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Debito di gioco: giurisprudenza

1 Giugno 2019 | Autore:
Debito di gioco: giurisprudenza

Cosa può accadere se ho un debito di gioco e il creditore reclama il pagamento della somma?

Nei periodi di crisi si impenna decisamente il ricorso al gioco o al vero e proprio azzardo come occasione per racimolare dei soldi o per tentare il colpo che cambia davvero la vita. Lunghe file di persone, spesso non abbienti, affollano le ricevitorie nelle quali si sono moltiplicate a dismisura le occasioni di gioco. Da punto di vista giuridico, il gioco e la scommessa sono inquadrati come contratti aleatori, cioè come contratti nei quali non è possibile dire, al momento della stipula, chi sarà avvantaggiato e se vi sia equilibrio tra quanto uno dà e quanto poi si riceverà. Il gioco e la scommessa sono anche contratti con la caratteristica di avere un evidente scopo di lucro per entrambe le parti. In generale, se in un gioco la vincita e la perdita sono del tutto (o quasi) rimesse al caso e se c’è fine di lucro (cioè lo scopo di arricchirsi nella partecipazione ad esso), il gioco è vietato dalla legge [1] come gioco d’azzardo a meno che non vi sia un’esplicita autorizzazione da parte della legge stessa.

Il giocatore che ha vinto una somma di denaro partecipando ad un gioco o ad una scommessa non ha la possibilità di agire in giudizio per ottenere dal giudice la condanna del perdente al pagamento dell’importo (che si sia rifiutato di pagare spontaneamente), anche se si tratta di giochi leciti [2]. In questo articolo, ci soffermeremo sull’analisi delle sentenze che riguardano i debiti da gioco. La legge precisa che [3] il perdente al gioco, se ha spontaneamente pagato al vincitore, non può però pretendere la restituzione dell’importo se nel gioco non c’è stata frode. La restituzione dell’importo pagato è sempre ammessa (anche se nel gioco non c’è stata frode) se il perdente è un soggetto incapace (cioè un minorenne o un maggiorenne che sia stato interdetto con sentenza).

Cosa dicono le sentenze circa i debiti da gioco?

Come anticipato nell’introduzione, il giocatore vincente (anche di un gioco lecito) non può andare davanti ad un giudice per chiedere ed ottenere la condanna del perdente al pagamento dell’importo corrispondente alla sua vincita. In termini tecnico–legali, si dice che non spetta l’azione per il pagamento di un debito di gioco o di scommessa.

Chi ha perso al gioco, se ha spontaneamente pagato al vincitore, non può però pretendere la restituzione dell’importo se nel gioco non c’è stata frode.

Le sentenze che si sono occupate della materia hanno affrontato diverse questioni sorte relativamente ai debiti da gioco. Innanzitutto, hanno stabilito cosa debba accadere se un soggetto ha prestato dei soldi ad una persona che poi ha utilizzato quei soldi per partecipare ad un gioco e li ha persi.

In sostanza, la giurisprudenza è stata chiamata a rispondere alla seguente domanda: chi ha prestato i soldi ad una persona che li ha persi al gioco, potrà chiederne il rimborso?

La giurisprudenza, a questo riguardo, ha precisato che anche se il mutuante (cioè chi ha prestato i soldi) era consapevole che i soldi prestati sarebbero stati utilizzati dal mutuatario (cioè da chi ha ricevuto in prestito i soldi) per giocare o scommettere ciò non basta per applicare anche al contratto di mutuo (cioè al prestito di denaro) le norme sul gioco e sulla scommessa, cioè il divieto restituzione dell’importo spontaneamente pagato.

Quindi, il mutuante ha sicuramente la possibilità di chiedere la restituzione dell’importo che ha prestato alla persona che ha perso quell’importo giocando o scommettendo [4].

Un’altra questione affrontata dalla giurisprudenza è stata quella di individuare con precisione cosa possa considerarsi gioco o scommessa per comprendere in quali casi bisogna applicare la norma che esclude che colui che vince al gioco poi possa rivolgersi al giudice per chiedere la condanna del perdente al pagamento della somma vinta.

La giurisprudenza ha stabilito [5] che la semplice presenza di un intento speculativo o di un certo grado di incertezza in una specifica operazione contrattuale non la rende automaticamente identica ad un gioco o ad una scommessa.

Il caso che portò a questa sentenza era quello di un’operazione che prevedeva l’acquisto da parte di una banca di una somma in moneta estera su ordine di un cliente che si era obbligato a restituirla, nella stessa moneta estera, con scadenza di svariati anni.

A garanzia dell’impegno alla restituzione della somma, era stato costituito a favore della banca un pegno su obbligazioni emesse in lire in Italia.

Era accaduto che la svalutazione della lira, nel frattempo intervenuta, aveva reso insufficiente la garanzia costituita sulle obbligazioni e la banca, perciò, aveva preteso dal cliente l’immediata restituzione della somma in moneta estera che gli aveva prestato.

La sentenza indicata ha dato ragione alla banca dichiarando legittima la sua richiesta di azione in giudizio per ottenere il pagamento della somma data in prestito al cliente in moneta estera, perché questa operazione tra cliente e banca non era accostabile al gioco ed alla scommessa e, perciò, non si poteva affermare che alla banca non spettava la possibilità di agire in giudizio per ottenere il pagamento di quanto prestato.

Infine, la giurisprudenza ha chiarito che la regola che impedisce al vincitore al gioco di agire davanti al giudice per ottenere il pagamento dell’importo non si applica anche in tutti quei casi di contratti con cui si presta denaro a chi poi li usa per giocare (consegna manuale di denaro, fiches, promesse di mutuo, riconoscimenti di debiti) [6].

Occorre che chi presta il denaro non stia partecipando al gioco assieme a chi ha ricevuto il prestito e non abbia un interesse diretto a favorire la partecipazione al gioco di chi ha ricevuto il denaro.

In sostanza, se la casa da gioco consegna fiches al giocatore che poi perde tutto, la casa da gioco (come creditore) potrà agire in giudizio per ottenere la condanna del giocatore a condizione che con la consegna delle fiches la casa da gioco non aveva intenzione di partecipare essa stessa alle giocate [7].

Per una vincita al gioco non spetta azione in giudizio


note

[1] Art. 721 cod. pen.

[2] Art. 1933 cod. civ.

[3] Art. 1933 cod. civ.

[4] Cass., sent. n. 17689/2004.

[5] Cass., sent. n. 17689/2004.

[6] Cass., sent. n. 4209/1992.

[7] Cass., sent. n. 4001/1986.


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