilmente nel luogo dove si è edificato possono costituire validi indizi solo ove corroborati da ulteriori elementi specificativi e qualificanti, da cui possano trarsi elementi integrativi della colpa e prove almeno di una compartecipazione, all’esecuzione delle opere.

3. Ritenuto quindi fondato il ricorso, consegue l’annullamento della sentenza impugnata con rinvio per nuovo giudizio ad altra sezione della corte di appello di Bari.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della corte di appello di Bari.


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