Diritto e Fisco | Articoli

Lavoro subordinato tra coniugi

31 Maggio 2019
Lavoro subordinato tra coniugi

Accade a volte che il marito sia il datore di lavoro della moglie o viceversa. In questi casi, sussiste un rapporto di lavoro tra coniugi. Questi rapporti sono a rischio verso l’Inps che potrebbe considerarli fittizi e animati solo dalla volontà di accantonare i contributi previdenziali.

Il marito può assumere la moglie come propria dipendente o viceversa? La risposta a questa domanda non è semplice perché è necessario fare tutta una serie di considerazioni. Di certo, il lavoro tra coniugi è una realtà diffusa. L’Italia, infatti, è la patria delle imprese familiari in cui l’imprenditore cerca anche di sistemare lavorativamente i propri familiari. Quello che occorre chiedersi è se sia lecito dare luogo ad un rapporto di lavoro subordinato tra coniugi. Sul piano generale, non vi è alcun divieto che impedisce ai coniugi di firmare un contratto di lavoro subordinato. Ciononostante, nel concreto, possono nascere dei problemi con l’Inps. L’Istituto, molto spesso, intravede dietro questi rapporti delle mere finzioni poste in essere solo per versare i contributi al coniuge senza che, in realtà, ci sia alcun reale rapporto di lavoro. Il ragionamento dell’Inps parte dal principio secondo cui la prestazione di lavoro a favore del coniuge deve intendersi gratuita. Ma procediamo per gradi.

Cosa si intende per lavoro subordinato?

Si sente dire spesso che il lavoratore, in Italia, è molto protetto. Questa affermazione deriva dal fatto che il nostro ordinamento giuridico riserva una serie di tutele a favore dei lavoratori. In verità, non tutti i lavoratori hanno pari accesso a queste norme di favore, in quanto gran parte di esse sono riservate ai dipendenti assunti con contratto di lavoro subordinato.

Sulla scorta della definizione di legge [1], è prestatore di lavoro subordinato il lavoratore che si obbliga, dietro retribuzione, alla collaborazione nell’impresa e a svolgere le mansioni che gli sono state assegnate nel contratto alle dipendenze e sotto la direzione dell’imprenditore.

La caratteristica fondamentale del lavoro subordinato è dunque l’assoggettamento del lavoratore alle direttive del datore di lavoro. Il lavoratore non ha autonomia nello scegliere come eseguire la prestazione di lavoro.

Il rapporto di lavoro subordinato si caratterizza per i seguenti poteri in capo al datore di lavoro:

  • potere direttivo del datore di lavoro o etero-direzione: l’imprenditore ha il potere di conformare la prestazione di lavoro del dipendente ossia, indica al lavoratore cosa deve fare, come deve farlo, con quali tempi, etc.;
  • potere di controllo del datore di lavoro: l’imprenditore ha la possibilità di verificare se il dipendente svolge il lavoro nel rispetto delle direttive ricevute e delle norme di legge e di contratto;
  • potere disciplinare del datore di lavoro: se il dipendente pone in essere dei comportamenti contrari ai propri doveri e diventa dunque inadempiente, l’imprenditore può “punirlo” comminandogli le cosiddette sanzioni disciplinari dopo aver rispettato un procedimento previsto dalla legge [2] detto procedimento disciplinare. Le sanzioni disciplinari (che vanno dal richiamo verbale fino al licenziamento) devono essere proporzionate alla gravità dell’inadempimento del lavoratore.

L’altra fondamentale caratteristica del lavoro subordinato è lo stabile inserimento del dipendente nell’organizzazione del datore di lavoro. Il dipendente, a differenza ad esempio di un consulente esterno, non è un soggetto esterno ma è parte integrante dell’azienda, è un suo tassello fondamentale.

Oltre a queste caratteristiche ci sono, poi, altri elementi che aiutano a qualificare un rapporto come subordinato. I cosiddetti indici accessori della subordinazione sono:

  • la presenza di un orario di lavoro fisso;
  • la corresponsione di uno stipendio fisso mensile;
  • l’assenza di rischio d’impresa in capo al dipendente;
  • l’uso da parte del lavoratore degli strumenti di lavoro del datore di lavoro;
  • l’esecuzione della prestazione lavorativa nella sede aziendale;
  • la richiesta del lavoratore al datore di lavoro di ferie, permessi, etc.;

La presunzione di onerosità del lavoro subordinato

Prima di entrare nel vivo dell’argomento e, cioè, di capire se è legittimo o meno il lavoro subordinato tra coniugi, occorre affrontare un tema decisivo. Il rapporto di lavoro subordinato è sempre e necessariamente a titolo oneroso (e cioè al lavoro deve corrispondere uno stipendio) o può avvenire anche gratuitamente?

In generale, il rapporto di lavoro è un rapporto di scambio. Il lavoratore assume l’obbligo di lavorare, svolgendo le mansioni per cui è stato assunto.

Il datore di lavoro, dal canto suo, assume un obbligo principale, ossia, quello di  pagare lo stipendio al dipendente. La retribuzione non è liberamente scelta dalle parti in quanto deve essere proporzionata alla quantità ed alla qualità del lavoro svolto e comunque sufficiente a garantire al lavoratore ed alla sua famiglia una vita dignitosa [3].

In Italia, il compito di stabilire lo stipendio minimo spetta al contratto collettivo nazionale di lavoro del settore in cui opera l’azienda. In ogni Ccnl, sono previsti i minimi salariali che le aziende devono rispettare.

La regola generale è dunque che il lavoro si paga. Il lavoro gratuito rappresenta, nel nostro ordinamento, una eccezione che ricorre solo in casi specifici.

Il lavoro, in generale, deve essere retribuito salvo il caso in cui non venga provato che il prestatore di lavoro sta svolgendo l’attività non già per ricevere lo stipendio, ma per una finalità di solidarietà alternativa al fine lucrativo.

Si tratta dei casi delle prestazioni di lavoro rese “affectionis vel benevolentiae causa” vale a dire per mero spirito solidaristico o per un legame affettivo o familiare con il beneficiario dell’attività di lavoro.

In questi casi, però, è il datore di lavoro che beneficia del lavoro altrui a dover provare, con una prova molto rigorosa, che la ragione che muove il lavoratore è la relazione affettiva e non il pagamento del corrispettivo.

La giurisprudenza costante della Cassazione [4] ha ribadito che qualsiasi prestazione di lavoro che può essere considerata lavoro subordinato deve essere presunta a titolo oneroso. Sfuggono a questa regola solo i casi in cui il datore di lavoro fornisce una rigorosa prova della gratuità della prestazione, dimostrando che sussiste un fine diverso come, ad esempio, la solidarietà o l’affetto.

Lavoro subordinato tra coniugi

In alcune sentenze, la giurisprudenza della Cassazione ha elaborato un’eccezione al principio appena affermato e cioè alla presunzione di onerosità della prestazione di lavoro. Ci si riferisce a quelle pronunce nelle quali la giurisprudenza ha affermato che nel caso di rapporto di lavoro tra familiari, la prestazione di lavoro si presume resa a titolo gratuito. Quando c’è un legame parentale, come il coniugio, secondo queste sentenze, si passa dalla presunzione di onerosità della prestazione di lavoro alla presunzione di gratuità del lavoro prestato dal coniuge [5].

Proprio sulla base di questo orientamento, molto spesso, gli ispettori dell’Istituto nazionale della previdenza sociale (Inps), a seguito di una visita ispettiva presso l’azienda, annullano il rapporto di lavoro tra coniugi emettendo un verbale ispettivo con il quale viene accertato che quel rapporto lavorativo non sussiste realmente, è fittizio e fraudolento e serve solo a pagare i contributi previdenziali al coniuge assunto per consentirgli di maturare il diritto alla pensione.

Come abbiamo detto, l’argomento giuridico adottato dagli ispettori Inps per annullare il rapporto di lavoro subordinato tra coniugi è proprio quello elaborato da alcune sentenze della Cassazione sulla presunzione di gratuità del lavoro reso dal coniuge a favore dell’altro coniuge.

Di recente, però, le cose sono cambiate poiché è intervenuta una sentenza della Cassazione [6] destinata a fare luce sulla questione ed a condizionare anche l’approccio degli ispettori Inps.

La Cassazione, in questa recente decisione, adotta una linea di rottura con le posizioni espresse dall’Inps e riporta al centro, anche nel caso di lavoro tra coniugi, il principio per cui il lavoro si presume sempre a pagamento.

Secondo gli Ermellini, il rapporto di lavoro tra coniugi deve essere riconosciuto come effettivamente sussistente se ricorrono una serie di elementi oggettivi dai quali si desume che le parti non vogliono imbrogliare, ma vogliono realmente stabilire un rapporto lavorativo tra di loro.

In particolare, secondo la Suprema Corte, al di là della sussistenza di un grado di parentela, anche strettissimo come quello dei coniugi, tra il datore di lavoro ed il dipendente, il rapporto di lavoro subordinato si deve considerare sussistente se ricorrono elementi come i seguenti:

  • la prestazione di lavoro resa dal coniuge è a titolo oneroso (e quindi il coniuge versa effettivamente lo stipendio mensile all’altro);
  • il coniuge-lavoratore è costantemente presente sul luogo di lavoro individuato nel contratto individuale di lavoro;
  • il coniuge-lavoratore rispetta ed osserva l’orario di lavoro dedotto nel contratto di lavoro;
  • il datore di lavoro si avvale sistematicamente della prestazione lavorativa del coniuge-lavoratore.

Nei casi in cui questi elementi sono presenti è del tutto evidente che la presenza di un vincolo familiare come il matrimonio non vale ad escludere la sussistenza di un normale rapporto di lavoro che, al pari di tutti gli altri, è caratterizzato dallo scambio tra prestazione di lavoro e retribuzione.

Le conclusioni a cui è giunta di recente la giurisprudenza della Cassazione confermano, quindi, non solo che non esiste alcuna norma o alcun principio che impedisce al coniuge di assumere l’altro coniuge e viceversa, ma anche che nessun ispettore Inps può affermare, per il solo fatto che datore di lavoro e dipendente sono marito e moglie, che il rapporto di lavoro è fittizio e non realmente esistente e pertanto deve essere annullato. Ovviamente, a meno che non dimostri che il coniuge non lavora e non riceve lo stipendio.


note

[1] Art. 2094 cod. civ.

[2] Art. 7 L. n. 300/1970 (“Statuto dei lavoratori”).

[3] Art. 36 Cost.

[4] Cass. sent. n. 18813/2008.

[5] Cass. sent. n. 1895/1993.

[6] Cass. sent. n. 4535 del 27.02.2018.


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube