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Cointestazione fittizia conto corrente genitore figlio

2 Maggio 2019
Cointestazione fittizia conto corrente genitore figlio

Come dimostrare che la cointestazione del conto non era una donazione ma una delega alle operazioni?

Immagina che tua madre, alcuni mesi prima di morire, abbia deciso di cointestare il proprio conto corrente a tua sorella la quale, al contrario di te, si occupava spesso di lei, le faceva la spesa, provvedeva a pagarle le utenze della luce e del gas e, insomma, ne gestiva la pensione per non farle mancare mai nulla. L’operazione è stata suggerita dal funzionario di banca affinché, anche in caso di necessità, tua madre – ormai quasi su una sedia a rotelle – non fosse costretta a recarsi allo sportello. Con la sua morte, però, si è posto un problema: tua sorella sostiene che, in qualità di cointestataria, avrebbe diritto a metà del deposito sul conto, mentre solo l’altra metà andrebbe divisa con la successione ereditaria. Tu ben sai che le cose sono andate diversamente: l’atto di tua madre è stato solo una cointestazione fittizia del conto corrente genitore figlio e non un regalo che ha voluto fare alla propria figlia per i servizi da questa compiuti. Tant’è che ti ha sempre detto che il conto sarebbe stato diviso tra di voi.

Ora ti tocca risolvere un grosso groviglio legale: dimostrare che la cointestazione del conto corrente non era – almeno nelle intenzione di tua madre – una donazione, ma una semplice delega alle operazioni. Se non ci riuscirai, dovrai soccombere alle richieste di tua sorella che ora pretende, solo per sé, il 50% dei risparmi lasciati dalla genitrice. Come fare a uscire da questo problema?

A dare una risposta è stata la Cassazione con una recente ordinanza [1]. Detto in termini più tecnici, alla Corte è stato chiesto: in che modo superare la “presunzione di comunione” derivante dalla cointestazione di un conto corrente? Che, in parole semplici, non significa nient’altro come dimostrare la cointestazione fittizia del conto corrente genitore-figlio. Ecco qual è stata la soluzione offerta dai giudici.

Cosa succede se cointesto un conto corrente a un figlio?

Il genitore che contesta un conto corrente a un proprio figlio (ma lo stesso discorso può farsi per qualsiasi altro grado di parentela o di amicizia) non fa che regalargli il 50% delle somme depositate che, in quanto cointestate, divengono di proprietà di entrambi i correntisti nei confronti della banca e dei terzi. Si tratta, in gergo più tecnico, di un atto di donazione della metà della giacenza in banca e di tutti gli altri accrediti che saranno effettuati nei mesi a venire.

Se la cointestazione del conto è fittizia che succede?

Nulla però esclude che, qualsiasi persona – ivi compreso il titolare del conto – possa dimostrare che la cointestazione nascondeva, in realtà, un proposito ben diverso dal voler fare un regalo: non cioè una donazione, ma una gestione più rapida e semplice del denaro.

Questo significa che si può sempre fornire la prova che la cointestazione è fittizia, eseguita con il semplice proposito di superare gli ostacoli di tipo “burocratico” e logistico. In tal caso si tratterebbe di un atto equiparabile a una delega alle operazioni sul conto.

Nell’esempio da cui siamo partiti, se riesci a dimostrare che tua madre ha voluto cointestare il conto alla figlia per consentirle di prelevare la sua pensione e provvedere al suo mantenimento o, magari un giorno, utilizzare parte del deposito per il proprio funerale, potrai contrastare la pretesa di tua sorella.

Difatti, provando che non si è trattato di una donazione, tutti i risparmi presenti sul conto dovranno essere divisi tra tutti gli eredi. Diversamente, in assenza di prova contraria, opera la presunzione di comunione derivante dalla cointestazione del conto e, pertanto, il comproprietario avrà diritto a metà del deposito tutta per sé.

Come dimostrare la cointestazione fittizia

Qui arriva la parte più difficile: spetta a chi sostiene la natura fittizia della cointestazione dimostrare la reale intenzione delle parti. È suo cioè l’onere della prova e non del contitolare del conto il quale, per il solo fatto di essere tale, si presume aver ricevuto una donazione.

Secondo la Cassazione si può superare la presunzione di comunione attraverso il ricorso a indizi come: l’assenza, da parte del nuovo cointestatario (tua sorella), di un reddito tale da giustificare la proprietà di ingenti somme o la circostanza che, attraverso le dichiarazioni dei testimoni, risulti che la cointestazione dei rapporti tra madre e figlia sia stata dovuta solo alla gestione degli stessi. Insomma, ogni elemento è buono per convincere il giudice che non c’è mai stata una donazione vera.


note

[1] Cass. ord. n. 11375/19 del 29.04.2019.

Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza 19 febbraio – 29 aprile 2019, n. 11375

Presidente San Giorgio – Relatore Oliva

Fatti di causa

Con atto di citazione del 13.10.2007 T.O. conveniva in giudizio il fratello T.R. innanzi il Tribunale di Rovigo per sentir accertare che le somme depositate su un libretto di deposito bancario e su un certificato di deposito postale dei quali il convenuto era cointestatario insieme alla madre, appartenevano in realtà esclusivamente a quest’ultima, e per la conseguente divisione delle dette somme secondo le quote spettanti ai due eredi della defunta genitrice. Si costituiva T.R. resistendo alla domanda e spiegando domanda riconvenzionale per l’accertamento dell’esistenza di un accordo in base al quale il convenuto avrebbe avuto diritto a trattenere l’intero saldo dei rapporti di cui è causa, nonché per la condanna dell’attrice al pagamento della somma di Euro 45.698,27 che il fratello le avrebbe erroneamente accreditato in data 12.5.2006.

Con sentenza n. 172/2013 il Tribunale accoglieva la domanda principale condannando T.R. al pagamento in favore dell’attrice della somma di Euro 41.931,30 con interessi e rivalutazione, nonché alla refusione delle spese del grado.

Interponeva appello l’originario convenuto, mentre l’attrice spiegava appello incidentale per la parte della sua domanda non accolta dal primo giudice.

Con la sentenza oggi impugnata, n. 613/2015, la Corte di Appello di Venezia accoglieva l’appello incidentale condannando T.R. al pagamento in favore della sorella del maggior importo di Euro 44.264,60 con interessi e rivalutazione, nonché alla refusione delle spese del grado.

Propone ricorso per la cassazione di detta decisione T.R. affidandosi ad un unico motivi. Resiste con controricorso T.O. . Il ricorrente ha depositato memoria.

Ragioni della decisione

Con l’unico motivo il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 1298 e 1854 c.c., nonché il vizio della motivazione in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, in quanto la Corte di Appello avrebbe erroneamente superato la presunzione di comunione delle somme giacenti sui rapporti di deposito di cui è causa derivante dalla loro cointestazione, facendo riferimento al criterio della “assoluta prevalenza” dei versamenti effettuati dalla madre, laddove avrebbe dovuto applicare il diverso e più restrittivo criterio della “esclusiva riconducibilità”del denaro alla madre.

La doglianza è infondata.

Ed invero questa Corte ha costantemente affermato che “La cointestazione di un conto corrente, attribuendo agli intestatari la qualità di creditori o debitori solidali dei saldi del conto (art. 1854 c.c.) sia nei confronti dei terzi, che nei rapporti interni, fa presumere la contitolarità dell’oggetto del contratto (art. 1298 c.c., comma 2), ma tale presunzione dà luogo soltanto all’inversione dell’onere probatorio, e può essere superata attraverso presunzioni semplici – purché gravi, precise e concordanti – dalla parte che deduca una situazione giuridica diversa da quella risultante dalla cointestazione stessa” (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 28839 del 05/12/2008, Rv.605716; cfr. anche Cass. Sez. 3, Sentenza n. 4496 del 24/02/2010, Rv. 611861, in motivazione, e Cass. Sez. L, Sentenza n. 18777 del 23/09/2015, Rv. 637049).

Nel caso di specie sia il giudice di primo grado che la Corte di Appello hanno superato la presunzione di comunione derivante dalla cointestazione dei rapporti di cui è causa mediante il ricorso ad una serie di elementi presuntivi, quali la mancata allegazione, da parte del T. , di un reddito idoneo a giustificare la proprietà di ingenti somme a risparmio e la sua giovane età (32 anni) al momento del versamento delle somme sui rapporti di cui è causa, il fatto che lo stesso avesse familiari a carico, e la circostanza che l’istruttoria avesse accertato che la cointestazione dei rapporti tra madre e figlio era dovuta esclusivamente alla gestione dei medesimi.

In proposito, va ribadito il principio secondo cui l’apprezzamento circa l’esistenza degli elementi assunti a fonte di presunzione e la loro concreta rispondenza ai requisiti di legge costituisce materia riservata al giudice di merito, se il detto giudizio non risulti viziato da illogicità o da erronei criteri giuridici (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 19894 del 13/10/2005, Rv. 583806; conf. Cass. Sez. 5, Sentenza n. 722 del 15/01/2007, Rv. 595998; Cass. Sez. U, Sentenza n. 584 del 11/01/2008, Rv. 600922; Cass. Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 10973 del 05/05/2017, Rv. 643968; Cass. Sez. 3, Ordinanza n. 9059 del 12/04/2018, Rv. 648589). Ne consegue che la valutazione operata dalla Corte veneziana, confermativa del ragionamento presuntivo già proposto dal Tribunale, non appare utilmente censurabile in questa sede, non avendo – peraltro – il ricorrente specificamente contestato la congruenza dei singoli elementi valorizzati dai giudici di merito, né dedotto la non corrispondenza della complessiva valutazione ai criteri generali di logicità e coerenza che devono necessariamente caratterizzare il ragionamento presuntivo.

In definitiva il ricorso va rigettato.

Le spese, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

Poiché il ricorso per cassazione è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, va dichiarata la sussistenza, ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, del Testo Unico di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dei presupposti per l’obbligo di versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 3.000 di cui Euro 200 per esborsi, oltre rimborso delle spese generali nella misura del 15%, iva e cassa avvocati come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dell’art. 1 bis, dello stesso art. 13.


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